Syria

Indie già dieci anni fa, oggi omaggia Gabriella Ferri al teatro Vittoria.Int. di Alessia de Antoniis

356
stampa articolo Scarica pdf


Perché non canti più è il concerto-spettacolo con cui Syria il 6 e il 7 novembre al teatro Vittoria, rende omaggio a Gabriella Ferri, grande cantante romana originaria di Testaccio.“Perché non canti più” è un progetto nato dalla felice collaborazione della stessa Cecilia Syria Cipressi con Pino Strabioli, che ereditò, dal figlio e dal marito di Gabriella, una valigia rossa contenente scritti, disegni, appunti, scarabocchi, lettere e pensieri della cantante romana.

In quella valigia – racconta Pino Strabioli - ho rovistato per intere notti e interi giorni: accatastati, sparsi, mischiati, c’erano, e ci sono ancora, fogli di carta colorati e in bianco e nero.
Ho incontrato Syria in un ristorante di Trastevere e mi ha dichiarato la sua passione per Gabriella. Abbiamo pensato di provare ad aprirla insieme, quella valigia, per farla diventare suono e voce.Stiamo sparpagliando le note e le canzoni che Gabriella amava di più e le stiamo mischiando ai suoi pensieri. Sarà un cantare recitando o un recitar cantando.Un concerto, un racconto.In molti me l’hanno chiesta in prestito, quella valigia rossa, ma l’ho sempre tenuta stretta.Syria ha nella voce e nel cuore quei pezzetti di Roma che sapranno dove portarla, dove aprirla, dove lasciarla cantare e raccontare.

Di questo omaggio a Gabriella Ferri ne abbiamo parlato proprio con Syria, cantante in continua evoluzione che, nei suoi ventidue anni di carriera, non si è mai chiusa in alcun cliché e ha sempre amato sperimentare, magari rischiando di uscire dai grandi circuiti discografici, ma felice di poter vivere liberamente la sua musica.

Syria, come nasce questo progetto su Gabriella Ferri? Tu appartieni ad una generazione lontana dalla sua...

Facendo questo mestiere da molti anni, un po' per mentalità, un po' per cultura, mi sono spesso dedicata al passato, scoprendo che c'è ancora tanto da studiare. Forse ho fatto un passo azzardato, ma da romana avevo voglia di poter raccontare Gabriella a modo mio e così ho timidamente bussato alla porta di Pino Strabioli, che è stato un suo grande amico. Pino mi ha permesso di poter entrare nel suo mondo ancora di più, proprio partendo da quella valigia rossa che gli è stata regalata dalla famiglia di Gabriella e da dove lui ha estratto i suoi diari, i suoi disegni, i suoi racconti. Io ho chiesto a Pino se potevamo partire da lì. Da quando Gabriella non c'è più sono state fatte tante cose, però non sono mai state ufficializzate. Io, invece, ho voluto iniziare chiedendo il permesso alla famiglia, per poter raccontare Gabriella a modo mio, ma rispettando il suo mondo. Mi è stata data questa possibilità. Pino ed io abbiamo unito le energie: io mi sono occupata della parte musicale, lui della scrittura e della parte di regia ed ecco il risultato.

Il titolo dello spettacolo è “Perché non canti più”. Come nasce?Lo ha deciso Pino. Perché non canti più è una domanda a mio avviso molto romantica: è come dire: perché non ci sei più? Perché non si sente più la tua voce?

E' anche la domanda che le rivolgevano quando non si vedeva più in giro.Capita anche a me quando non ti vedono per un po', quando non sei in televisione, quando non sei all'interno di certi meccanismi; la domanda è: ma che fine hai fatto? Uno campa comunque (ride...). Si fa altro, si canta, si lavora, si fa in un modo diverso, magari facendo delle scelte più di nicchia, ma sempre con dignità.

Come ha reagito il pubblico a questo tuo tuo esperimento?

Siamo partiti a luglio e continuiamo a girare senza scadenze: abbiamo deciso di andare ovunque ci vorranno, da nord a sud, portando tutta la romanità e tutto l'amore che ho e che il pubblico ha per Gabriella. Come racconto spesso, la cosa di cui mi sto accorgendo è che l'adesione è tanta e questo è quello che conta di più. Io sono solo un tramite.

Al di là della romanità, cos'hai in comune con Gabriella?

Sicuramente la sua storia è unica e non potrei mai paragonarmi a lei. Ho però notato che anche lei ha fatto delle scelte atipiche, scelte che ti fanno vivere una vita parallela particolare, perché scegli anche di porti in maniera diversa di fronte alle regole del circuito discografico. In questo un po' mi ritrovo. Non solo, ma a me non interessa essere virtuosa quanto raccontare quello che si prova a cantare una canzone e in lei ritrovo questo.Gabriella Ferri è stata una grande sperimentatrice: partendo dalla musica folk romana, è arrivata a cantare in spagnolo, ha fatto tanta televisione e anche cinema. Sperimentare è bello e, secondo me, è un segno di libertà. Anch'io mi sento una persona libera come lei.

Parli di sperimentazione. Hai lavorato con Claudio Mattone, Biagio Antonacci, Jovanotti, Paolo Rossi e tanti altri; sei stata Airys. Il tuo pubblico ha accettato tutti questi cambiamenti?

Il mio pubblico si è fatto accompagnare dolcemente dalle mie follie, forse perché hanno riconosciuto una coerenza nelle mie trasformazioni. Non sono mai stata una persona tranquilla, ma lo dico in maniera ironica. Quindi, dopo ventidue anni, c'è sempre quello zoccolo duro di fan che sostiene assolutamente le mie cause e spesso li conduco a scoprire cose nuove insieme a me. Sono fortunata, perché i miei fan sono rimasti attaccati alle mie follie.

Già dieci anni fa hai sperimentato una musica che ora spopola: l'Indie. Lo scorso fine settimana Thegiornalisti hanno registrato due sold out al Palalottomatica. Oggi esistono ancora i presupposti della musica Indie della fine degli anni Ottanta? Etichette discografiche indipendenti, etica del DIY (do it yourself, nda)...

Ormai non si possono più definire Indie, si sono sdoganati. Semmai sono il nuovo pop. Tommaso (Paradiso, dei Thegiornalisti, nda) ha scritto per nomi così pop che non si può più dare un significato specifico a questo fenomeno. Mi rendo conto che io, dieci anni fa, ho collaborato con gruppi della scena indie e mi mangio le mani chiedendomi perché i Perturbazione, i La Crus, i Baustelle, tutti artisti che io amo, non ce l'hanno fatta a fare quello che accade ai gruppi indie di ora, pur avendo un pubblico che li ama. Queste sono le cose che accadono nella vita. Anche loro meriterebbero, per quello che hanno seminato, scritto e fatto, un così grande successo. Il mondo è bizzarro: gli artisti indie di adesso sono arrivati, evidentemente, al momento giusto, al posto giusto, con la generazione giusta che ha colto l'importanza di questo messaggio e hanno un pubblico maggiore di quello che avevamo dieci anni fa.

Indie stava per indipendent. Ma oggi, questi nuovi artisti, quanto lo sono?

Oggi loro vogliono sentirsi Indie, perché comunque sono gruppi che partono da lì. Come ad esempio Calcutta, per citarne uno. Probabilmente non si aspettavano un simile successo e alla fine sono stati costretti a rivedere alcuni modi di fare. Però arrivano dall'indie e, per magia, sono riusciti a fare qualcosa di incredibile: nel giro di pochi mesi, di un anno, si sono trovati di fronte un grande pubblico.La musica è cambiata e continua a cambiare. A volte, ghettizzare le situazioni, i generi, non ha più senso. In America tutti si uniscono con tutti per fare musica e basta. Non c'è più questa visione distaccata “tu sei pop, tu sei indie”... mi sembra che non sia più necessario fare distinzioni.

E' stato presentato giorni fa, sulla piattaforma pornhub, il primo estratto del nuovo disco di Salmo. In sole 24 ore ha registrato un milione di stream. Cosa ne pensi?

Me lo ha detto mio marito. Sono rimasta sconvolta non tanto dal fatto che Salmo faccia questo, perché me lo aspetto: sono una sua fan sfegatata e non mi stupisco. Resto sconcertata dal fatto che per i giovani dell'età di mia figlia, piattaforme come youporn e pornhub siano scontate. Possono accedervi come se niente fosse. Purtroppo dobbiamo farcene una ragione. Fa impressione, ma questi artisti hanno anche questo potere. Da mamma non bigotta vedo l'aspetto diseducativo, però devi fare buon viso a cattivo gioco.

Quindi dobbiamo abituarci al fatto che, essendo l'endorsement un modo per immettere capitali all'interno dell'industria discografica, pesantemente penalizzata dalla crisi e dai canali di distribuzione alternativi creati dalla rete, non ci sono più limiti?

No, non ci sono più limiti, non ci sono più regole. Dobbiamo metterci l'anima in pace. Ognuno pubblicizza i suoi dischi come vuole. Da cantante sono felice di aver iniziato in un periodo completamente diverso; da fruitrice della musica e da persona che osserva, da mamma, non devo e non voglio più stupirmi perché questo è il nuovo corso...magari si toccherà il fondo e si ricomincerà daccapo. Non possiamo dirlo.

Sei figlia, moglie e sorella di tre uomini che lavorano in campo discografico. Tu sei una cantante. Com'è essere madre di un'adolescente di 17 anni che fa musica?

No, aspetta....mia figlia è vero che ha fatto musica, ma per gioco con suo papà. E' stata una produzione che è girata più all'estero che in Italia. Lei in realtà studia, fa le stesse attività dei suoi coetanei, frequenta il liceo artistico. E' una che divora la musica, la ama, la vive in un altro modo, ma noi siamo gli ultimi a spingerla verso questa realtà. E' stato sicuramente un esperimento molto divertente, ci siamo resi conto che sa cantare, ma ci siamo accorti che è più furba di noi. Sa benissimo che è meglio stare dietro le quinte che sul palco. Ovviamente siamo una famiglia di addetti ai lavori. Mio papà discografico, mio marito produttore, mio fratello discografico, mia mamma ha lavorato in Rai, quindi i miei figli sono immersi nella musica in vari modi. Però siamo anche genitori e nonni che educano la nuova generazione prima di tutto a studiare e a dare il massimo su un altro piano. Poi la vita non sappiamo dove li porterà.

Alessia de Antoniis

© Riproduzione riservata