Pier Francesco Forlenza

Pier Francesco Forlenza

Ti accorgi di come attraverso la musica si possa arrivare naturalmente a costruire relazioni autentiche con le persone in una condivisione profonda di obiettivi e di valori umani.

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E’ stato definito da Montani “interprete profondo e consapevole”. C. Geerincckx ha definito la sua musica “sobria e commuovente”, la Libre Belgique ha definito il suo modo di suonare “brillante, colorato ed elegante allo stesso tempo”. Il nostro art magazine ha il piacere di incontrare il Maestro Pier Francesco Forlenza, pianista e compositore che ha di recente celebrato con un concerto il trentaduesimo anno di attività della Fondazione Società dei Concerti.

E’ un piacere conoscerla Maestro ed averla ospite del nostro art magazine.

Grazie della vostra ospitalità, anche per me è un piacere incontrarvi.

Iniziamo l’intervista proprio dalle ultime esibizioni. Ha portato la sua musica alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano per la presentazione della Stagione 2015/16 della Fondazione Società dei Concerti. Si è esibito in un repertorio originale tratto da Liszt, Bartók, Prokofiev e Chopin, un omaggio al Romanticismo. Come sceglie i compositori da portare in scena?

Mi piace pensare che la musica sia una racconto fatto di suoni. Le composizioni che scelgo sono quelle in cui riesco ad immaginare una narrazione, là dove mi sembra che ci sia una storia che aspetta di essere raccontata. Ma è anche una questione emotiva: per questo scelgo di accostarmi ad opere che muovono qualcosa di profondo dentro di me, in cui mi posso riconoscere. A meno che non ci siano precise richieste di repertorio da parte degli enti che organizzano le stagioni concertistiche: queste occasioni a volte sono un’occasione per iniziare un lavoro di ricerca in ambiti che non frequenteresti di tua iniziativa e tutto questo può riservare piacevoli sorprese.

Ha iniziato la sua attività concertistica molto giovane suonando in Italia e all’estero. Per gli artisti è fondamentale confrontarsi con un Paese diverso dal proprio?

Certamente sì, in primo luogo per le occasioni di scambio con musicisti di altre culture e poi perché ci si accorge di come anche le scelte di repertorio o le abitudini del pubblico cambino da Paese a Paese: a volte non si possono togliere un attimo le mani dalla tastiera senza che parta un applauso fragoroso, altre volte invece sai che gli ascoltatori seguiranno il suono fino all'ultima vibrazione e anche oltre, custodendo la magia che si crea in un finale in pianissimo.

Compositore e pianista: da cosa trae ispirazione per le sue opere?

Ultimamente mi capita di scrivere musica soprattutto per cortometraggi o documentari: in questi casi tutto parte dalla sceneggiatura, dal gioco di associazioni messo in moto dalla storia e dalle ambientazioni. Altrimenti, nel caso di musica “pura”, l’ispirazione può essere ovunque, per esempio nella lettura di uno scrittore come Saramago, che riesce a costruire nei suoi romanzi dei meccanismi narrativi perfetti e sorprendenti.

Insegna pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi di Como ed è docente ospite alla Yasar University di Izmir in Turchia. Ha già scoperto dei giovani talenti?

Ho avuto la fortuna di incontrare allievi straordinari, con i quali il mio compito principale è stato solo di far prendere loro coscienza della responsabilità che il talento comporta. Tuttavia non dobbiamo sopravvalutare l’importanza del talento, anche perché tutti hanno del talento, in qualche misura: la sfida, semmai, è far capire come impiegare questo dono senza dissiparlo.

Ritiene la musica classica abbia la giusta visibilità o è “rinchiusa” in confini più settoriali?

Oggi sembra che l’interesse per la musica classica si risvegli solo se un concerto può essere “venduto” come evento. Sarebbe bello se le occasioni per suonare questa musica fossero sempre di più, magari anche in situazioni più informali rispetto alla sala da concerto da duemila posti. Bisogna però sempre garantire la qualità degli strumenti su cui si suona, nell’interesse del pubblico, prima ancora che dell’esecutore. Questa settimana, per esempio, dopo il récital a Milano in Sala Verdi, uno dei luoghi storici della musica in Italia, ho fatto un concerto nel laboratorio della famiglia Griffa, suonando su un pianoforte meraviglioso della loro collezione. E due giorni fa ho suonato a Monza durante la conferenza degli architetti Luciano Crespi e Attilio Stocchi, improvvisando al pianoforte sulle immagini dei loro progetti. In entrambi i casi si trattava di situazioni “altre” rispetto alla ritualità del concerto classico, ma in entrambe le occasioni si è creata una situazione molto bella, in cui la vicinanza anche fisica del pubblico ha reso speciali quei momenti.

Quali artisti la accompagnano nel quotidiano? Cosa ascolta in macchina?

Ascolto soprattutto jazz, in questo momento Wayne Shorter. Però uso poco la macchina, e quando sono in treno o sul tram non mi piace ascoltare musica nelle cuffie, preferisco leggere, studiare oppure ascoltare le voci della città.

Pratica arti marziali e yoga Kundalini. E’ così che trova la giusta concentrazione anche prima delle sue esibizioni?

Sì, credo che queste pratiche siano di grande aiuto; e non solo prima di un’esibizione, ma in generale in tutte le fasi di preparazione di un programma da concerto, anche per cercare sempre una connessione fra la nostra dimensione mentale, quella fisica e quella emozionale.

Tre aggettivi per farsi conoscere dai nostri lettori…

Curioso, antiretorico, essenziale (spero).

Per un musicista conta l’immagine o basta la propria musica?

Mi piacerebbe dire che conta solo la musica, ma sappiamo tutti che non è così. Tuttavia, il fatto che conti l’immagine di per sé non è un male: il problema nasce quando l’immagine che si vede è solo una costruzione del marketing e non ha alcuna connessione con il valore e l’essenza di un artista.

Mercoledì 27 si concluderà all’Auditorium San Fedele di Milano, il ciclo di concerti iniziato due mesi organizzato da Emme Rouge Onlus in collaborazione con Serate Musicali e il Patrocinio del Comune di Milano. Vuole parlarci di Chiaroscuri?

Questo concerto si gioca su forti contrasti di luci ed ombre, e vuole raccontare l’unità che nasce da questi contrasti, l’armonia che si fonda sulla diversità. Insieme al violinista Paolo Zordanazzo e al violoncellista Alex Jellici suoneremo un programma molto bello, di grande impatto emotivo, con alcune delle opere più importanti della musica da camera dal Classicismo al primo Novecento. Il concerto si apre con i colori chiari della Primavera di Beethoven, una delle sonate per violino e pianoforte più famose. Prosegue nelle tonalità luminescenti della sonata di Debussy, testamento spirituale del compositore francese. In chiusura il trio di Schubert op. 100, capolavoro assoluto del Romanticismo, musica di struggente bellezza, esaltata dai chiaroscuri del secondo movimento, reso celebre da Stanley Kubrick che lo ha utilizzato come colonna sonora del film Barry Lindon.

Emme Rouge è una ONLUS per la lotta al melanoma nata in ricordo di Mara Nahum.  Come è nata questa collaborazione?

Attraverso alcuni miei amici che hanno conosciuto direttamente Mara e lavorato con lei. Grazie a loro ho conosciuto la bella realtà di questa associazione; il rapporto che si è sviluppato nel tempo con le persone che lavorano in Emmerouge è andato ben al di là del momento del concerto. In questi casi ti accorgi di come attraverso la musica si possa arrivare naturalmente a costruire relazioni autentiche con le persone in una condivisione profonda di obiettivi e di valori umani.

Vincitore del Premio Kawai e di prestigiosi riconoscimenti internazionali. Quali obiettivi ci sono nel suo futuro?

Adesso ci sono altri concerti in trio e per pianoforte solo e un progetto insieme al pianista estone Anto Pett. E poi le colonne sonore per un cortometraggio e un documentario.

Sara Grillo

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