Dunia Mauro

Da Londra A Roma.L’artista interpreta lavori con quell’apparente spontaneità che hanno i giochi dei bambini quando creano mondi che fanno da eco alla realtà ma attingono a scenari immaginari, mitologici o simbolici.

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Diplomata all'Accademia di Belle Arti di Roma,  Dunia Mauro si mette subito in luce tanto da essere  selezionata per rappresentare Roma alla Biennale dei Giovani Artisti dell'Europa e del Mediterraneo, a Sarajevo. Ha vissuto otto anni a Londra, dove ha fatto un Master in Arti Visive ed uno a Berlino. Nonostante gli anni trascorsi nella capitale inglese siano stati anni altamente stimolanti, l’artista è tornata a Roma per il bisogno di recuperare le sue energie. Definisce il suo lavoro molto ‘straniero’ per certi versi, perché i suoi  video, ma anche alcune sculture, hanno un senso dell’umorismo poco italiano. Attinge molto dall’ esperienza personale e biografica, anche se  cerca sempre di esorcizzare la cosa, tramite l’ironia, per arrivare a parlare di una condizione umana universale. Lavora principalmente con l'installazione, la scultura e la fotografia e la sua carriera da artista è già segnata da importanti lavori per mostre internazionali e tanti riconoscimenti.

Come mai hai deciso di ritornare in Italia, non temi che la realtà artistica del nostro paese possa essere meno aperta ai giovani talenti?


Il mondo dell’arte italiano è molto diverso da quello londinese. A Londra c’è onestamente molta più mobilità su tutti i livelli. Se tu ti muovi in modo costante, le cose si muovono con te. Se sei bravo le tue capacità vengono riconosciute. In Italia, ma forse dovrei dire a Roma, che è la realtà che conosco meglio, tutto è più statico e forse la gente è anche meno curiosa. Qui è molto più semplice che la gente vada all’evento mondano del mese, alla mostra dell’artista del momento, piuttosto che rischiare su ciò che è inedito. I lavori dei miei amici e colleghi italiani sono anche, forse giustamente, molto italiani e c’è sempre una tensione verso la storia ed un confronto con il passato, cosa in cui io spesso non mi ritrovo.

 



Con il lavoro "Le Dunie", hai partecipato alla Biennale dei Giovani Artisti dell'Europa e del Mediterraneo, a Sarajevo. Come è stata quella esperienza?


Era il 2001 ed ero giovanissima. Non avevo neanche finito gli studi, stavo facendo il penultimo anno dell’Accademia di Belle Arti e con la mia prima installazione fui selezionata per la Biennale. Potremmo anche dire che fu la mia prima vera mostra, il mio ‘battesimo’ nel mondo dell’arte. Come tutte le esperienze importanti che ho fatto è stato al tempo stesso incredibile e molto difficile. In fondo quella fu l’edizione della Biennale più complicata, storicamente e politicamente, in quanto in un paese da poco uscito dalla guerra ed in fase di ricostruzione. Le Dunie era un’istallazione di creature ‘assurde’ che creavano un ambiente quasi apocalittico non lontano da una Sarajevo di quegli anni, uscita da un clima realmente apocalittico. Quando ci penso ora mi rendo conto del mio coraggio e la mia intraprendenza. Credo anche che un evento come quello mi abbia dato un’impostazione da ‘combattente della resistenza’ nel mondo dell’arte.  Un ruolo di cui penso di essermi liberata da poco. Ora ho un atteggiamento meno di resistenza e molto più di cooperazione…o almeno credo.


Molte delle tue opere in ceramica rappresentano gambe umane che, seppure sommerse da una massa, mantengono una propria vitalità. Ci spieghi cosa vuoi esprimere con queste opere e la loro analogia con la realtà?


La serie delle gambine di ceramiche è nata a Berlino in un periodo molto buio della mia vita, in cui non riuscivo a scrollarmi di dosso un senso di malessere schiacciante. E se prima erano gambine sdraiate su mattonelle ed incapaci di sollevarsi e limitate dallo spazio molto stretto della mattonella, poi sono diventate gambine più attive, più schiacciate, ma anche più ironiche. Queste ultime sono gambine che giacciono sotto il peso di montagne di gesso e anche quando le montagne hanno sembianze più leggere o colorate, sottolineano una condizione umana sempre a cavallo tra una fugace felicità e dolore. C’è qualcosa di piacevolmente stucchevole in alcune di loro, specie in quelle con colori accesi e vivaci. Come se fossero delle grosse paste o torte dall’aspetto appetitoso, ma a lungo andare poco digeribili.


Le gambe che rappresenti sono più maschili o femminili?


Le gambe in realtà sono femminili, ma visto che non è visibile il sesso, questa è una domanda che mi viene posta spesso e la cosa mi diverte ed intriga. Sembra sia importante per le persone dare un sesso a queste gambe.  In realtà per me le gambe sono il simbolo di ciò che ci tiene in piedi eretti e ci fa camminare. Le gambe sono ciò che fisicamente ci permette di muoverci e spostarci da un posto all’altro. Quando io cammino sono anche meno succube di pensieri e malessere. Camminando le gambe raggiungono il movimento del mio pensiero e della mia mente, calmandola. Se rimango sdraiata la possibilità di rimanere schiacciata aumenta. Quando ho iniziato a farle pensavo alle mie gambe e facevo foto alle mie gambe per avere un’idea. Poi ho continuato a modellarle senza punti di riferimento ma invocando dentro di me la memoria delle mie gambe.


Quanto c’è di autobiografico nelle tue opere?


I miei lavori sono sempre autobiografici, anche quando non è intenzionale o particolarmente visibile. Parto inevitabilmente dal mio incontro/scontro con lo spazio esterno e la mia percezione delle cose e spesso dietro molti lavori c’è anche un riferimento a eventi reali, che non è necessario conoscere, ma che possono essere stati eventi scatenanti di una riflessione


Ci parli del messaggio che esprimi con gli Animali e la connessione simbolica con la tua Arte? Quali sono i collegamenti con il mondo reale?


Gli animali di plastica sono entrati nel mio lavoro a Londra nel 2010. Mi piacerebbe dire che sono entrati per caso, ma so che non è vero. Dentro di me ho forti memorie di giochi di infanzia con gli animali di plastica. Nella casa in montagna mi divertivo a mettere gli animali in fila per farli andare a bere al fiume. La mia infanzia è stata piena di animali, dal mio cavallo preferito, dai conigli di Pasqua che mi venivano regalati ogni anno, alle città costruite con mia sorella con lego che ospitavano personaggi con la testa di animale. Giocavo con loro e, come tutti i bambini, applicavo a loro il linguaggio e le modalità umane, come nelle favole di Esopo. Infatti nei miei video gli animali dialogano tra di loro di problemi esistenziali in modo molto umano. E poi la componente del gioco è per me fondamentale. I miei lavori, che secondo me, funzionano meglio sono quelli che hanno quell’apparente spontaneità che hanno i giochi dei bambini quando creano mondi che fanno da eco alla realtà ma attingono a scenari immaginari, mitologici o simbolici. I solidi geometrici, metafora di un pensiero logico matematico, diventano montagne che gli animali con costante pazienza scavalcano in modo ciclico.


Osservando le tue opere è facile che ognuno possa vederci qualcosa di diverso. Pensi che sia proprio questo lo scopo dell’arte oppure preferiresti che venisse fuori quella che è la tua visione?


Io credo che ognuno, di fronte ad un lavoro, tenda necessariamente a proiettare il proprio vissuto, la propria conoscenza e la propria esperienza. Spesso noi tendiamo a vedere fuori quello che è già dentro di noi. Anche io quando sto lavorando su un tema o una riflessione, tutte le volte che vado a vedere una mostra, tendo necessariamente a riconoscere subito quell’aspetto nel lavoro degli altri e a soffermarmi su quello. Dello stesso lavoro posso soffermarmi su un aspetto diverso ogni volta, quello che magari risuona di più con me in quel preciso momento. Un lavoro eterno però ha un elemento che è sempre contemporaneo aldilà del tempo e dell’audience e credo che alcuni miei lavori abbiano quella componente essenziale che fa si che un lavoro non sia un semplice sfogo personale ma una visione duratura e universale.


I tuoi animali sorprendono anche per l’ordine con cui rispettano la loro fila. Espressione di un rispetto reciproco o di un tuo preciso lato caratteriale?


Probabilmente entrambe le cose. Io ho un nipotino piccolissimo che fa le cose secondo un suo ordine preciso ed anche io mi ricordo che da piccolissima, in alcune situazioni, giocavo seguendo un ordine precisissimo, quasi ossessivo. In parte questa cosa mi è rimasta e denota forse una mia natura precisa e organizzatrice ed una necessità di mantenere una forma controllo. Però nei miei lavori mi piace che la componente animale sia attiva in modo armoniosamente dinamico. Animali di tutti i tipi si trovano a fare la fila. La gazzella è tranquillamente in fila prima del leone, la giraffa prima dell’orso. Animali che non si sono mai incontrati, perché in paesi diversi, o animali che normalmente si eviterebbero rimangono fiduciosi nella stessa fila per seguire in ordine un compito più grande di loro. In quel momento non si mangiano, non si uccidono, seguono le regole del gioco.

 



Nella tua dimensione del viaggio quanto conta essere soli e quanto in compagnia?


Spesso mi sono trovata a viaggiare da sola, ho dovuto prendere delle iniziative, come quando sono partita per Londra a ventidue anni, da sola.È inevitabile, ci sono momenti in cui non si trovano le persone per fare le cose e ciò vuol dire che sia necessario essere da soli per poterle farle e non rimanere fermi. A volte è molto faticoso e ci si sente soli, perché fare le cose insieme è più semplice e rassicurante, ma è anche vero che quando si è da soli escono fuori delle risorse e degli istinti coraggiosi di sopravvivenza che potrebbero non uscire mai quando si è con gli altri. Spesso raggiungo obiettivi più grandi da sola. Insieme è necessario il compromesso, che non è un male, ma una strategia diversa. Da sola ho avuto modo di conoscere tanta gente nella mia vita e di avere diversi compagni di viaggio nel lavoro per brevi momenti, per brevi progetti. Ora invece, sto entrando in una fase nuova in cui la conquista di territori nuovi è forse meno importante mentre il bisogno di condivisione, dialogo e contatto sembrano assumere sempre più maggiore importanza.

 



Nei tuoi lavori hai introdotto il video e stai già lavorando con il suono. Anche la tecnologia serve ad esprimere arte? 


Assolutamente si. Si può usare tutto ed io mi diverto ad usare mezzi diversi.Il video ed il suono sono solo strumenti ed io penso sia importante usare i mezzi più idonei a veicolare l’idea che si ha in quel momento. L’arte è sempre in movimento e fluisce con la realtà del momento.Rimanere fossilizzati con ciò con sui si è familiari è la rassicurazione dell’io, ma la morte dell’essere. È un’esigenza profonda, improvvisamente si sente che un mezzo non basta più per realizzare le proprie idee ed è necessario altro.

Rosario Schibeci

In galleria:

Noah’s Ark, Installazione
Crushed Legs, scultura in ceramica e gesso
Animal Triangle, Installazione

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