Quando Ad Essere Assente è La Scuola

Quando Ad Essere Assente è La Scuola

Tre casi che spiegano la distanza tra i giovani e il sistema scolastico

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Una settimana, quella appena trascorsa, in cui la scuola è salita alla ribalta delle cronache. Non certo, come spesso accade, per una questione di merito. A Santa Maria di Sala, nel veneziano, una maestra di scuola primaria è stata licenziata per aver esercitato la sua professione in mezzo a vistose lacune ortografiche. Insegnava ai bambini a scrivere "squola", con la q, o "goma", con una m sola. I fatti, accaduti tra il 2015 e il 2016, sono emersi grazie ai genitori di alcuni alunni che hanno notato gli strafalcioni dei propri figli buttati giù nei loro quadernini. Il sindaco di Santa Maria, Nicola Fragomeni, ha parlato di "scempio educativo", ma verrebbe da chiedersi come e perché quell'insegnante sia potuta arrivare ad esercitare la professione, superando concorsi o selezioni, senza nemmeno gli elementi di base. Ben inteso, sono tanti in Italia gli insegnanti di grande validità e umanità, e non può essere certo un episodio di questo tipo a screditarne la reputazione.

Ben più toccante e significativo il secondo caso: una "madre delusa", come si firma al termine della sua lettera indirizzata al "Corriere della Sera", denuncia senza alcun timore reverenziale la situazione del figlio sedicenne, sprofondato in un tunnel di sedentarietà (non vede più gli amici, osserva il soffitto e si chiude in sé stesso) molto vicino a una crisi depressiva, che lo ha portato a saltare le lezioni da circa un mese. La donna denuncia la totale assenza del sistema scolastico, oltre al mancato aiuto dei servizi sociali coinvolti senza successo, dentro il quale nessuno si è occupato dell'assenza del ragazzo. Che non appartiene, come traspare dalla missiva, a una famiglia in difficoltà economica: la scuola dalla quale manca da tempo è di certo una delle più avanzate di Milano, può garantirgli un diploma in Cinema e Televisione (unico istituto del paese) e per tali ragioni sarebbe congruo attendersi anche un valido appoggio a chi la frequenta. Nessuno, all'interno di quell'ambiente scolastico, si è chiesto che fine abbia fatto il figlio della donna o i motivi di questa lunga assenza. Scatta anche la recidiva: undici ragazzi della stessa scuola, lo scorso anno, hanno abbandonato. Naturale che la vita di ogni giorno presenti molte sfide per tutti, ma perché non dividere il peso di questi inconvenienti con chi dovrebbe essere per i ragazzi un "allenatore" dentro un edificio che dovrebbe essere "una palestra", come conclude questa madre rammaricata?

Terzo e non meno importante caso, è più che altro un tema sviscerato da tempo e che può collegarsi al contesto del caos sportivo degli ultimi giorni, con la Federazione Italiana Giuoco Calcio incapace di eleggere un presidente dopo quattro votazioni e la testimonianza che lo sport italiano è ancora ingabbiato da disaccordi in apparenza intramontabili e incapacità di coordinamento che permettano ai valori dello sport di emergere. E qui la scuola non è certo esente da colpe: il portiere della Juventus Buffon, in una recente intervista, ha denunciato, e con lui molti altri in passato, le poche ore concesse all'attività fisica in Italia, a fronte delle dieci ore settimanali di un paese come il Belgio, che certo non spicca per tradizione calcistica almeno quanto l'Italia. Palestre fatiscenti, con alunni costretti a spostarsi in bus verso altri edifici adibiti all'attività sportiva e un totale privilegio concesso alle nozioni più che alla libertà di muoversi, di respirare di interagire. Perché lo sport è la miglior ricetta per le relazioni sociali e interpersonali, talvolta molto più importanti di un'equazione.

Quali morali ci portano in dono, dunque, questi tre casi? Se un tempo i genitori chiedevano ai ragazzi il perché di una nota, oggi un alunno può essere in dovere di minacciare con un coltello un'insegnante perché quella nota venga cancellata. Il corpo docenti spesso dimostra arretratezza nei metodi e svogliatezza nel portare i ragazzi in gita, per divincolarsi dalle responsabilità di possibili conseguenze. Eppure, non è forse, proprio questa la missione di un insegnante? Non sono essi tanti piccoli soldati che scelgono di fare questo mestiere per allevare ragazzi consapevoli e maturi?

In questi tre casi, la scuola pare ancora mantenere una distanza siderale dalle generazioni che dovranno camminare nell'Italia del futuro. Le ore di educazione fisica andrebbero aumentate, eliminando la paura che gli alunni possano crescere ignoranti perché imparano due nozioni in meno a vantaggio di due partite di pallavolo in più; gli studenti andrebbero coinvolti con iniziative variegate, che possano per esempio convergere maggiormente sulla lettura, in un paese incline al rifiuto dei libri. E dovrebbe venir loro in soccorso: insegnare con metodi più vicini ai ragazzi e appoggiarli in caso di necessità. Certo, non tutti sono inclini a ricevere aiuto, ma questo è un altro discorso. Tutto questo, senza dimenticare, a monte, la situazione burocratica ingarbugliata che ha costretto insegnanti di Reggio Calabria a spostarsi a Torino che già di per sé fa capire che il percorso è quanto mai accidentato. La scuola è un prezioso strumento aggregativo che pare ormai essere divenuto un luogo come un altro, da dove è bene uscire il prima possibile. Non è questa la direzione: se aumentano gli assenti, è perché ad essere assente è soprattutto la scuola stessa. 

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