Mario Bonanno

La musica si è trasformata in qualcosa di ignobile.

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Mario Bonanno, musicologo, giornalista e scrittore è l’autore del libro “La musica è finita, Quello che resta della canzone d’autore” edito per la nuova serie della collana Sconcerto di Stampa Alternativa. Un libro che parla di trent’anni di musica attraverso la raccolta di interviste, saggi e articoli di riviste e giornali.

Buongiorno Sig. Bonanno subito la prima domanda : ma perché la musica è finita?

Proviamo a capirlo analizzando anche i tempi che viviamo armati solo della cruda verità, nel ricordo di giorni che furono, e di canzoni che ancora oggi hanno il potere di evocare ricordi ed atmosfere che appartengono ad una gioventù completamente diversa da quella attuale. Non conoscendo i cantautori di musica italiana inconsapevolmente si perde la bellezza di poesie cantate inevitabilmente connesse al momento storico in cui sono state scritte, poesie che forse nessuno avrà mai più l’ardire di scrivere e allora forse, la musica è davvero finita.

Quando e come decide di scrivere di storia del cantautorato italiano?

Quello per la canzone d’autore è un interesse nato sui banchi di scuola. A un certo punto mi sono accorto che le parole nei dischi dei cantautori suonavano spesso più autentiche delle poesie che ci facevano studiare. Rappresentavano, inoltre, un’alternativa intelligente al verseggiare banalissimo di Sanremo e al tormentone “Spandau o Duran Duran?” Si era all’alba degli anni Ottanta, io cominciavo a scrivere sui giornali e per l’Italia e per la musica cominciava a tirare un’aria vacua. Superficiale. Nella sua espressione più riuscita credo che il cantautorato italiano abbia espresso una prossimità con la letteratura e la poesia che lo rende ancora oggi un fenomeno assolutamente irripetibile, da storicizzare.

Chi è il lettore ideale un appassionato di musica, un appassionato di storia?

Ritengo che senza il contesto fervido degli anni Settanta molti dei cantautori italiani non avrebbero riscosso i consensi che hanno riscosso. Per la stretta correlazione con la storia di quel periodo i miei libri hanno spesso proceduto quindi sul doppio binario dischi-società. A essere sincero il mio lettore non lo immagino. Posso dirle quello che più mi auguro, cioè che il mio lettore-tipo sia giovane e curioso, portatore sano di futuro e di libero pensiero. Interessato tanto agli avvenimenti a noi più vicini (quelli che quasi sempre non si studiano a scuola) e anche ai dischi che, in maniera diversa, hanno provato a raccontarli.

Le canzoni d’autore non ci sono più perché non c’è più ha la capacità di scrivere canzoni d’autore o non c’è più chi ascolta?

Temo che entrambe le componenti abbiano inciso in maniera determinante sulla scomparsa della canzone d’autore. Fatico a rintracciare eredi ai Gaber, ai Vecchioni, ai Guccini. Credo che manchino per mancanza di slanci ideali, per sciatteria culturale e anche per inedia generale. Oggi come oggi se vai da un discografico e ti presenti con un brano alla Lolli o anche alla Guccini, come minimo chiama l’ambulanza. C’è in giro voglia di leggerezza, una leggerezza assolutamente ingiustificata e peraltro smentita dai fatti quotidiani. Compresi quelli musicali.

C’è qualcuno che fa buona musica oggi e che può essere definito un buon cantautore?

Mi piacciono le canzoni che scrive Luca Ghielmetti che nella vita, peraltro, credo faccia il farmacista. Ho recensito in modo positivo due album di Piero Sidoti, l’ultimo di Filippo Andreani. Alessio Lega si inserisce nel “filone” della protest-song con buona dignità, ma non ascolto più molti dischi nuovi. Parafrasando il Franco Battiato di Patriots: la musica contemporanea mi butta giù.

In questi anni in politica si accumulano consensi sfruttando le paure delle persone, oggi, allo stesso modo, vincere il Festival di Sanremo o avere successo con una canzone che parla di attualità è un “vincere facile”?

Sono convinto che il discrimine qualitativo tra le canzoni sia dettato dal come piuttosto che dal cosa scrivi e canti. Esistono canzoni d’attualità infarcite di retorica e luoghi comuni al punto da risultare di pessimo gusto, ed esistono canzoni d’amore evocative al punto da rasentare la perfezione. Non è una questione di generi: sotto il profilo della qualità Sanremo è una manifestazione oscena perché le canzoni che vi partecipano sono, di solito, canzoni oscene, scritte malissimo.

Negli anni 70 la musica era un ulteriore strumento di protesta che andava a rafforzare le contestazioni nelle piazze e nelle università, la musica ha ancora questo potere?

Dagli anni Settanta i tempi sono drasticamente cambiati e non credo in meglio. E’ da un po’ che ho smesso di credere che a “canzoni si fan rivoluzioni/ si possa far poesia”, per dirla alla Guccini. La musica è fiacca perché le piazze sono diventate fiacche. Esistono gruppi capaci di infiammare ancora le platee militanti (Modena City Ramblers e Gang su tutti) ma sotto l’aspetto letterario i testi non sono paragonabili a quelli dei cantautori. Siamo piuttosto dalle parti del "temino d’attualità" scritto onestamente, oppure del vero e proprio tazebao. La canzone d’autore è stata ben altro.

Volendo fare un paragone con la gioventù di oggi e quella degli anni 70, quali sono le differenze più evidenti?

La generazione movimentista anni Settanta ha tenuto le prove generali della rivoluzione, e lo ha fatto passando anche da canzoni, letture, film, significativi. Espressioni artistiche con dentro un contenuto, un messaggio, come si diceva ai tempi in cui la locuzione non era stata assimilata a una bestemmia. “Tutto subito!” era molto più che uno slogan assembleare, era un modus vivendi collettivo, sotto diverse latitudini. La gioventù di oggi mi sembra autistica, per diversi aspetti. E anche nichilista. Persino il così detto sballo è diventato fine a se stesso, non sottende all’allegria. E’ il sintomo di una progettualità carente, di una totale assenza di slanci vitalistici. I giovani di ieri inseguivano un grande sogno e vivevano di conseguenza, quelli di oggi inseguono per lo più traguardi consumistici e si limitano a sopravvivere. E’ anche vero che questa è un’analisi sommaria e come tutte le analisi sommarie lascia il tempo che trova. Le belle eccezioni si trovano sempre.

La musica nelle scuole si ferma sempre ai grandi autori della musica classica: integrerebbe il piano di studi delle scuole con lo studio di Mogol, Battisti, Dalla, Vecchioni ecc…?

Nel modo più assoluto. Solo che farei volentieri a meno di Mogol. La vulgata popolare lo spaccia per poeta ma se è poeta Mogol allora gente come Fossati, De Gregori, De Andrè, Vecchioni stesso, sono Dante Alighieri! L’ho detto prima: nelle sue espressioni più riuscite la canzone d’autore è qualcosa di assimilabile alla letteratura e alla poesia. Ma, per favore, lasciamo perdere anche Battisti, che è tutt’altra cosa…

Cosa pensa della disponibilità musicale presente su Internet? E’ un vantaggio o un impoverimento?

Quelli della mia generazione consumavano dischi. E lo facevano, per lo più, con la dovizia e il rispetto che si deve agli oggetti sacri. Internet ha disabituato i giovani all’ascolto e i-pad, smart-phone e tablet hanno fatto il resto. A parte la gratuità del download musicale che ha reso irresponsabile la scelta (tanto non rischio niente), è la fedeltà del suono che con gli mp3 viene a mancare. Ci siamo impoveriti anche sotto l’aspetto dell’ascolto musicale, e questo è gravissimo.

Dopo avere intervistato tanti artisti, secondo Lei, c’è un elemento che li accomuna tutti?

Lo stato di necessità della loro scrittura. I cantautori hanno detto, scritto, cantato, assecondando una reale esigenza comunicativa. I loro falsi eredi, invece, per rendersi visibili: per lo più mancano di basi, di cultura, e dunque di credibilità. De Gregori canta Dylan e Ligabue canta De Gregori portando contemporaneità a musiche e testi anche datati.

Sarà forse che la musica non è finita? Magari si è solo trasformata?

Parole sante, la musica si è trasformata. In qualcosa di ignobile. Una merce al pari delle altre che ci assediano, alienandoci da noi stessi.

Quanta nostalgia c’è tra le pagine di questo libro?

Nessuna nostalgia. La musica è finita non è un libro di rimembranze malinconiche e non è nemmeno un libro passatista. Molto più semplicemente, sistematizza trent’anni pieni (i miei trent’anni pieni) di frequentazioni cantautorali. Tenta di farlo attraverso l’assemblaggio di interviste, saggi, articoli, riflessioni, sparpagliate per giornali, radio e riviste.

E’ finita la musica dei cantautori perché è finita l’urgenza di pensare anche attraverso una canzone?

Non esprimo giudizi di valore universali, questa è quello che mi sembra di osservare guardandomi intorno, vale soprattutto per me. Non ho precetti da consegnare ai posteri, meno che mai attraverso i miei libri.

Grazie per la disponibilità a Mario Bonanno

Francesca Uroni

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