Referendum : La Sconfitta Del SI

I risultati del referendum costituzionale tra riflessioni e dubbi circa il futuro dell'Italia

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Il 4 dicembre gli elettori sono stati chiamati a votare per il referendum confermativo su una riforma costituzionale detta anche “riforma Boschi”, dal nome della Ministra per le Riforme e i Rapporti con il Parlamento che l'ha scritta. 

É stato uno degli appuntamenti elettorali più dibattuti; il quesito presente sulla scheda era il seguente: "Approvate voi il testo della legge costituzionale concernente 'Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione' approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?"

 


Ma veniamo al dunque. Cosa avrebbe davvero comportato l'approvazione di tale legge?

La fine del bicameralismo paritario.
È un obiettivo che i diversi governi perseguono dal lontano 1982. La legge Boschi si proponeva di modificare l'articolo 55 della Costituzione, stabilendo che solo la Camera è chiamata a votare la fiducia al governo, esercitando così funzioni di controllo sull'operato dell'esecutivo. La riforma ridefiniva anche i compiti del nuovo Senato che avrebbe dovuto innanzitutto rappresentare  le istituzioni locali e fare da raccordo tra Stato e Regioni. Il nuovo Senato avrebbe partecipato anche alle politiche europee verificando l'impatto sulle realtà locali delle decisioni prese a Bruxelles.

Il fronte del Sì sosteneva che la riforma avrebbe finalmente dato rappresentanza  alle istituzioni territoriali. Avrebbe eliminato l'anomalia del doppio voto di fiducia al governo che spesso determina maggioranze diverse. Dal 1994 a oggi 4 elezioni su 6 hanno portato a maggioranze diverse tra Camera e Senato. 

(Francesco Chimenti, docente di diritto comparato all'università di Perugia)
Il fronte del No sosteneva che un Senato con compiti elettivi avrebbe dovuto essere scelto dai cittadini e che era irrazionale pensare di far fare al Senato due lavori. Come può il sindaco di una grande città fare anche il senatore.
(Alessandro Pace, professore di diritto costituzionale)

La composizione del nuovo Senato
Secondo la riforma il Senato sarebbe dovuto passare da 315 a 95 eletti “rappresentativi delle istituzioni territoriali” cioè 74 consiglieri regionali e 21 sindaci. Ogni consiglio avrebbe eletto un sindaco e due o più consiglieri (in base alla popolazione) della propria regione. Si sarebbe trattato di un'elezione indiretta che sarebbe stata controllata da una legge elettorale scritta ad hoc. Avrebbero fatto parte del senato anche gli ex Presidenti della Repubblica (a vita) e massimo 5 senatori eletti dal Quirinale “per altissimi meriti” la cui carica sarebbe durata 7 anni. Per entrare in senato e per eleggerlo sarebbero bastati 18 anni invece dei rispettivamente 40 e 25 attuali.
Il fronte del Sì sosteneva che visto che i consiglieri-senatori avrebbero dovuto essere rappresentativi dei Comuni e delle Regioni sarebbe stato giusto che fossero eletti dal consiglio regionale stesso. Inoltre il contenimento dei costi sarebbe stato notevole. Si sarebbero tagliati  220 parlamentari e i nuovi senatori non avrebbero avuto più l'indennità ma solo lo stipendio da consigliere regionale.
(Stefano Ceccanti, docente di diritto pubblico comparato alla Sapienza di Roma)

Il fronte del No sosteneva che non avrebbe avuto senso che la nuova assemblea, destinata a diventare voce delle autonomie, non avesse potuto legiferare sul riparto delle competenze tra Stato e Regione. Che per quanto si potesse auspicare una riduzione degli organi legislativi sarebbe stata necessaria una riduzione anche della camera, per non creare eccessive sproporzioni.

(Ugo De Siervo, ex presidente della Consulta e ordinario di diritto costituzionale a Firenze)

Le nuove leggi

Il sistema bicamerale “paritario” si sarebbe trasformato in “differenziato” e il Senato avrebbe partecipato in maniera diversa alla formazione delle leggi in base alla loro tipologia. Il sistema “bicamerale” sarebbe rimasto in vigore per le leggi costituzionali o di loro attuazione: referendum, minoranze linguistiche, leggi elettorali, ineleggibilità e insindacabilità, trattati UE, ordinamento degli enti locali. Per altre leggi si sarebbe passato al sistema “monocamerale partecipato”: la Camera approva il testo da sola, ma palazzo Madama può discuterlo entro 10 giorni su richiesta di almeno un terzo dei senatori.

Il fronte del Sì sosteneva che il nuovo testo legislativo, seppur più lungo e articolato, sarebbe stato necessario a distinguere con precisione le 14 leggi che sarebbero rimaste bicamerali dalle altre. È quello che avviene in Belgio, Francia e Germania, dove le autonomie sono rappresentate dalla seconda Camera.

(Roberto Bin, professore di diritto costituzionale all'Università di Ferrara)

Il fronte del No sosteneva che non sarebbe stato possibile per qualche sindaco e alcuni consiglieri, oltre ai 5 senatori di nomina presidenziale, svolgere tutte le funzioni che il testo della riforma assegnava al nuovo Senato. Sarebbe a questo punto stato meglio abolire del tutto il Senato e adottare una più chiara e radicale soluzione monocamerale.

(Gaetano Azzariti, professore di diritto costituzionale presso l'Università La Sapienza di Roma)

Abolizione di Cnel e Province

L’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro  e la cancellazione della province dalla Costituzione erano due tra i principali tagli ai costi della politica che la riforma Boschi si proponeva. Il CNEL, nato nel 1957 con funzioni di consulenza alle Camere, ha prodotto il 60 anni 14 disegni di legge (nessuno approvato), 96 pareri, 270 studi, 90 relazioni. Il suo costo è di 20 milioni all'anno, ma l'abolizione non avrebbe prodotto un risparmio equivalente visto che i dipendenti, trasferiti alla Corte dei Conti, avrebbero continuato a costare 7 milioni. Le province sarebbero uscite dalla Costituzione e si sarebbero trasformate in “enti di vasta area” insieme alle città metropolitane. La legge Delrio del 2014 ha di fatto già cancellato le giunte provinciali, prevedendo che i consigli non vengano più eletti dai cittadini, ma da sindaci e consiglieri regionali.

 

Il fronte del Sì sosteneva che l'abolizione del CNEL e delle province rispondeva perfettamente ad una logica di risparmio. Il personale degli enti sciolti non sarebbe sparito, ma sarebbe stato ricollocato in altre amministrazioni che avrebbero coperto i posti vacanti invece di procedere a nuove assunzioni. Per risparmiare non bisogna per forza licenziare, basta sostituire il personale che va in pensione con quello in esubero.

(Carlo Dell'Arringa, docente di economia politica all'Università Cattolica di Milano)
Il fronte del No sosteneva che, sebbene il CNEL negli ultimi decenni non sia stato rilevante, sarebbe improprio definirlo inutile. È stata una sede di confronto sociale e ha elaborato studi e proposte non disprezzabili. L'abolizione delle province è una pessima riforma istituzionale che avrebbe potuto anticipare ciò che sarebbe accaduto con l'elezione dei senatori da parte delle regioni. Solo quando i cittadini eleggono direttamente i propri rappresentanti gli eletti hanno più forza e sono controllabili
(Alfiero Grandi, ex segretario confederale della CGIL)

Stato e Regioni

Il Titolo V approvato nel 2001 dà maggiori poteri ed autonomie alle regioni. La legge Boschi si proponeva di modificarlo eliminando le competenze concorrenti tra Stato e Regioni, che diventano esclusivamente del primo. Tra queste vi sono: il fisco, le infrastrutture, la produzione e distribuzione di energia elettrica, la previdenza, la comunicazione e il commercio con l'estero. La riforma prevedeva inoltre un tetto agli stipendi di governatori e consiglieri regionali (quindi anche dei nuovi senatori) che non avrebbero potuto superare quelli dei sindaci capoluogo di regione.

Il fronte del Sì sosteneva  che adeguare la retribuzione dei consiglieri regionali a quelli dei sindaci dei capoluoghi avrebbe ridotto di parecchio le indennità. I risparmi sarebbero stati significativi e le risorse si sarebbero potute dirottare su servizi come scuole e trasporti.

 

(Elisabetta Gualmini, politologa e vice presidente della regione Emilia Romagna)

Il fronte del No sosteneva che il risparmio sarebbe stato irrisorio, senza contare i rimborsi per le trasferte dei consiglieri regionali a Roma. I veri costi della politica, come le municipalizzate, non sarebbero stati neanche toccati.

(Gaetano Qualgiariello, senatore ed ex ministro delle Riforme)


Il No ha vinto con circa il 59% dei voti, provocando le immediate dimissioni del premier Matteo Renzi.

Io ho votato Sì e confesso che, ignorando i sondaggi, ho sinceramente sperato fino all'ultimo in un risultato diverso. Mi trovo quindi ad interrogarmi sulle ragioni del fallimento del SI e a cercare di capire perché una legge  a mio parere valida, seppur con diverse imperfezioni, non abbia trovato un sufficiente consenso.

Quello che ha contraddistinto la corsa al voto e, probabilmente, ha causato la vittoria del No è stata l'attitudine, tutta italiana, di fare di tutta l'erba un fascio. Pochissimi elettori hanno, infatti, valutato il testo della riforma per quello che era, mentre molti ne hanno fatto un'occasione per giudicare l'operato del governo anche in ambiti che con il referendum costituzionale non avevano niente a che fare. Questo purtroppo è avvenuto per colpa di un  errore di comunicazione da parte di entrambi fronti, quello del Sì che si è quasi identificato con la figura del Presidente del Consiglio e quello del No che ha sfruttato questo appuntamento elettorale per lanciare una critica al Premier stesso. 

E tra i sostenitori del No, confusi forse da questa strategia elettorale, non c'erano solo i seguaci di Salvini, persone che, senza nemmeno sapere di cosa stanno parlando, auspicano respingimenti indiscriminati e l'uscita dell'Italia dall'euro, anche perché con questi individui evito accuratamente di intrattenerci qualunque tipo di conversazione, ma si contavano anche persone di buona cultura, con una discreta conoscenza della politica, che hanno per anni criticato l'operato dei vari Andreotti, Craxi e Berlusconi, che da sempre si lamentano degli eccessivi costi della politica e che ora si ritrovano a dire: “Ho votato No perché Renzi ha sbagliato a fare La Buona Scuola o il Jobs Act”. Ammesso che sia vero, cosa centrano adesso il Jobs Act o La Buona Scuola con il referendum? Nulla; è il classico esempio di ragionamento qualunquista di chi deve essere per forza o del tutto a favore o del tutto contro.

 


Oltre al giudizio sul Presidente Renzi potrebbe aver influito sul risultato anche la perdita di popolarità della Ministra Maria Elena Boschi, toccata durante il suo mandato da due scandali: quello di Banca Etruria e quello del Petrolio in Basilicata. Episodi in cui è difficile farsi un'idea chiara del reale coinvolgimento della ministra, anche se entrambe le mozioni di sfiducia contro di lei erano state rigettate, ma che nulla avevano a che fare con la riforma costituzionale. 
E anche in questo caso non posso che farmi una domanda: se fosse stato un uomo, magari anche ultrasessantenne, ad essere messo in dubbio da controversie, sicuramente non trascurabili, ma in questo particolare frangente completamente irrilevanti sarebbe stata la stessa cosa? O forse il fatto di essere una giovane donna, in un paese di vecchi che ancora stenta a raggiungere la parità di genere, ha penalizzato più del necessario la figura di Maria Elena Boschi e, di conseguenza, una legge che portava il suo  nome. 
Bene inteso io non voglio ne difendere ne accusare la Ministra; dico solo che o la si sfiduciava quando ce n'è stata l'occasione e si dava a qualcun altro la possibilità di fare le  riforme, oppure, dal momento che la maggioranza del parlamento si era espressa in suo favore, si sarebbe dovuta superare la questione ed impedire che le sue presunte e non accertate colpe condizionassero il giudizio sul suo operato in un contesto totalmente diverso.
A onor del vero bisogna dire che il testo non era certo privo di difetti e discrasie. Un aspetto che non convinceva del tutto neanche me era ad esempio l'immunità parlamentare per i senatori. Ma  è necessario essere consapevoli che, in Italia come in ogni altra democrazia, le riforme si fanno in assemblee politiche dove la ricerca del consenso impone  di scendere a compromessi e di mettere talvolta in secondo piano alcuni dettagli pur di raggiungere un esito complessivo utile. Quindi dinnanzi  alla possibilità, che probabilmente non si riproporrà mai più, di eliminare 220 poltrone continua a sembrarmi molto strano che il popolo italiano non abbia voluto cogliere l'occasione di iniziare a ridurre gli oneri causati dalle istituzioni. A volte bisognerebbe capire che, se non si può ottenere tutto subito, è meglio iniziare a cambiare la cose a piccoli passi piuttosto che stare fermi del tutto. 

In ogni caso bisogna riconoscere che il fronte del No ha avuto l'abilità di cavalcare un'insoddisfazione generale, sempre facile da trovare in Italia sia in presenza che in assenza di valide motivazioni, dato che siamo noti in tutto il mondo per “non essere mai contenti”. Il governo, dal canto suo, è stato penalizzato da errori passati, che sicuramente ci sono stati, ma che non avevano nessun legame con il testo della legge Boschi. Questo è accaduto anche perché il Premier ha commesso l'imprudenza di personalizzare troppo la campagna elettorale.

Volendo fare comunque un bilancio parzialmente positivo di questo appuntamento elettorale, è giusto affermare che due cose buone sono accadute in questo 4 dicembre. L'affluenza alle urne è notevolmente aumentata, anche per un referendum senza quorum. Questo significa che il popolo italiano ha superato la passività che da tempo lo attanagliava e si è ripreso, attraverso il voto, il suo potere decisionale. La seconda è che un Premier, che ha commesso diversi errori ma che, a mio avviso, rimaneva in questo momento politico se non il meglio almeno il “meno peggio possibile”, ha compiuto un gesto di estrema dignità e correttezza, qualità pressoché mai viste nello scenario politico italiano degli ultimi decenni, ha ammesso la sua sconfitta e rassegnato le dimissioni pronunciando un intenso e toccante discorso di cui riporto alcune parti: 

Oggi il popolo italiano ha parlato, ha parlato in modo inequivocabile. Ha scelto in modo chiaro e netto e credo che sia stata una grande festa per la democrazia. Le percentuali di affluenza sono state superiori a tutte le attese. È stata una festa che si è svolta in un contesto segnato da qualche polemica in campagna elettorale, ma in cui tanti cittadini si sono riavvicinati alla Carta costituzionale, al manuale delle regole del gioco, e credo che questo sia molto bello, importante e significativo. 
Sono orgoglioso dell’opportunità che il Parlamento, su iniziativa del governo, ha dato ai cittadini di esprimersi nel merito della riforma. Viva l’Italia che non sta alla finestra ma sceglie. Viva l’Italia che partecipa e che decide. Viva l’Italia che crede nella politica.
Il No ha vinto in modo netto, ai leader del fronte del No vanno le mie congratulazioni e il mio augurio di buon lavoro nell’interesse del Paese, dell’Italia e degli italiani. Questo voto consegna ai leader del fronte del No oneri e onori insieme alla grande responsabilità di cominciare dalla proposta, credo innanzitutto dalla proposta delle regole, della legge elettorale. Tocca a chi ha vinto, infatti, avanzare per primo proposte serie, concrete e credibili.
 Agli amici del Sì, che hanno condiviso il sogno di questa riforma, una campagna elettorale emozionante, vorrei consegnare un abbraccio forte, affettuoso, vorrei uno per uno. Ci abbiamo provato, abbiamo dato agli italiani una chance di cambiamento semplice e chiara. Ma non ce l’abbiamo fatta, non siamo riusciti a convincere la maggioranza dei nostri concittadini. Volevamo vincere, non partecipare e allora mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta e dico agli amici del Sì che ho perso io, non voi.

Chi lotta per un’idea non può perdere. Voi avevate un’idea meravigliosa, in particolare in questa stagione della vita politica europea. Volevate riavvicinare i cittadini alla cosa pubblica, combattere il populismo, semplificare il sistema e rendere più vicini cittadini e imprese. Avete fatto una campagna elettorale casa per casa, a vostre spese, senza avere nulla da chiedere ma solo da dare. Per questo voi non avete perso.”

 


Ora non posso fare a meno di preoccuparmi per il futuro dell'Italia. Primo perché è veramente ironico che, dopo sei anni di recessione e due di stagnazione, ci ritroviamo ad avere una crisi di governo proprio nel primo anno di ripresa economica. Secondo le previsioni rese note dagli analisti prima del referendum, il PIL del 2016 avrebbe dovuto registrare un aumento dello 0,8%, aumento che sarebbe salito allo 0,9% nel 2017 e all'1% nel 2018. Cambiamenti piccoli, ma che, a poco a poco, avrebbero potuto portare il nostro paese fuori da questa condizione di improduttività. Cosa succederà ora senza un governo stabile? L'Italia sarà in grado di crescere ugualmente? 
Secondo Goldman Sachs no, nel suo Outlook sull’Europa la grande banca d'affari ha affermato che in seguito alla crisi di governo l’Italia potrebbe ripiombare in recessione, perdendo sei punti di PIL, 600.000 posti di lavoro e miliardi di investimenti. 

Inoltre, essendoci ancora un senato elettivo, la situazione in caso di ritorno alle urne sarebbe ancora più complessa. Ci si troverebbe, infatti, a votare con due leggi completamente diverse alla Camera e al Senato. La legge in vigore alla Camera è l’Italicum che tende a dare a chi vince una netta maggioranza. Questo è garantito dal premio di maggioranza che viene assegnato a chi ottiene il 40 per cento dei consensi su base nazionale o vince un ballottaggio tra i due partiti più votati. Quindi con l’attuale tripolarismo italiano, dove ci sono tre coalizioni che hanno più o meno un terzo dei voti a testa, il premio di maggioranza permetterebbe ad una di queste coalizioni di avere la maggioranza alla Camera, ma non al Senato, dove c’è una situazione diversa. La legge elettorale del Senato è il cosiddetto “Consultellum”, cioè un’evoluzione del “Porcellum”, legge elettorale scritta nel 2005 dall’allora ministro Roberto Calderoli e poi modificata dalla Corte Costituzionale. Si tratta di un proporzionale quasi puro che crea un’estrema frammentazione del voto e rende quasi impossibile formare una maggioranza. Secondo una simulazione realizzata poche settimane fa, sulla base degli attuali sondaggi, ad oggi l’unica maggioranza possibile in Senato sarebbe un’alleanza PD-M5S oppure PD-Forza Italia-Lega Nord, entrambe impraticabili.
Se votassimo domani, con le due leggi elettorali in vigore, il risultato sarebbe una Camera con una netta maggioranza del PD o del Movimento 5 Stelle (al momento i due principali partiti secondo i sondaggi) e un Senato spezzettato e non in grado di formare una maggioranza. 


Quindi quali sono gli scenari possibili per l'Italia del dopo Renzi? Verrà istituito un governo tecnico fino a fine legislatura o ne verrà creato uno di scopo, con l'obiettivo di approvare una nuova legge elettorale e riportare il paese alle urne nella primavera 2017? 
Possiamo solo aspettare e fidarci dell'indubitabile saggezza del Presidente la Repubblica, Sergio Mattarella.



Adriana Fenzi

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