Gennaro Masi

Ritengo la fotografia sia uno strumento vicino al mio carattere perché per me è un modo per esprimere quello che non saprei dire a parole, è il piacere di vivere quel momento, di condividere quel determinato momento.

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Gennaro Masi è un fotografo sportivo, convinto napoletano “importato” a Roma, città in cui vive con la famiglia dal 2002. Nella sua carriera ha dato risalto grazie ai suoi scatti, a tanti sport, anche quelli meno noti al grande pubblico. Ma ha una particolare predilezione per il basket, che mette in pratica seguendo e immortalando le gesta sportive della Virtus Roma, la squadra di basket della Capitale, non disdegnando di fotografare anche altri team cestistici dello stivale. L’abbiamo contattato per un intervista.

Benvenuto Gennaro e grazie per l’intervista. Perché hai scelto la fotografia come strumento per raccontare le tue storie?

Grazie a voi. La fotografia l’ho scoperta tardi, in età matura quando mi sono trasferito a Roma nel 2002. Ho scoperto il piacere delle immagini, col passare del tempo ho apprezzato molto la fotografia come la “descrizione di un attimo” ma soprattutto come ricordo, come ricordo di un qualcosa che è accaduto in quel determinato momento. Mi piace molto l’idea che la fotografia racconti un momento e che di conseguenza abbia un significato. Ritengo la fotografia sia uno strumento vicino al mio carattere perché per me è un modo per esprimere quello che non saprei dire a parole, è il piacere di vivere quel momento, di condividere quel determinato momento. Credo sia questo il senso della fotografia detto a grandi linee.

Da dove è partita la tua passione per lo sport e per la fotografia sportiva?

Lo sport mi è sempre piaciuto. Non sono mai stato un grande sportivo praticante ma mi ha sempre affascinato. Ho sempre seguito tutti gli sport fin da ragazzo, ovviamente in Italia a partire dal calcio, ma poi ho avuto il piacere di scoprire altri sport, quelli che spesso vengo considerati erroneamente sport minori. Fin da piccolo ho sempre seguito il basket, sono cresciuto col Napoli Basket, avendo la fortuna di seguire da giovane le imprese di quello che era il vero, il grande Napoli Basket. Inoltre l’ho vissuto in prima persona anche come allenatore nelle serie minori territoriali. Per cui ho scelto la fotografia sportiva per unire un insieme di cose che mi piacciono. Quindi sport e fotografia per me sono stati un meraviglioso connubio. Inutile dire che come fotografo sportivo ho iniziato proprio dal basket ma oltre a questo sport ho avuto la possibilità di approfondirne altri meno conosciuti come ad esempio il Football americano molto sentito a Roma e dintorni, ma anche il volley e il calcio delle serie minori. Quindi continuo con piacere a seguire lo sport, da vicino, quello vissuto, bello, verace e sentito.

Quali sono le maggiori difficoltà di questo mestiere e quali invece sono state le gratificazioni che ricordi con più piacere?

La maggiore difficoltà è sicuramente che è un lavoro impegnativo, ci vuole tanta passione, ci vuole la conoscenza e c’è bisogno soprattutto dell’attrezzatura. L’attrezzatura è un elemento da non sottovalutare, quella sportiva è una fotografia che ha un costo. Un altro elemento importante è il tempo che devi dedicare a questo lavoro, che è davvero tanto. Ma questo può essere una difficoltà ma anche un’opportunità a seconda del punto di vista. La cosa che apprezzo molto invece della fotografia sportiva è sicuramente il contatto umano. Si ha modo di conoscere, di confrontarsi con tante persone, di fotografarle, insomma è una continua interazione. Ed è magnifico perché ti accorgi che nel momento in cui approfondisci la conoscenza di queste persone, riesci anche a delinearle da un punto di vista fotografico, riesci a dargli un valore, uno spessore. Soprattutto nello sport dov’è un continuo fotografare di persone che poi diventano i protagonisti delle tue immagini.

Quali sono gli elementi più importanti a livello tecnico quando si segue un evento sportivo?

L’elemento più importante è la conoscenza, sapere quello che stai fotografando, cioè devi affrontare l’evento che ti viene commissionato informandoti. Nel caso specifico dello sport, è importante capire in che cosa consiste quell’evento o com’è strutturato quel determinato sport. Ma devio capire anche come si svolgerà quell’evento in modo, da coglierne gli elementi, gli aspetti e i momenti più importanti, cosi da coprirlo interamente. Quindi sicuramente è importante arrivare preparati. Nello specifico è sempre importante arrivare in anticipo, guardarsi intorno, cominciare a parlare con le persone, verificare gli spazi e la luce, il come ti puoi muovere, perché comunque ci sono degli eventi, dove la mobilità del fotografo ha dei vincoli. A quel punto una volta che l’evento è cominciato, è importante “stare con l’occhio nella tua fotocamera” e seguire l’evento, quello che succede sul campo da gioco ma allo stesso tempo fare attenzione nel limite del possibile a percepire quello che ti accade intorno per cogliere tutto ciò che è possibile, come ad esempio le emozioni dei tifosi, un’esultanza particolare, una delusione. Cogliere le sfaccettature più interessati dei protagonisti dell’evento, dagli atleti, degli allenatori fino ad arrivare al pubblico, cercando sempre di non sottovalutare nulla. La parte più difficile di tutto ciò è gestire i tempi, se ci pensi il tempo che hai a disposizione per cogliere tutti questi elementi è davvero poco, ad esempio una partita di calcio dura 90 minuti, che possono sembrare tanti, ma che alla fine credimi, sono pochissimi. Ovviamente nel fare questo non solo ti aiuta la pratica, ma anche la conoscenza di cui parlavo prima che è un elemento fondamentale. C’è un altro elemento di ulteriore difficoltà per la fotografia sportiva, che è l’eventualità che ci si possa trovare in diverse condizioni di luci e di condizioni atmosferiche, e naturalmente il fotografo sportivo dovrà essere bravo e veloce ad intuire come e quando scattare la foto nelle condizioni migliori ed in pochissimo tempo per portare il lavoro a casa. Un ulteriore grado di difficoltà, per chi lavora per le agenzie stampa, è che devi fare tutto questo in tempi brevissimi, le tue foto devono “uscire buone” dalla macchina fotografica, senza avere la necessità di essere ritoccate, per essere immediatamente pubblicate. Quindi puoi immaginare come tutto ciò accorcia ancora di più il tempo che si ha a disposizione per fare un lavoro di qualità. Direi che sicuramente l’elemento principiale con cui un fotografo sportivo si confronta è indubbiamente il tempo. Una corsa continua contro il tempo.

Hai una predilezione per qualche sport? Ci sono sport più difficili di altri da immortalare?

Tutti gli sport sono difficili da immortalare. Semplicemente perché ogni sport ha la sua peculiarità, il proprio movimento, le proprie regole. Un esempio molto semplice: il basket è uno sport che si sviluppa verso l’alto, il canestro è a tre metri e si gioca in un campo relativamente ristretto. Quindi il tuo obiettivo è sempre quello di far vedere questo pallone che va a canestro. Il calcio invece è uno sport che si sviluppa verso il basso, quindi l’obiettivo è seguire il pallone attaccato al piede, mentre nel basket è attaccato alla mano. Sono movimenti diversi ma sono fondamentali da tener conto. Poi c’è la discriminate degli sport di contatto e quelli senza, quando il contatto c’è, sicuramente è un elemento da prendere in considerazioni nello scatto, forse uno degli elementi più importanti. Se invece per esempio dovessi fotografare l’atletica leggera, che è un sport singolo e che ha dei movimenti particolari, avrei bisogno di fare attenzione a tutt’altre sfumature, di raccontarlo in maniera diversa. Per rispondere alla tua domanda, lo sport che prediligo è il basket, più in generale mi affascinano gli sport di squadra e di contatto, perché trovo che abbiano un tocco di agonismo in più.

Se potessi avere a tua disposizione un campione del presente o del passato per una photo session chi sceglieresti?

Un campione di oggi, di certo sceglierei Stephen Curry, giocatore di basket statunitense, cestista dei Golden State Warriors e vincitore del MVP dell’anno scorso, per carità scelta facile, ma ne sarei contentissimo. Se dovessi scegliere un atleta del passato, scegliere sicuramente Diego Armando Maradona, perché credo che sia un personaggio che ha segnato un momento fondamentale per Napoli. Dal mio punto di vista Maradona racchiude tutto ciò che è il colore e la vita partenopea, lo scugnizzo, il ribelle, la genialità questo ragazzetto riccioluto, calciatore fenomenale. Sicuramente sceglierei Maradona se avessi questa possibilità.

Quando secondo te si può ritenere una foto davvero riuscita? Quali sono gli elementi imprescindibili che deve avere?

La fotografia risulta tecnicamente riuscita, quando hai rispettato delle regole perché la fotografia, come ogni altro mestiere, ha delle regole da rispettare. Una vola che queste regole sono state rispettate, la foto è già riuscita, in più è riuscita nel momento in cui rispecchia quello che è il tuo obiettivo. Cioè se ti sei posto l’obiettivo di fare quella foto in quel modo, direi che è riuscita. Però la cosa principale, secondo me è che la foto risponda ai canoni e alle regole di quella che è la fotografia. Per come la vedo io, se volessimo dare delle percentuali, una buona foto è composta dal 60% di tecnica e 40% di creatività, ma questo è un parere personale, magari ci sono colleghi che puntano molto di più sulla creatività, invece io credo che la tecnica sia molto, molto importante.

Hai dei consigli pratici per un giovane che voglia intraprendere la carriera di fotografo sportivo?

Innanzitutto gli direi di studiare, perché bisogna partire da una conoscenza teorica, dopodiché fare tanta pratica per mettere in campo quello che si è studiato fino a quel momento. Inoltre gli consiglierei di confrontarsi, creare dei confronti costruttivi con altri fotografi, credo sia un elemento imprescindibile per la crescita. Altro consiglio ancora, visto la situazione dell’editoria nazionale non è delle migliori, gli consiglierei nel momento in cui ha capito che quello potrebbe essere il mestiere della sua vita, di fare un’esperienza all’estero, sarebbe sicuramente importante, è potrebbe aiutare ed accelerare la crescita professionale.

Se non fossi un fotografo sportivo dove rivolgeresti i tuoi scatti?

Bella domanda. Probabilmente, tornando indietro e ripartendo da quello che facevo un bel po’ di anni fa il reportage potrebbe essere una cosa interessante da riscoprire. Approfondirei il reportage, legato molto alle persone, persone legate a mondi particolari.

Robert Heinecken, artista e fotografo americano diceva “C’è una grande differenza tra lo scattare una foto e fare una fotografia” Sei d’accordo? E se si qual è la differenza fra le due cose per te.

Sì, sono d’accordo. Riallacciandomi a quanto detto prima, sicuramente fare una foto è tecnica e quella si acquisisce. Invece, fare una fotografia, è metterci quel valore aggiunto sulla tecnica, quindi l’esperienza, l’occhio, il gusto personale e la prospettiva. È mettere fra i vari ingredienti, il proprio apporto personale alla fotografia.

Il tuo sentirti partenopeo è molto intenso, se dovessi scattare una foto che rappresenti Napoli come te la immagineresti?

Questa è difficile, perché ormai dopo tanti anni, Napoli è cambiata da come l’ho vissuta io fino al 2002. A me una cosa che è sempre piaciuta di Napoli sono i colori, i colori posso sembra una cosa banale, però per chi li ha vissuti hanno un senso, un valore. Io abitavo a Fuorigrotta, praticamente di fronte lo stadio San Paolo. Ricordo Napoli come una domenica prima che arrivasse il momento della partita, i ragazzi, il tifo genuino, quello vero, un caos che tutto sommato era bello, era qualcosa di piacevole. Per me segnava un momento della domenica, forse la vedrei così la mia città. Napoli è il piacere e il trasporto con cui si affronta la vita e in questo caso una partita di calcio, che può essere usata come metafora. Ogni tanto ci ritorno, però ormai vivo nel ricordo di quella che era la mia città, che ormai a distanza di quindici anni non è più la stessa, mi manca sicuramente, ma non so se ci tornerei a vivere perché avrei paura di vivere nel ricordo di quella che era. Città sicuramente complicata, città che per alcuni versi ti fa anche arrabbiare, ma è una città che ti rimane dentro, e la città dove sono nato, ho vissuto ed ho tanti ricordi. Quindi il legame è molto forte.

Ai giorni nostri grazie alle tecnologie digitali le persone che si sono avvicinate alla fotografia sono tante. Può essere sicuramente un bene per certi versi, ma anche un grande problema, perché forse il moltiplicarsi dell’immagine ha fatto smarrire il senso di cosa sia davvero una bella foto. Qual è la tua opinione su questa rivoluzione digitale?

Le rivoluzioni tecnologiche sono sempre giuste, che poi ci sia una deriva nel modo in cui vengo utilizzate, forse è corretto anche questo. È vero le immagini sono di facile produzione e di facile circolazione. Ormai tante testate online utilizzano le foto dei lettori, c’è una questione legata alla qualità che l’editoria vuole dare alle proprie immagini. Nel momento in cui si decide di utilizzare foto trovate sul web o avute a costo zero, ahimè c’è un problema. Purtroppo anche in questo caso vale il detto “Tanto paghi un prodotto, probabilmente quello sarà il valore”, questo è un problema che coinvolge tanti soggetti, i fotografi, l’editoria, i lettori un po’ tutto il sistema in sé. Io non ho nulla in contrario a foto fatte da non professionisti del settore, però sicuramente nasce un problema qualitativo delle immagini a cui tutto il sistema editoriale non è riuscito ancora a dare una riposta adeguata.

Di recente la foto di Aylan il bambino siriano di tre anni morto sulla spiaggia in Turchia, pubblicata da moltissime testate italiane e internazionali, ha fatto discutere, e ha mosso le coscienze del mondo occidentale. Una foto deve essere anche sicuramente uno strumento di lotta ma nello stesso tempo tutto ciò non rischia di strumentalizzare il dolore?

Secondo me è giusto mostrare una foto dirompente come quella, deve essere però contestualizzata bene ed utilizzata in modo corretto. Cioè se lo scopo è quello di smuovere la comunità a reagire ad una difficoltà, ad un problema, se serve a sensibilizzare l’opinione pubblica, va benissimo. Il mio timore però è che ormai noi viviamo in una società dove c’è un velato voyerismo, c’è la voglia di vedere un’immagine forte, ma non considerandola per quello che dovrebbe significare, ma per il semplice gusto di vedere appunto un’immagine forte. Corriamo il rischio, di ritrovarci a confondere la finzione cinematografica, digitale con la realtà, con ciò che è vero. Con la conseguenza di creare una sorta di desensibilizzazione che alla lunga potrà essere pericolosa. Cioè il bombardamento di immagini forti che spesso ritroviamo anche sui social, può avere un effetto controproducente. L’idea di voler colpire il fruitore, lo spettatore a tutti i costi, credo che possa avere l’effetto sul lungo periodo, di non fare più presa su chi guarda quelle immagini, annullandone il vero obiettivo di sensibilizzazione.

Essendo la tua professione strettamente legata alle immagini sportive, probabilmente avrai visto anche tanti film che parlano di sport. C’è un film in particolare che ti sentiresti di consigliare uno ai nostri lettori?

Sì, ne consiglio due “Ogni maledetta domenica” di Oliver Stone è un film che ogni tanto rispolvero e l’altro è “Fuga per la vittoria” di John Huston, sono due film che credo non possano mancare nella cineteca di un amante dello sport.

Ultima domanda. Sogno nel cassetto e progetti per il futuro?

La cosa più ovvia è crescere e migliorare, mi sono posto degli obiettivi professionali per quest’anno, ci sono alcuni aspetti personali e tecnici su cui voglio lavorare per migliore la qualità dei miei scatti. Anche perché vedo il mio lavoro come un continuo divenire. Crearmi anche la possibilità di fotografare altri sport diversi da quelli che seguo oggi o anche lavorare nell’ottica di seguire un grandissimo evento, che possa essere una competizione europea, o comunque di grandissimo spessore internazionale, nel quale potrò mettermi alla prova in tutto e per tutto, mettendoci l’anima. Per fare un ulteriore salto di qualità.

Gennaro Nocera

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