Rosi Giordano

Il suo mondo è dove lo spazio scenico incontra l'espressione corporea, la sonorità e la parola. Regista e scenografa, ci racconta come si può parlare restando muti - intervista di Alessia de Antoniis

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Giovedì 11 luglio va in scena, ospite a Ludika1243, appuntamento ormai fisso a Viterbo per l’estate della Tuscia, lo spettacolo con maschere larvali, FOSCO E LA NERA della regista e scenografa Rosi Giordano, una rivisitazione originale dal Macbeth Shakespeariano in cui sono stati mantenuti i connotati più marcati del testo: l’ambizione, l’amoralità e il desiderio di potere.
Una pièce muta con maschere larvali che vanno a impersonare diverse caratterialità: Fosco e la Nera, Ignaro, Illusione, Emulo e Fedele. I sei personaggi, interpretati da tre attori, sono legati da una relazione amicale, cameratesca o parentale, ma vengono sconvolti dall’ incontro con un essere, Illusione, che porterà alla luce le loro ambizioni nascoste.

Rosi Giordano ci accompagna nell'esplorazione di questo mondo, quello della Maschera Larvale, che lei affronta in modo nuovo, per reinventarne gli aspetti aperti e sconfinare dai suoi limiti, tra intersezioni e contaminazioni di pratiche espressive, in una relazione con lo spazio che è una dinamica in divenire.

Rosi, perché e in che modo utilizzi le maschere larvali?

Alla fine degli anni Novanta ho affrontato l’uso e la messa in scena delle maschere larvali con un’allieva di Jaques Lecoq. E’ stato un periodo di scoperta e di studio, che, ad un certo punto, ho abbandonato per altre esperienze. L’influenza che le maschere larvali ha avuto su di me è rimasta però latente ed è ritornata stimolata, soprattutto, dal desiderio di trovare nella maschera larvale, altre possibilità espressive.

Un anno fa, con il gruppo di lavoro di MacroRitmi, Giulia Bornacin, Germana Flamini, Annalisa Siciliano e Michele Albini abbiamo organizzato un Seminario intensivo per attori sulla maschera neutra e larvale, che prevedeva anche una preparazione fisica con metodo Feldenkrais tenuto da Marina Cangemi, attrice, regista, docente di pedagogia teatrale. In seguito, siamo passati alla costruzione delle maschere larvali contestualmente allo studio della fisionomia “larvale”, una via di mezzo tra umano e animale, fattezze che le rendono capaci di esprimere diversificate caratterialità.

Le larvali possono essere giocate con il linguaggio doppio della maschera e della contro-maschera, esaltando, da un lato, l’espressione più evidente che la maschera presenta e, dall’altro, portando alla luce i conflitti che la maschera nasconde. 

Quando hai deciso di iniziare il laboratorio per la costruzione dello spettacolo Fosco e la Nera, avente come riferimento testuale il Macbeth di Shakespeare, hai pensato che le maschere larvali potessero comunicare qualcosa che il testo Shakespeariano non esprimesse già attraverso le parole?

Le maschere intere non permettono la parola e avere come riferimento un autore come Shakespeare, che nella parola ha la caratterizzazione più efficace, potrebbe sembrare una contraddizione, ma in realtà è proprio dalla forza della parola e dai suoi passaggi più caratterizzanti e potenti che si poteva evolvere una scrittura scenica muta, perché spinta da tensioni articolate che mi avrebbero permesso di sviluppare gli obiettivi prefissati alla base del progetto: ampliamento dell’espressività caratteriale basica della larvale ossia non solo ingenuità, leggerezza e facezie ma anche aggressività, gravità e severità; accrescimento, attraverso uno studio fisico mirato, dell’azione della maschera in termini di velocità ed espansione nello spazio con l’intenzione di superare il limite della maschera intera che condiziona i movimenti per la sua alta occlusività. Il testo del Macbeth è quindi diventato un canovaccio, nel senso più alto del termine. Non la parola nel raccontare emozioni, pulsioni e conflitti, ma gesto, movimento, suono e ritmo. I punti di appoggio, mi piace chiamarli così perché li vedo come strutture, fondamenta per una drammaturgia senza parola, sono determinati dai connotati espressivi più marcati del testo shakespeariano: il desiderio di potere, l’ambizione, l’amoralità, il tradimento e l’assassinio. La storia Macbetthiana non viene quindi ricalcata, nella pièce Fosco e la Nera, ma utilizzata per i contenuti motivazionali. Il diverso codice espressivo ha preteso un processo di sintesi sia dei concetti che della modalità di presentazione degli avvenimenti. Il training fisico elaborato nel percorso ha ampliato alcuni aspetti espressivi della maschera larvale, per permettere una più ampia gamma di emozioni e una maggiore reattività, ma allo stesso tempo non sono state alienate le caratteristiche già possedute perché fondamentali al fine di sfaccettarne la comunicatività.

Lo spettacolo Fosco e la Nera non esprime qualcosa in più o in meno rispetto al testo originale ma ha tradotto fatti, turbamenti e tensioni del Macbeth Shakespeariano con un altro codice espressivo, che agisce più a livello emotivo che cerebrale; si chiede allo spettatore di sentire con le viscere, con il cervello addominale. E’ un percorso parallelo al testo originale, non lo ricalca, non lo emula, non lo vuole stravolgere ma semplicemente ha preso un’altra strada e si muove attraverso un linguaggio non usuale, pretendendo di essere guardato attraverso gli occhi di un novizio, di un bambino, con un atteggiamento oggi definito habits of mind.

Potere e aggressività sono due costanti del testo. Come le hai affrontate?

Il Macbeth Shakespeariano lo definirei l’archetipo della brama di potere e dell’aggressività che ne consegue. In Fosco e la Nera questi due elementi sono il motore trainante del percorso, anche se, ripeto, con un codice espressivo diverso e non sovrapponibile al testo originale. La prima scena dello spettacolo vede i tre generali Fosco, Ignaro e Fedele che mostrano le loro azioni in guerra, vigorose, concertate e aggressive ma finalizzate alla vittoria in battaglia. Questo è un modo arcaico di concepire l’aggressività come, per esempio, nella Grecia antica, in cui era ritenuta positiva se frutto di razionalità che si traduceva nel coraggio in battaglia. Ed è un mondo arcaico, tribale, quello in cui ho immaginato Fosco e la Nera, i costumi, i ritmi percussivi, le posture, il modo di percepire le situazioni da parte dei personaggi ne sono la lettura. La genesi di Fosco e la Nera ha preteso quindi che l’aggressività diventasse una formula espressiva persistente: i personaggi si relazionano tra loro con una gestualità connubio di azioni quotidiane e azioni armate.

L’aggressività che vediamo eclatante, nella prima scena, continuerà a leggersi in maniera sfumata anche in scene definibili cloudless, come quella basata sul gioco degli abbracci tra i due coniugi, Fosco e la Nera, o nelle schermaglie amichevoli tra i due commilitoni, Fosco e Ignaro. Mano a mano che si evolve la storia le azioni di ogni personaggio diventano sempre più bellicose. Il gioco, la perplessità e il dubbio, che definiscono, per esempio, l’agire di Fosco quando inizia a provare il sentimento di sopraffazione nei confronti del re, si tradurranno in un solo obiettivo: annientamento. L’aggressività è espressa anche attraverso movimenti nello spazio che nelle fasi di maggior tensione diventano articolati e frementi. Movimenti agiti in uno spazio determinato da un cerchio di luci, simbolo della corona e del potere, luogo chiuso, limitante ed implosivo. Il movimento crea delle geometrie come ideogrammi che parlano dei personaggi e delle loro interazioni.

In Italia assistiamo al potere che, in certe occasioni, fomenta l’aggressività per poi demonizzarla e giustificare leggi che limitano la libertà degli individui. Credi ci sia anche una grave corresponsabilità delle persone, sempre meno abituate a gestire la loro parte di potere/responsabilità che un sistema democratico comporta?

Il potere è un elemento fisso quando si tratta di rapporti umani. Tutti noi viviamo in una tessitura di rapporti di potere da quando siamo in fasce fino all’età adulta e in quanto facenti parte di una società viviamo/subiamo diversi poteri: il potere politico, il potere economico, il potere dei media…per citare i più quantificabili e strettamente correlati tra di loro. Finché le voci che provengono da tali istituzioni di potere saranno diverse, finché si alterneranno e si confronteranno individui di diverso pensiero e formazione, vuol dire che la democrazia ancora è in atto. Un sistema democratico sano dà la possibilità di sottrarci ad un potere che fomenta l’aggressività, attraverso i mezzi che esso stesso, ancora oggi, mette a disposizione: la cultura e l’informazione. La nostra responsabilità, quindi, è porre attenzione verso un mondo in continuo cambiamento, usando come decodificatori degli avvenimenti, il raziocinio e il rispetto per il genere umano.

Un sistema repressivo nei confronti di chi non si omologa al potere, che molti superficialmente reclamano, può essere una soluzione?

La mia risposta è no, non è una soluzione il sistema repressivo nei confronti di chi non si omologa; ma a cosa ci riferiamo? Se parliamo di terrorismo o mafia non potrei dare la stessa risposta. La nostra non è una società idilliaca in cui ognuno ha la gestione responsabile delle proprie azioni. Viviamo in un mondo sfaccettato, in cui sussistono esigenze, educazioni, obiettivi diversi e l’equilibrio inteso come controllo dei propri atti, nel rispetto delle diversità, lo devono trovare proprio i tre poteri sopra citati…un’utopia? Lo definirei un obiettivo fondamentale di una società democratica…che il genere umano ancora deve maturare.

Nel testo di Shakespeare, alla fine Fosco resta senza nemici: li ha uccisi tutti. L’aggressività cessa solo quando non si hanno più nemici da abbattere?

L’aggressività è in ognuno di noi e anche quando non si hanno più nemici da abbattere si potranno verificare conflitti e insoddisfazioni che la re-innescano saranno l’autocontrollo, l’equilibrio psichico, l’educazione ricevuta che potranno incanalarla e impedire che diventi un’espressione distruttiva per se stessi e per gli altri. Fosco è spinto dalla brama di potere, dal pensiero che corona e scettro gli permetteranno uno status che da primo generale non avrà mai la possibilità di raggiungere. Dopo aver eliminato il re, si rende conto che ci sono altri potenziali pretendenti allo scettro e alla corona e, a quel punto, la sua aggressività non vedrà più ostacoli, nessun dubbio e incertezza si paleseranno nel suo agire e abbatterà ogni antagonista, compresa, in ultimo, l’amata consorte. A questo punto la sua aggressività non avrebbe avuto motivo di persistere: nessun nemico, nessuna aggressività? In realtà il rimorso e il desiderio di riavere i momenti piacevoli con la Nera, attiveranno in lui uno stato di avvilimento e delusione e in un ultimo conato di aggressività individua in se stesso il nemico che gli aveva sottratto il bene più grande e rivolge l’ultima azione armata....verso se stesso.

Rosi Giordano sarà presente anche al Macro Asilo di via Nizza a Roma, dal 16 al 21 luglio, con un Laboratorio sulla maschera larvale per attori e danzatori in cui si intrecciano pratiche teatrali e training con il fine di mettere in evidenza le caratteristiche espressive della maschera larvale meno evidenti e piú complesse da gestire, insieme a Marina Cangemi, allieva di Lecoq, Alberto Bellandi, maestro d'armi e insegnante di biomeccanica, e Salvator Spagnolo, danzatore e performer.


Alessia de Antoniis



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