Sofia Bolognini E Dario Costa

Nel nostro lavoro cerchiamo di offrire un'oasi di convivenza civile e creazione collettiva, in cui si porta avanti un progetto comune che non svanisce dopo il debutto ma prosegue nel tempo, continua ad esistere, apporta qualcosa alla vita di tutti.

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Dal 10 al 12 giugno presso il Teatro Testaccio di Roma, andrà in scena ROMEOeGIULIO e LA CATTIVITA’, showcase firmato BologniniCosta.

ROMEOeGIULIO ritorna nella Capitale dopo aver vinto il premio Miglior Regia e Miglior Performance presso il Festival Internazionale di Teatro “Faces Without Masks” a Skopje (Macedonia). Prima assoluta romana invece per lo spettacolo LA CATTIVITA’.

Nella sala intitolata a Gabriella Ferri, alle ore 20.00 e la domenica alle 18.30, sarà in scena LA CATTIVITÀ. Scritto da Alessandra Cimino in scena con Giorgia Narcisi, dirette da Sofia Bolognini con Dario Costa come Live Sound Stage Performer. Sempre dal 10 al 12 giugno alle ore 21.30 e la domenica alle 20.00 nella Sala Rossa del Teatro Testaccio sarà in scena ROMEOeGIULIO scritto e diretto da Sofia Bolognini e interpretato da Riccardo Averaimo, Sofia Bolognini, Aurora di Gioia, Mauro de Maio, Gabriele Olivi, Gianluca Paolisso, Nicole Petruzza, Andrea Zatti.

Incontriamo Sofia Bolognini e Dario Costa per un approfondimento relativo allo Showcase ed i loro progetti di ricerca sociale.

Partiamo dall’inizio, come nasce la BologniniCosta?

Bologninicosta nasce come un progetto di ricerca sociale ed artistica, una fucina in cui diverse discipline (artistiche e non) offrono strumenti l'una a vantaggio dell'altra. Cerchiamo discussione, perché abbiamo attitudine al dialogo. Sociologia, psicologia, filosofia. Riteniamo che queste scienze debbano necessariamente affrancarsi alla ricerca artistica, perché gettano solide basi per un confronto. In scena lavoriamo soprattutto con il corpo, la parola agita, la musica. Composizione live, drammaturgia emersiva, improvvisazione corporea. Il momento della messainscena non ci interessa particolarmente. Guardiamo piuttosto a tutto quello che viene prima, e tutto quello che viene dopo. Il processo, lo studio sul campo, l'avvicinamento alla performance, e infine la parola del pubblico come ultimo sigillo, rimessa in discussione, caduta dei pezzi e rimasticazione: non perdiamo mai occasione per tornare al lavoro.

Ci raccontate la vostra formazione artistica?

Bologninicosta è un duo artistico variegato. Dario Costa è compositore e cantante, laureato in Psicologia della comunicazione e Ricerca sociale. Sofia Bolognini è autrice, drammaturga e regista, laureata in Filosofia. Il terreno di incontro è stato il teatro. Entrambi abbiamo alle spalle una formazione attoriale non accademica. Da sempre ci interessano le strade poco battute, abbiamo fatto delle scelte di formazione molto precise, prediligendo il teatro performativo come quello dei Motus, o anche il teatro fisico come quello di Mamadou Dioume. Naturalmente la formazione è in costante divenire, abbiamo sempre più fame. Ci piace affrontare lo stesso mestiere artistico secondo un'ottica valutativa e di ricerca. Come direttori artistici del progetto non ci occupiamo solo di fare uno spettacolo (e farlo bene, si spera!): prendiamo nota di ciò che accade durante il training, vigiliamo sulle relazioni che si instaurano all'interno del gruppo di lavoro, proponiamo sempre nuove sfide ai nostri attori e ne studiamo le reazioni, per delineare un giorno i confini di un'antropologia teatrale ancora tutta da scoprire.

I vostri progetti abbracciano la sociologia a 360°, le “indagini” che redigete quale quadro vi danno della nostra società?

Noi non abbracciamo la sociologia a 360 gradi, noi utilizziamo la sociologia come punto di partenza. In una ricerca sociologica l'esposizione dei risultati è l'ultima tappa del lavoro. Noi partiamo da quei dati e quelle statistiche e operiamo una sintesi artistica sicuramente più fruibile e soprattutto, ci teniamo a sottolinearlo, politicamente esplicita. Non abbiamo paura di esporci, perché abbiamo tutto da difendere e nulla da perdere. Tornando alla domanda, temi generali portano a discorsi generalizzati, e noi odiamo il pressapochismo. Al momento ci siamo concentrati sull'omofobia, la ricerca sociale per sua natura deve essere tematizzata. Sulla società contemporanea possiamo esprimere un parere in merito alla nostra esperienza diretta di giovani laureati precari: l'incertezza è l'elemento fondante del nostro tempo (per usare un termine caro agli studiosi della post modernità), fatto di paure, relazioni sfuggevoli, giudizio. Nel nostro lavoro cerchiamo di offrire un'oasi di convivenza civile e creazione collettiva, in cui si porta avanti un progetto comune che non svanisce dopo il debutto ma prosegue nel tempo, continua ad esistere, apporta qualcosa alla vita di tutti.

La comunicazione è il pilastro nei vostri progetti. Ritenete si comunichi poco sebbene in apparenza ci sembri di non fare altro tutto il giorno avvalendoci dei tanti strumenti a disposizione?

Il modo di abitare il proprio corpo è già comunicazione. Trovarsi in un dato luogo in un'ora particolare è comunicazione. Siamo totalmente immersi nella comunicazione, nella totale impossibilità di nasconderci. Quello che manca è la consapevolezza. Assumersi questa consapevolezza significa prendersi le proprie responsabilità e quindi fare delle scelte e portarle fino in fondo: in questo consiste una comunicazione efficace.

Avete visto sul web il video sull’accoglienza ai migranti promosso da Amnesty International? Che ne pensate?

Sì, ci è capitato recentemente sott'occhio un video di Amnesty International intitolato “Look beyond borders”. In questi quattro minuti e mezzo abbiamo visto la sintesi di un esperimento sociale condotto su un gruppo di persone di età, sesso e nazione differenti chiamate semplicemente a guardarsi negli occhi. Al di là del buonismo, ci piace pensare che questa sia la portata etica del nostro lavoro. Il teatro non cambia il mondo, ma istruisce all'ascolto. Compiere un passo indietro e lasciarsi interrogare dallo sguardo dell'altro, soli nella propria nudità, è un immenso atto di coraggio. La bellezza è racchiusa in quell'orizzonte sospeso dove tutto è possibile, a volte in sala prove succede e allora crollano le pareti e i venti attraversano tutta la casa, e noi diventiamo trasparenti, fragilissimi, creativi.

Il teatro off è quello che continua a portare linfa nuova, dà una chiave di lettura diversa anche su argomenti più volte trattati e sicuramente uno dei meriti è anche quello di aver avvicinato persone più semplici al teatro. Le istituzioni locali sono un supporto?

Le istituzioni con le loro manovre politiche ci lasciano soli, nel mondo dello spettacolo come nella vita. La maggior parte delle rassegne o dei bandi che gridano ai nuovi talenti o al teatro Under 30 lo fanno puramente per smalto, lustrano le poltrone dei loro teatri ufficiali con il sudore delle presunte nuove generazioni, i vecchi amici di sempre, le stesse facce che si stringono la mano a vicenda. L'unico supporto che abbiamo proviene dall'impegno dei nostri attori e delle nostre attrici. L'unico supporto che abbiamo proviene dall'onestà del nostro lavoro.

Musiche, testi, scenografie, scelta del cast. Quanto tempo occorre perché uno spettacolo prenda forma e sia pronto per il pubblico?

Abbiamo difficoltà ad immaginare uno spettacolo “pronto”. La creazione è in divenire costante. Uno spettacolo non è mai un vetro infrangibile, somiglia piuttosto ad un sentiero pieno di crepe che, se adeguatamente annaffiate, continueranno a germogliare. Ogni replica porta in seno qualcosa di nuovo e apre la strada ad un nuovo percorso. Nel BOLOGNINICOSTA SHOWCASE per esempio, abbiamo addirittura pensato di allestire un RomeoeGiulio due punto zero, a sorpresa in una delle tre date. Questo esperimento ci servirà per capire, grazie alla reazione del pubblico, la direzione giusta in cui proseguire per le date future. Quantificare un tempo di lavoro specifico è dunque impossibile. Finché lo spettacolo respira, continuiamo a lavorare.

Le tematiche di ROMEOeGIULIO sono di strettissima attualità dato che negli ultimi mesi si è parlato molto di unioni civili. Relativamente al riconoscimento dei loro diritti mi sembra chiara la vostra posizione ma relativamente la Stepchild Adoption invece come vi ponete?

Finalmente anche le coppie omosessuali possono unirsi civilmente, è vero. Ma prima di gridare al riconoscimento è bene valutare la realtà dei fatti e non lasciarsi prendere dall'entusiasmo. Ci troviamo di fronte ad una ennesima manovra politica sporca e ruffiana. La nuova legge ci sembra incompleta e tutt'altro che civile. Per esempio, la coppia omosessuale civilmente unita non è tenuta a rispettare l'obbligo di fedeltà. Si ritiene che l'obbligo e il diritto alla fedeltà sia un'esclusiva della buona famiglia italiana? Una legge pretestuosa non è altro che istituzionalizzazione del pregiudizio, dietro le mentite spoglie del “passo avanti”. Per quanto riguarda la Stepchild Adoption siamo molto felici che ci sia stata posta questa domanda. Non si tratta affatto, come politici ed estremisti ci hanno voluto far credere, di ADOZIONE. La Stepchild Adoption esisteva già da tempo e veniva già praticata dai tribunali, si voleva solo attribuirle un valore legale. Si tratta in sostanza del semplice diritto di acquisizione di genitorialità sul figlio del partner. Nulla di cui allarmarsi. Se la domanda voleva essere provocatoria sulla questione delle adozioni in genere, non abbiamo alcun timore di affermare che siamo totalmente d'accordo. Il lezzo del nostro paese ci schifisce, speriamo un giorno realmente di poter abitare un mondo civile.

Sempre in ROMEOeGIULIO c’è una teatralità più fisica che parlata. O meglio, le parole sono ben espresse attraverso la gestualità e la musica. Ritenete che questa forma di comunicazione catalizzi maggiormente l’attenzione del pubblico?

L'arte non è strategia di marketing e noi non siamo una fiction televisiva che deve registrare il record di ascolti. Cerchiamo di parlare nel modo più umile possibile all'orecchio interno dello spettatore. Nei nostri spettacoli corpo danzante, drammaturgia evocativa, ambiente musicale e disegno luci compongono un'orchestra, una poesia incarnata. Sogniamo il ritorno di una poetica emozionale che restituisca al teatro la dignità di rito catartico collettivamente condiviso. In questo senso prendiamo le distanze dalle avanguardie teatrali nate a partire dagli anni settanta. Per quanto quei movimenti siano stati e siano tutt'ora di importanza fondamentale, oggi sentiamo nuovamente il bisogno di parlare del sentimento, e siamo pronti a farci carico di tutte le conseguenze e i rischi che questo comporta.

Parliamo adesso de LA CATTIVITA’: due robot raccontano la storia dell'uomo fatta di gabbie, pulsioni elettriche, scambi di corpi, nostalgia, rimorso. Vi va di raccontarci qualcosa in più?

La cattività è uno studio performativo che mette insieme ricerca teatrale e composizione sonora live. Il lavoro nasce dal testo poetico "Bloody Mary" - scritto da Alessandra Cimino – e ripercorre simbolicamente le fasi della vita intrauterina, dal concepimento al parto, esplorando attraverso immagini il travaglio di un ancestrale rapporto tra madre e figlia. I tubi neri che ricoprono la scena sono i cordoni ombelicali di una inquietante macchina generatrice, mentre un ruolo di fondamentale importanza riveste il Macchinista, che da dietro la sua postazione innesca l'esperimento e conduce come un burattinaio l'azione scenica eseguendo musica dal vivo. Se in “Romeoegiulio” ci siamo occupati di una specifica categoria sociale, ne “La cattività” abbiamo dato voce alla storia di vita realmente vissuta dall'autrice. Il percorso è stato forse ancora più articolato e complesso proprio per via della delicatezza del testo. Quando ci è capitata l'opera tra le mani l'abbiamo trovata meravigliosa. Studiando a fondo le dinamiche della vita intrauterina e dei rapporti di forza tra madre e figlia abbiamo scoperto numerose somiglianze archetipiche, e così abbiamo accettato la sfida e ci siamo messi al lavoro.

“Dalla catastrofe alla rinascita”, vi è capitata una disavventura che si è trasformata poi in qualcosa di positivo?

Al momento, una fortuna soltanto: il nostro incontro.

Il prossimo progetto al quale vi dedicherete?

Stiamo aprendo una nuova piattaforma di indagine sul tema della precarietà e della disoccupazione giovanile nel mondo del lavoro, soprattutto dello spettacolo. Il primo appuntamento è “Cantieri Incivili”, l'open call che abbiamo pensato come parte integrante del BOLOGNINICOSTA SHOWCASE. Durante l'estate procederemo con la ricerca e l'accumulo di materiali di studio. Abbiamo voglia di conoscere nuovi performer e fare delle solitudini che condividiamo il nostro terreno d'incontro. Bologninicosta è teatro in rivolta, un mezzo per reagire artisticamente alla sopraffazione. Stiamo lavorando alla costruzione di una generazione teatrale incivile. Presto saremo un esercito.

Sara Grillo

www.bologninicosta.com 

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