Primo Maggio: Lavoratori Per Scelta O Per Possibilità...

Primo Maggio: Lavoratori Per Scelta O Per Possibilità...

Arriva il centoventinovesimo Primo Maggio e si continua a festeggiare.Sono passati 133 anni da quando a Chicago si manifestava per rivendicare la la giornata lavorativa di 8 ore.

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Arriva il centoventinovesimo Primo Maggio e si continua a festeggiare.Sono passati 133 anni da quando a Chicago si manifestava per rivendicare la la giornata lavorativa di 8 ore.Oggi siamo nella fase di dismissione di molte delle tutele, raggiunte nel tempo, a costo di lotte forse solo da alcuni punti di vista meno dure di quelle del XIX secolo.Che significato assume, dunque, oggi, questa ricorrenza?Per molti è un giorno di ferie buono per allungare un weekend e gustare il sole del bel Paese; per i più giovani un’occasione per vivere epicamente il concertone del Primo Maggio ed i vari concerti nelle città italiane più vive.Ma può essere anche altro? Sì. Può festeggiare chi si sente fortunato perché un lavoro ce l’ha, ma questa festa può avere anche un retrogusto amaro per chi la possibilità di lavorare la cerca, ma non riesce a trovarla.L’Istat ha da poco pubblicato i dati sulla disoccupazione nel 2018. I tassi di disoccupazione in generale, e di quella giovanile in particolare, restano stabili; un aspetto che attira la nostra attenzione è che il pareggio con l’anno precedente si ha con una crescita dei lavori a termine o autonomi, (i quali spesso lo sono solo da un punto di vista fiscale), a discapito di quelli permanenti.Le componenti con cui leggere questo dato possono essere diverse.Ci sono i giovani neolaureati, senza esperienza, che non riescono ad entrare nel mercato del lavoro, magari perché sprovvisti di master dai titoli altisonanti e dalle molte iniziali maiuscole, e dai relativi servizi di placement.Abbiamo giovani inseriti nel mondo lavorativo, ma con impieghi non inerenti ai loro studi, (e qui vengono subito in mente gli operatori di call center), i quali, una volta acquisite quelle particolari competenze, con la prospettiva di guadagnare qualcosa nell’attesa di un lavoro più consono ai loro studi, non riescono più a cambiare l’indirizzo dei loro CV.Vanno considerati qui anche i giovani che sono riusciti in qualche modo ad intraprendere un percorso che sono interessati a continuare, ma che non vedono prospettive a medio o lungo termine dal basso dei loro contratti a tempo determinato. Il concetto di flessibilità, utilizzato come arma di ricatto dal neoliberismo dominante, ha falciato loro come una scure i sogni di affrancazione dalla famiglia di origine.Tutto questo ha un forte impatto sociale sulla categoria dei giovani ad alta scolarizzazione, che vive maggiormente le difficoltà occupazionali; ma anche e, soprattutto, colpisce la persona su un piano psicologico: la mancanza di prospettive, di indipendenza economica e, anche, della possibilità di creare una situazione familiare autonoma, incide sul benessere psicofisico dell’individuo, come molti studi recenti hanno ribadito.

Analisi della situazione occupazionale italiana di diversa impostazione ne hanno ricercato le cause.Alcuni le hanno individuato nell’Europa neoliberista di stampo germanico, che ha debellato progressivamente lo stato sociale, creato a fatica a partire dal dopoguerra, con un’attiva partecipazione delle associazioni dei lavoratori.Altri indicano lo smantellamento del sistema educativo italiano, iniziato dal linguista ed ex ministro dell’Istruzione De Mauro, che ha fortemente voluto la trasformazione dell’università da fucina di menti critiche a produttrice di accumulatori di crediti formativi, acquisibili così come si acquistano prodotti; demolizione poi proseguita e portata a termine dalla Gelmini.Probabilmente, nell’ecosistema Italia una serie di cause ha interagito tra di loro e con fattori esogeni per portarci alla situazione attuale.Ma possono ora esistere soluzioni locali, là dove la geopolitica ci illustra le risonanze dei movimenti globali in ciascun Paese?Se a livello nazionale le politiche sociali si possono cambiare, è più difficile immaginare un Paese, neanche tra i più potenti, gestire fenomeni globali che incidono fortemente sul mercato del lavoro.Pensiamo alla delocalizzazione delle risorse umane in mercati low cost ma ad alto valore aggiunto, come l’India, e alla mancanza di possibilità di coesione tra lavoratori dello stesso settore e/o della stessa azienda, i quali sono fisicamente dislocati su differenti continenti, di conseguenza gestiti con regole diverse, e quindi latori di interessi non accomunabili.Come, dunque, festeggiare?Rispondiamo con una parola, resilienza, che nel XXI secolo prende il posto della più sbiadita resistenza.Questa capacità di un materiale di resistere ad un urto, assorbendone l’energia, che può essere rilasciata dopo la deformazione che ne deriva, e quindi, di re-salire, di rimbalzare, ripercuotersi, può essere l’atteggiamento che funga da monito ai nostri giovani.Può essere inteso come sprone ad utilizzare l’energia con cui vengono respinti dal mercato del lavoro per re-investire in loro stessi, (cresce secondo l’Istat il numero dei giovani che prende una specializzazione universitaria), in start up creative e nell’investimento sul territorio.Per la prima volta, dopo molti anni, si è invertito un fenomeno, per cui oggi i giovani meridionali, dopo gli studi, tornano nelle terre di origine, contribuendo alla lieve ripresa dell’economia del Mezzogiorno, che vieni così illustrata dal rapporto Svimez del 2018: «la ripresa della crescita indica alcuni elementi positivi nell’economia meridionale, che ne mostrano una resilienza alla crisi».

Gioia Di Mattia

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