Daniele Nuccetelli

Mi interessano molto i meccanismi di relazione tra gli esseri umani e il teatro si occupa proprio di questo

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Debutta il 27 settembre al Sala Uno Teatro di Roma lo spettacolo “Pilade è Morto”, testo e regia di Daniele Nuccetelli. Si tratta di uno spettacolo che prende in prestito i protagonisti della mitologia greca: Oreste, Elettra e Pilade e li porta nella modernità, per narrare la lotta convulsa di un’umanità alla disperata ricerca della verità. Sono tre giovani che si preparano a fare i conti col proprio segreto, lottando per esso e difendendosi da esso. Ossimoro della tragedia.

Il nostro magazine ha il piacere di ospitarne il regista e drammaturgo Daniele Nuccetelli.

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Cominciamo dall'inizio… Quando hai deciso che volevi fare l'attore e il regista?
L'ho deciso più o meno un 25/30 anni fa. Ero abbastanza giovane e mi si presentò per caso un'occasione e mi sono letteralmente innamorato del teatro. Poi da lì ho cominciato a studiare per affrontare questo percorso in modo più completo e professionale.
Ti senti più attore o più regista? Che differenza c'è tra mettere in scena un testo e recitare seguendo le indicazioni di qualcun altro?
Da qualche anno mi occupo più di regia. Mi interessano molto i meccanismi di relazione tra gli esseri umani e il teatro si occupa proprio di questo. Portare in scena un testo vuol dire mettere sul palco i personaggi e cominciare a lottare per capire qual è il tema in gioco. Tuttavia non ho smesso di lavorare come attore; quando recito, diretto da altri registi, mi trovo a lavorare su cose molto diverse da quelle che sceglierei io come regista, anche questo è stimolante. Non penso ci siano grandi differenze tra il lavoro di un attore e quello di un regista. Un bravo attore sulla scena deve saper essere anche attore/autore pur adeguandosi alla partitura che il regista vuole. Mi interessa molto anche il lavoro che fa l'attore e mi piace guardarlo dall'esterno. La regia la creo sfruttando la mia immaginazione oppure indago aspetti della società che mi interessa conoscere meglio.
Hai completato la tua formazione artistica a Mosca. Il teatro russo in cosa differisce da quello italiano o europeo?
Il teatro russo ha un aspetto un po' più “spirituale”, non saprei bene come spiegarlo… C'è un approfondimento di alcuni temi come potrebbero essere l'amore, il tradimento, la fede e le ideologie, su cui il lavoro viene organizzato dando spazio a tre linee: quella psicologica, quella ludica e quella delle azioni fisiche. Il teatro italiano invece è conformato in parte sulla commedia dell'arte e in parte su un tipo di teatro di parola che si è costruito più sulle peculiarità degli attori (attore capocomico, attore mattatore, ecc) che sui testi. Ora la distinzione tra generi teatrali non esiste quasi più, esiste un “teatro delle storie” che vogliono essere raccontate.
Come fai a dare vita ad un personaggio? Segui il metodo di qualche scuola attoriale: Stanislawskij, Grotosky, Brecth, o ne hai uno tuo personale?
Avendo studiato all'Accademia d'Arte Drammatica di Mosca ho appreso quello che viene conosciuto come “Metodo Stanislawskij” che tutt'ora utilizzo, declinandolo però in tutte le sfumature che meglio si adattano alla mia produzione artistica. Quando intraprendo un nuovo progetto chiedo sempre agli attori di iniziare con un lavoro di improvvisazione sul tema, lo faccio anche per capire come reagiscono gli attori stessi a questo tema, in assenza di indicazioni precise. È un momento di conoscenza reciproca. Poi passo all'analisi del testo per scoprire tutti quei micro-mondi che appartengono a ciascuno dei personaggi e come questi mondi entrano in relazione tra loro.
Quali caratteristiche deve avere secondo te un attore o un regista per avere successo? Cosa consiglieresti ai giovani che si avvicinano alla carriera teatrale?
Un bravo attore deve avere prima di tutto l'urgenza di voler e poter raccontare qualcosa. Se non si sente la voglia e la necessità di raccontarsi anche attraverso un personaggio è inutile farlo. Poi serve una forte determinazione legata allo studio e al desiderio di scoprirsi e conoscersi meglio come essere umano. L'unico consiglio che mi sento di dare è quello di rimanere sempre appassionati a ciò che si fa, questo vale per gli attori ma anche per tutte le altre professioni. Il successo a volte può venire in modo anche molto casuale, si sentono tante storia di attori italiani e stranieri che si sono affermati assolutamente per una casualità. Ma in generale credo che avere talento e mettersi in gioco siano requisiti sufficienti
Teatro e cinema a confronto. Quali sono i pro e i contro di ciascuno dei due mezzi espressivi?
Non te lo so dire, io amo tutti e due. In questo spettacolo ho cercato di evocare immagini che possano in qualche modo far pensare anche al cinema, perché mi piacciono le contaminazioni. Durante la rappresentazione ci sono inoltre due momenti video. Mi piace mettere insieme cose che apparentemente non dovrebbero star bene insieme, questa è una linea che seguo anche per la musica. Collaboro con un giovane compositore che, per questo spettacolo, ha creato delle musiche originali, legate a sonorità antiche, ma rivisitate con l'elettronica e con momenti quasi da dj-set. Questa è l'alchimia che mi interessa, non riesco ad immaginare un teatro classico tout-court. Mi interessa rivisitare i fatti, riscriverli, romperli e ricostruirli, con tutta l'umiltà del caso.
Tu sei anche un insegnante di recitazione. Cosa ti piace dell'insegnamento? Come pensi si debba lavorare per coltivare i “nuovi talenti”?
Si insegno a Roma, sia all'Accademia Internazionale di Teatro che al Padiglione Ludwig. Mi piace molto l'idea di far crescere i talenti e credo molto nella pedagogia. I miei allievi sono spesso ragazzi giovanissimi che non sono interessati solo al teatro, ma anche alla danza e alla musica. Io propongo loro un lavoro che non si limiti a seguire il testo, ma cerco di far scoprire il “sottotesto” per vedere a cosa lo associano (musiche, quadri, fotografie, ecc…) In questo modo raggiungono un immaginario che non è soltanto espressione della parola.
Parliamo ora dello spettacolo “Pilade è Morto” di cui sei autore e regista. Che tipo di spettacolo è? Quali tematiche tratta?
È una storia come tante altre, che prende spunto da una tragedia di Eschilo, rivisitata da Pasolini. L'ho scelta per rileggere qualcosa che non esiste più e vedere le tematiche, trattate da Pasolini quarant'anni fa, come si sono sviluppate nella società moderna. Per la verità non credo che si siano sviluppate particolarmente bene, alcune realtà probabilmente sono cambiate in peggio. La cosa più interessante è stata affidare ad un gruppo di attori molto giovani il compito di dare voce a quello che sta accadendo attualmente nel mondo. C'è un tema principale che è quello della famiglia che ci tocca tutti, perché tutti nasciamo in una famiglia e la nostra vita viene influenzata dall'educazione che riceviamo in questa. Ovviamente, se parliamo di una famiglia che ha una storia come quella degli Atridi, con una maledizione che porta tutti i membri ad  assassinarsi l'un l'altro, è chiaro che il tema diventa interessante. Il titolo “Pilade è Morto” fa riferimento anche al fatto che Pasolini è morto, quindi lo spettacolo è in parte un tributo a lui, ma sottolinea anche la necessità di trovare uno spirito di innovazione nel teatro. Riuscirci o meno dipende da tante cose, anche da come il pubblico recepirà la storia. Lo spettacolo si apre con un flashback riferito a qualche anno indietro, in cui si vede il ritorno di Agamennone ad Argo dopo la guerra di Troia. In questa stessa festa Clitennestra, madre di Oreste e moglie di Agamennone, ucciderà il marito. Successivamente Oreste vendicherà il padre, uccidendo la madre  e il suo amante, Egisto.

Poi si viene proiettati nel presente e si vede una festa per il ritorno di Oreste, che era scappato da Argo inseguito dalle Erinni, in seguito all'omicidio della madre. La cosa interessante è che questo giovane, tornato dopo essere stato assolto dal tribunale degli uomini, vuole ricominciare a vivere, illudendosi di aver cancellato il suo passato. In realtà c'è un segreto che lui non ha mai conosciuto e che il suo caro amico Pilade e sua sorella Elettra cominciano a fargli intendere. Questa è una parte di fiction completamente nuova rispetto alla storia di questa famiglia, non era stata mai trattata né da Eschilo, né da Pasolini. Questo segreto introduce una lotta tra i personaggi che si amano, ma per potersi amare hanno bisogno di combattere tra loro. Lo spettacolo si sviluppa anche da un punto di vista ludico: è divertente vedere questi personaggi un po' grotteschi che si arroccano nelle loro posizioni in maniera quasi surreale.

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C'è qualcosa di autobiografico nel testo? Se sì con quale personaggio ti identifichi di più?
No, me l'hanno già chiesto in tanti, non è un testo autobiografico. L'unica cosa che c'è di me in questo spettacolo è la riflessione sul rapporto che bisognerebbe avere con i ricordi, soprattutto quelli belli. Il problema dei ricordi belli è che si riferiscono a qualcosa che non c'è più e a cui siamo portati a pensare proprio perché l'abbiamo perso. Sono tante le cose belle che si perdono nella vita: l'innamoramento, le avventure, i viaggi, le cose che abbiamo visto, le sensazioni che abbiamo provato… Quindi siamo sempre in lotta tra il desiderio impossibile di riavere indietro quelle cose  e la ricerca di nuove emozioni. Un problema della nostra società, da almeno dieci anni, è proprio che non riusciamo più a riconoscere quello che abbiamo di bello. Siamo tutti molto chiusi e attenti a noi stessi, quindi è raro fare incontri interessanti, conoscere quello che gli altri  hanno da raccontarci. È una società un po' “fiction”, è difficile trovare momenti di verità.
“Pilade è Morto” tratta il tema dell'omicido all'interno della famiglia. È un tema tristemente attuale? Quali sono secondo te le motivazioni che ci sono dietro?
Purtroppo realtà come quelle descritte nel testo sono più vicine di quanto si pensi. Se ne legge sui giornali e se ne sente parlare per strada. Ormai siamo tutti molto più portati ad aggredire che ad accogliere il prossimo. Su questo si potrebbe aprire un discorso molto ampio che va dall'immigrazione alI'Isis...  I meccanismi psicologici, quelli che regolano i rapporti tra esseri umani, sono un po' multicolori. Il problema, a mio avviso, lo si ha quando questi meccanismi iniziano a fare cortocircuito. A questo punto, nel confronto a due, scatta la necessità di difendere se stessi a tutti i costi: se tu non mi capisci il problema diventa tuo e non mio. È più facile andare contro qualcuno invece di fare un passo indietro e dire: “forse ho sbagliato”. Questo tema, che in passato i grandi poeti e scrittori hanno raccontato, penso che vada assolutamente rimesso in discussione. Le problematiche trattate da Pasolini sono ancora più esasperanti nella società di oggi. Se posso esprimere una mia opinione dico: “Sì, viva internet, viva la tecnologia, viva il progresso anche intellettuale, ma forse abbiamo perso un po' di vista l'altro, nel vero senso della parola”
Prossimi progetti? In cosa ti vedremo impegnato?
Ora sono molto proiettato nel presente, perché questo spettacolo mi ha preso molto. In futuro sicuramente riprenderò con l'insegnamento e poi mi piacerebbe portare in scena un testo di Shakespeare.
Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
Soltanto Grazie
Adriana Fenzi

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