Il Calcio Non è Di Chi Lo Ama

Il tribunale federale manda il Palermo in C al termine di una stagione tra le più orrende della serie cadetta

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L'alba: i calendari fatti in ritardo dopo un'estate in cui fu presa la decisione di saltare le regole e mettere diciannove squadre cancellando i ripescaggi dieci giorni dopo averli confermati. Il tramonto: ieri, quando il Palermo è stato spedito in serie C con 47 milioni di debiti e irregolarità latenti su tre iscrizioni ad altrettanti campionati tra il 2015 e il 2017. La serie B 2018-19 è forse il peggior spettacolo che il calcio nostrano potesse partorire, ma a dire il vero negli ultimi anni c'è solo da scegliere. Non che un tempo non ci fossero gli scandali: il calcioscommesse con le camionette in campo nel marzo del 1980, venute a prelevare giocatori e dirigenti per condurli direttamente al gabbio, il presunto doping della Germania mondiale del 1954, i mondiali del 1978 disputati con la dittatura di Videla fuori dagli stadi e così via. Ciò che fa restare basiti in questo paese è la recidiva: l'Italia, dopo il successo del 2006 (a proposito, l'estate di calciopoli) aveva l'opportunità di salutare un certo tipo di calcio, insieme a quella vecchia guardia che dopo il trionfo di Berlino si apprestava ad appendere le scarpe al chiodo e invece non ha fatto altro che sprofondare sino ad arrivare a scavare.

Tre Mondiali da dimenticare: nel 2010 fuori in un girone con Nuova Zelanda e Slovacchia, nel 2014 ko dalla Costa Rica, nel 2018 la Nazionale di Ventura non si è nemmeno qualificata. Mentre infuriavano proclami di rinascita e cambiamento, gli errori e le batoste non hanno fatto altro che ripetersi. Fallimenti che, e veniamo al nocciolo, sono lo specchio di un pallone totalmente senza regole, o meglio, con regole che non vengono rispettate e decisioni a discrezione dei poteri forti o di chi vuol avere più voce in capitolo. Così come la Superlega quasi annunciata nei giorni scorsi toglierà la democrazia del pallone europeo, lo stesso sta accadendo in Italia: 155 club falliti, alcuni anche più volte, soltanto dal 2002 ad oggi. Gli interessi dei ricchi che vogliono essere ancor più ricchi, il campionato di serie A divenuto ormai lo zimbello del continente con una squadra che, seppur per certificati suoi meriti, ha ucciso la concorrenza e polverizzato quei bei tornei in cui all'ultima giornata si arrivava con due o tre squadre in lizza. Fosse solo questo il problema: il Parma che va in Europa e il giorno dopo fallisce, comprato dal desaparecido Manenti a un euro, il quale promette garanzie che sa perfettamente di non avere. Il Modena che lascia i propri tifosi senza partite per un anno prima di ripartire dalla D, la Reggiana che fallisce nell'anno del suo centenario, il Chievo che si dà alle plusvalenze (per carità, mica solo loro) e va a processo il 12 settembre, cioè a campionato iniziato, ma ce n'è anche ai piani alti: il Milan, dopo un infinito tira e molla, che passa in mano ai cinesi in mezzo a proclami di rinascita. E poi, questo Yongong Li, chi l'ha più visto.

Finta applicazione delle regole, organi che dovrebbero controllare ma non lo fanno, la FIGC che il 29 gennaio 2018 non riesce a partorire un presidente federale perché nessuno è in grado di accordarsi, e poi mette Gravina col 97% delle preferenze, senza alcun altro candidato. Piccolo particolare: nel giugno dello scorso anno lo stesso Gravina, da presidente della serie C, aveva dichiarato: "Siamo la categoria con meno debiti. Abbiamo 60 milioni di disavanzo contro i 78 del solo Cesena in B". Una pietosa e squallida gara tra poveri. Già, il Cesena, che piano piano affonda e nessuno al largo è in grado di vederlo. Il calcio e la giustizia sportiva non hanno alcuna credibilità: proprio la C è stato il torneo più martoriato, con i calendari fatti dopo la metà di settembre perché ancora non si era in grado di capire chi partecipasse ai campionati. Oggi, il caso Palermo è solo l'ultimo di una lunga serie. Il tribunale federale che ha preso il provvedimento ha parlato di "quadro molto grave", eppure la società dice: "Abbiamo letto la sentenza ma rimaniamo davvero stupiti". In un certo senso anche noi: dal fatto che dopo tredici anni da un trionfo in Coppa del Mondo, oltre a non avere crescita anche al di fuori del calcio e bagarre politica vita natural durante, abbiamo tirato alle ortiche tutto il patrimonio pallonaro di cui avevamo potuto vantarci per almeno cinquant'anni. Ipotizziamo un nuovo stadio e scattano le manette, decidiamo l'orario di una partita e poi lo cambiamo a discrezione variopinta. Ma le orecchie vanno tirate anche ai tifosi: quando la corda è troppo tesa, dovrebbe spezzarsi. Niente più abbonamenti, niente più stadio, niente più dipendenza da uno sport che qui fa di tutto per farsi odiare. Eppure nulla: anche domenica prossima saremo là, imperterriti, a fare come se niente fosse a nutrire la piovra. In piedi su una gradinata di uno dei mille stadi obsoleti del paese o davanti alla tv a sentire quell'orrenda musichetta che presenta la "Serie A Tim" e ci sbatte in faccia lo slogan più ipocrita di tutti: "Il calcio è di chi lo ama". Non proprio, o almeno non più. Sarebbe ora di capirlo, una volta per tutte.

Stefano Ravaglia 

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