La Recensione Del Libro Di Pietruccio Montalbetti

La Recensione Del Libro Di Pietruccio Montalbetti

“Amazzonia. Io mi fermo qui", Viaggio in solitaria tra i popoli invisibili.

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Pietruccio Montalbetti chitarra e leader dei Dik Dik ma viaggiatore/esploratore per passione, già da anni scrive libri ed è da poco nuovamente in libreria con “Amazzonia, io mi fermo qui” edito da Zona Music Book (pp 224 euro 19,90). Un viaggio lungo due mesi in uno dei luoghi più difficili del pianeta: l’Amazzonia. Raccontata senza fronzoli ma ricca di dettagli, i colori della foresta amazzonica si rivelano in tutta la loro bellezza, colori che da innocui si trasformano in letali siano essi animali o vegetali. Un luogo che non è alla portata di tutti ma solo di chi sente nel cuore che il viaggio, anche il più temerario, fa parte della propria vita.

A tal proposito potremmo chiederci cosa spinge un rocker navigato come Pietruccio Montalbetti a lasciare la chitarra per un’esperienza agli antipodi. O forse, potremmo dire il contrario: cosa spinge un aspirante esploratore a diventare un rocker? Niente, sono semplicemente le due facce della stessa medaglia perché in fondo essere un rocker nasconde in sé il senso dell’avventura, dell’andare oltre, dell’essere non convenzionale.

Montalbetti, raccontando questi due mesi intensi della sua vita, esprime la sua passione invitando il lettore ad immaginare e a palpare le emozioni vissute, dalle più piacevoli alle più drammatiche, e in questo frangente non mancano le riflessioni, appena accennate ma inevitabili, sulle ripercussioni dell’impatto dell’uomo sulla natura di quei luoghi, a partire dalla deforestazione, sino alle pressioni per una conversione religiosa, più o meno invadente, che le civiltà indigene hanno subito nel corso dei secoli. A tale scopo lo stile è a tratti giornalistico, a volte da romanzo, altre ancora da travel blogger sino quasi a sfiorare l’antropologia quando non disdegna di descrivere le caratteristiche culturali e sociali dei gruppi indigeni che non teme ma anzi spera d’incontrare.

Senza mai cadere nel falso atteggiamento da scienziato, si riscontra un giusto equilibrio tra il piacere della scoperta e lo stupore del bambino incappato per caso in un posto meraviglioso e desideroso di raccontarlo. Si respira quindi il suo sentirsi felice, ma piccolo davanti all’immensità della natura: «Mi misi tra Walter e Hector per sentirmi più sicuro, non che avvertissi del pericolo ma la prudenza si sa non è mai troppa.». Ma prevalgono lo spirito di adattamento, la capacità di attendere, la gestione della paura, della rabbia e dell’impotenza davanti a tutto ciò che non procede per il verso giusto. Si ha la sensazione che Montalbetti si lasci trasportare dagli eventi e dal loro fluire. Affidarsi al caso come per fiducia in una provvidenza che puntuale tende una mano al momento giusto.

Paulo Coelho dice: <Quando si viaggia si sperimenta in modo più concreto l’atto della rinascita> e in effetti quando l’autore scrive «Il quinto giorno tornammo a vedere il sole» peraltro di dantesca memoria, (- e quindi uscimmo a riveder le stelle - (Inferno XXXIV, 139), è l'ultimo verso dell'Inferno della Divina Commedia.) l’idea che ne deriva è proprio quella della rinascita. Rinascita data anche dagli incontri, «incontri di ogni genere» che lasciano il segno anche della loro forza.

Un libro per gli amanti dell’avventura ma anche per tutti coloro che vogliono scoprire la bellezza di luoghi ancora intatti, nonché il valore dell’amicizia e il fascino di popoli lontani che nella loro semplicità impongono riflessione.

Buona lettura

Francesca Uroni
@FrancescaUR1

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