Tanto Votammo Che Poi Non Vinsero

Il voto regala gloria ai Cinque Stelle ma non una maggioranza assoluta: esulta anche la Lega ma la palla passa a Mattarella

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La neve si è sciolta, e nella politica italiana tanto tuonò che poi non piovve. Tra lunghe file ai seggi e bollini da staccare ma senza alcun servizio di porcellana da vincere, l’agognato 4 marzo è arrivato, dopo due o tre mesi di bombardamenti mediatici dove bastava solo trovare le parole giuste per catturare nella rete il maggior numero di elettori. Ed è quello che hanno fatto Lega e Cinque Stelle, uscite apparentemente vincitrici dal Gran Premio Elettorale, ma è come se i giudici di pista ora dovessero verificare che le vetture siano in regola. Sì, perché come era accaduto a fine gennaio per la votazione del presidente della Federcalcio, anche nella politica ordinaria si fanno le elezioni e poi non vince nessuno. L’Italia è spaccata, divisa e non certo da queste elezioni. Il mezzogiorno si è aggrappato in massa a Beppe Grillo, al nord vince il colore blu del centrodestra. Tuttavia, la maggioranza ottenuta dalla coalizione di centrodestra e il M5S non è assoluta da formare un governo. Di Maio deve rimettere la lista dei ministri nel cassetto, prima di proporla non appena il rebus si dipanerà, e si dichiara disponibile al dialogo dopo aver scartato qualsiasi ipotesi di inciucio. Qual è dunque la via maestra? Una verità è che il paese vive in base alle dichiarazioni di pancia e non di testa. Chi arringa le folle vince, soprattutto se gli avversari non sanno contrattaccare con una campagna elettorale efficiente, facendo leva su una apatia italiana fomentata dalle mille problematiche che avvolgono il paese e in balia della contestazione perenne verso chi siede in parlamento. E siccome nessuno c’è riuscito a vendersi come si deve, hanno vinto la retorica voglia di cambiare e di rivoltare come un calzino il bipolarismo, e il boom dei Cinque Stelle è l’ennesima testimonianza di come non vi sia una guida politica forte ma un sempreverde voto di protesta. Ma attenzione: non è con le reazioni di pancia che si governa un paese. La politica di Salvini pare più quella della distruzione che della costruzione, in un contesto storico dove i muri sono stati via via abbattuti e la lotta all’immigrazione clandestina non può certo essere un ostacolo per chi invece si sposta e lavora con tutte le carte in regola.

L’Italia che doveva risolvere il problema della governabilità, ennesimo compitino da svolgere arrivato direttamente da Bruxelles e dovere nei confronti di se stessa e dei cittadini in questi anni di crisi, fa invece marcia indietro e prende 4 in pagella. Il referendum indetto da Renzi nel dicembre 2016, dove trionfarono i “No”, pur non essendo una votazione politica, è stato derubricato come l’antidoto per sbarazzarsi dell’ex sindaco di Firenze. Ne sono usciti rafforzati Grillo, Salvini e Berlusconi che, seppur quest’ultimo non abbia ottenuto i risultati sperati, sono infatti saliti sugli scudi di questi risultati elettorali. A torto o a ragione, l’interesse del paese pare sempre l’ultimo dei problemi. Contano gli uomini e gli attacchi personali, conta screditare più che edificare, conta dividersi più che collaborare, mandare a casa più che mandare in parlamento, a maggior ragione nella più svilente campagna elettorale di sempre. In un’Italia che, vuoi per la legge elettorale in vigore, vuoi per la miriade di partiti che si portano via percentuali di voto, non si riesce più a comporre una maggioranza forte che dia risposte su scuola, sanità, lavoro e immigrazione. Già, l’immigrazione: uno dei fulcri della politica leghista che ha cavalcato per accrescere i suoi consensi. Si grida già alla terza Repubblica: la prima finì miseramente con tangentopoli, per la seconda è servito

E adesso? Nel paese del disaccordo, qualcuno dovrà accordarsi. Difficile che due punti di vista così opposti come quelli di Salvini e Di Maio possano coincidere. Renzi annuncia le dimissioni, prima smentite e poi confermate nel pomeriggio dalla sua stessa voce, e spacca ulteriormente il suo partito già diviso a sufficienza: perché annunciarle ma aspettare la composizione del nuovo governo? Antifascisti e anticomunisti, violenze di piazza e sgradevoli adesivi, certificano un revival degli anni Settanta, dove la contestazione era all’ordine del giorno. Quello di Gentiloni è stato il governo numero sessantaquattro della storia repubblicana, praticamente quasi un governo all’anno. Il sessantacinquesimo ora è nelle mani delle alleanze vere o presunte, dei confronti e delle mediazioni, ma soprattutto di una persona più in alto di tutti che in questo momento non sappiamo quanto sia invidiata: Sergio Mattarella. Ci auguriamo che davanti al suo imponente ruolo e alla sua statuaria figura, tutte le parti in gioco trovino la soluzione giusta. Per una volta, vivaddio, per il bene del paese. Altrimenti facciamo così: aboliamo le elezioni. Tanto poi non vince nessuno.

Stefano Ravaglia 

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