Valerio Carbone

Valerio Carbone

Racconta del nostro mondo, dei nostri tempi. In modo meravigliosamente inattuale.

345
0
stampa articolo Scarica pdf

Domani 28 Giugno alle ore 18:00 presso la Medina Roma Arte sarà presentato "Il fantastico mondo di Fruitore di Nonsense" il nuovo libro di Valerio Carbone con la partecipazone dell'attore Edoardo Purgatori. Quattordici racconti, dove il bizzarro protagonista Fruitore Di Nonsense vive situazioni surreali e grottesche, alle prese con un quanto mai invadente maiale celeste, supermercati super tecnologici, alieni e tanti altri personaggi "stravaganti".

Abbiamo avuto il piace di incontrare Valerio per farci raccontare qualcosa in più!

Fruitore di Nonsense: come nasce e cosa racconta...

Fruitore Di Nonsense è un personaggio letterario che prende esplicitamente spunto dal Marcovaldo di Calvino, in una versione riveduta e corretta, facilmente applicabile ai nostri giorni e alle vicissitudini quotidiane, Social, tecnologiche. È giusto presentarlo come un Marcovaldo 2.0, anche perché come personaggio “si è generato automaticamente” da un mio vecchio profilo Facebook, con un suo stile, un suo linguaggio, una sua volontà dissacratoria. Una specie di spiritello dei nostri giorni, insomma. E in realtà gli spunti (non solamente letterari) da cui traggo ispirazione sono stati sempre tantissimi finché è diventato bello mescolarli e darli in pasto al lettore. Il tipo di scrittura che ho ricercato nel libro dedicato al suo “fantastico mondo” è dichiaratamente eclettica e molto nasce dalla volontà di sperimentare e divertirsi nella scrittura. Quando ho deciso (due anni fa più o meno) di dedicare un libro a questo personaggio, che dunque già esisteva, ho tentato di ri-costruirne il linguaggio e lo stile dissacratorio attraverso 14 racconti che fossero singoli esercizi di scrittura, in cui emulare vari stili letterari: c’è dunque il racconto à la Calvino, quello in stile Svevo, quello in stile Buzzati, ma anche quello che ricorda Woody Allen, quello che ammicca a Tim Burton, quello come Douglas Adams, uno che omaggia la letteratura nonsense inglese… E poi ci sono due sperimentazioni estreme: l’ultimo racconto è un racconto “dadaista”, e c’è anche un brano ambientato nell’antica Grecia che narra di una festa orgiastica e ricalca le commedie classiche. Tutto questo – per tornare alla domanda – per raccontare di noi: delle nostre ipocrisie, idiosincrasie, fisime, compromessi e contraddizioni.

Fruitore è ognuno di noi, o meglio dà la possibilità ad ognuno di noi di identificarsi per confrontarsi con le proprie ipocrisie e fisime. In cosa ti identifichi tu, Valerio?

Ad esempio in questo strambo personaggio e nella sua narrazione consapevolmente frammentaria e “schizoide” della realtà. Alla fine Fruitore è sì il mio alterego, un eteronimo, forse uno dei tanti. Ma è anche un alterego di ognuno. Perché racconta del nostro mondo, dei nostri tempi. In modo meravigliosamente inattuale. 

Nel 2015 sei stato menzionato tra i cinque “scrittori emergenti più interessanti”, come ci si fa spazio in un mercato non propriamente semplice?

Nel 2015 esce il mio primo romanzo Il mercante d’acqua, un libro che ha realizzato un sogno e che è riuscito nello scopo di darmi una dimensione autorale definita. Ha ricevuto encomi e apprezzamenti trasversali dandomi la possibilità di accedere a contesti importanti, presentarlo e parlarne in molte città, interviste, segnalazioni. Ma non è stato per niente casuale, nulla lo è mai. C’è stato tanto lavoro di preparazione da parte mia, un investimento preciso, dedizione, un piano editoriale e comunicativo, sacrifici di tempo, di spazio, economici. Questa è la sola maniera che conosco per riuscire nelle cose: dedicarsi, cadere-rialzarsi, sbagliare-capire, migliorarsi costantemente. Il mercato lascia intersezioni più o meno strette, ed è lì che bisogna infilarsi. Ma capendo prima il modo in cui proporsi, come, quando, perché. Sennò ogni sforzo è inutile. Semplice, no?

Come ti sei avvicinato alla scrittura?

Dovrei chiedermi come la scrittura si è avvicinata a me. Credo, Fondamentalmente, che la scrittura sia una modalità espressiva unica perché capace di veicolare alcune sensazioni, stati d'animo, emozioni, pensieri, valori difficilmente comunicabili altrimenti. E' il discorso che faceva Pessoa sul fatto che l'esistenza della letteratura (e dell'arte) sia la dimostrazione che la vita da sola non basti. Però non mi sono mai crogiolato in questo, nel "romanticismo dello scrittore", o tanto peggio dello "scrittore maledetto". Perché a parte la volontà ed il talento (che non tutti hanno e non è detto che io ne abbia più degli altri), esiste l'esercizio, la pratica e la dedizione ovvero tutte quelle cose che alla fine, io credo, fanno davvero la differenza. Il fatto di aver reso la scrittura una forma di professionismo tramite la piattaforma Edizioni Haiku e l'attività di coaching è per me la più grande vittoria. Non solo in quanto scrittore, ma in quanto essere umano.

Parliamo della copertina, fiabesca ma anche un po’  John Travolta style o sbaglio? Com’è nata?

La copertina nasce dall’estro (?!) del grafico di Edizioni Efesto che ha ripreso il Social-brand “Fruitore Di Nonsense” presente su Facebook e ha costruito una cover esteticamente molto d’impatto (forse anche troppo a mio gusto). Però questa scelta kitsch, una cosa che a me personalmente ricorda di più alcuni b-movies anni ’80, sta pagando perché devo dire che è rimasta impressa nei lettori. E piace.

Valerio cosa consiglieresti a chi vorrebbe approccarsi alla scrittura?

I consigli in generale non mi piacciono, né darli, né riceverli. Credo comunque che leggere molto sia fondamentale. Esistono “sedicenti scrittori” che non hanno mai letto nulla, ma naturalmente questi non fanno neppure testo. Inoltre, credo sia davvero necessario prendere consapevolezza dei propri obiettivi, dei propri limiti e confrontarsi continuamente con gli altri. Una volta che si ha chiaro che tipo di scrittore si è e dove si vuole arrivare sarà poi molto più facile ricercare i mezzi e gli strumenti adatti per realizzare i propri scopi. Ma questo non vale naturalmente soltanto per la scrittura. Il problema, semmai, è che esistono delle false credenze, dei miti sull’essere scrittori, sulla letteratura e sull’editoria che vanno assolutamente sfatati perché producono alla lunga frustrazione. Pensare che lo scrittore viva in una dimensione alternativa rispetto a quella della vita reale è una delle cose più nefaste che si possano pensare. È un’illusione che nasconde arroganza. Disattendere tutte queste false credenze e affiancare gli scrittori più volonterosi, portarli a intraprendere il proprio cammino virtuoso è in fondo lo scopo che ci siamo dati come Edizioni Haiku, la realtà che abbiamo definito “la casa editrice degli scrittori”. Per me è stato vitale questo modo di fare, ma non è detto che sia per tutti uguale.

Tre titoli bisogna assolutamente leggere? I tuoi non sono contemplati però!!!

Ai miei libri riconosco l’utilità di essere pieni di piccoli o grandi omaggi agli autori importanti, ma non li avrei mai indicati come testi fondamentali Del resto io amo molto i classici dai greci a Dostoevskij o Pessoa, passando per i più recenti Marai, Saramago, Roth o Kundera. Ma se dovessi dare tre titoli, ne citerei due forse meno noti che mi hanno “illuminato” durante la scrittura de Il mercante d’acqua: La schiuma dei giorni di Boris Vian, per il tratto allo stesso tempo grottesco e delicato che l’autore dà della quotidianità e Le tre stimmate di Eldritch Palmer di Philiph Dick, perché è un libro veramente poco noto ma credo sia una vetta per gli amanti del genere fantascientifico. Il terzo è invece di “casa nostra”: City di Baricco perché è un esempio “pratico” di come si diventa scrittori oggi.


Sara Gillo

© Riproduzione riservata