Mauro Lamanna

Contro la libertà. Sette storie surreali, sette domande lasciate aperte, interpretate da Mauro Lamanna, Gianmarco Saurino ed Elena Ferrantini il 14 luglio al Lunga Vita Festival - intervista di Alessia de Antoniis

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Sette quadri, sette storie, sette scene surreali per affrontare, con uno stile sovversivo, ponendo domande lasciate volutamente senza risposta, tematiche come il problema dei rifugiati, la crisi nel matrimonio, l'uso distorto della lettura, la pedofilia, la crisi sociale che il deterioramento dell'economia ha causato negli ultimi anni, la vita virtuale su Facebook. Sempre cercando di rispondere alla stessa domanda: che cos’è la libertà?

Mauro Lamanna, Gianmarco Saurino ed Elena Ferrantini affrontano uno dei più rappresentati autori catalani, Esteve Soler, e saranno in scena il 14 luglio al Lunga Vita Festival all'Accademia Nazionale di Danza con Contro la libertà.

Tra le opere più conosciute e rappresentate di Soler, la Trilogia dell’Indignazione – Contro il progresso, Contro l’amore e Contro la democrazia – e La Trilogia della Rivoluzione – Contro la libertà, contro l'uguaglianza e contro la fraternità (liberté, égalité, fraternité è il celebre motto associato alla rivoluzione francese).

Ad introdurci in questo testo attuale e insieme non convenzionale, è il regista Mauro Lamanna.

Mauro, sei attore, autore teatrale, regista, ma ti occupi anche di videoclip. È tua la regia del video “Tutte le volte” di Eman, che affronta il tema dell'eutanasia. Com'è stata questa tua esperienza?

Molto forte! Non è stato facile scegliere di occuparmene: sono stato in dubbio fino all'ultimo. L'idea mi piaceva, ma la paura era quella di mettere le mani in un argomento troppo privato, intimo e forte per chi lo ha vissuto. Mi sembrava quasi di abusare di questa storia. Invece, più ci lavoravo più mi rendevo conto che stava diventando qualcosa che poteva essere universale. Sono stato molto felice del fatto che la famiglia di dj Fabo, e soprattutto la ragazza, si sia complimentata con noi quando ha visto il nostro lavoro, dicendoci che siamo riusciti a raccontare, andando al di là del fatto di cronaca, le emozioni che avevano vissuto. Io ho pianto mentre giravo. È stata un'esperienza molto forte, nonostante fosse solo un videoclip.

È stato un modo per avvicinare i giovani ad un tema complesso come quello dell'eutanasia?

Sarebbe bello se lo strumento del videoclip, anche in Italia, riuscisse a diventare non solo un mezzo di intrattenimento, ma anche una forma d'arte Politica, con la P maiuscola, che può porre delle domande sui grandi temi di oggi. Dal mio punto di vista si è fatto qualcosa di forte sia per i giovani che seguono più questa musica e questo artista, che per tutti.

In Contro la Libertà, nella prima storia, assistiamo ad un'Europa blindata che separa le madri dai bambini. Stiamo diventando un'Europa che ha dimenticato quante persone sono andate in altri Paesi per secoli, a causa delle guerre di religione o crisi economiche? Un'Europa dove l'arroganza dei sani ci trasforma in soggetti apatici che rinnegano ogni responsabilità per le sofferenze che infliggiamo agli altri? Un'Europa fascista che nega il diritto di assistenza in mare e l'accoglienza di esseri umani che abbiamo contribuito a rendere vittime di guerre e carestie?

È quello che sta avvenendo. Sono di origini calabresi, vivo a Roma da dieci anni e lavoro a Roma e all'estero. La Calabria ha prodotto il maggior numero di emigrati della storia d'Italia fino alla fine del secolo scorso e ora è una regione dove la Lega ha stravinto alle ultime elezioni, nonostante abbia sempre urlato “terroni” contro il popolo calabrese. Ora siamo contro i migranti. Noi italiani, che abbiamo rappresentato una delle più grandi migrazioni e abbiamo esportato il bene e il male nel mondo, ora abbiamo paura di chi viene, anche per colpa nostra, a bussare alle nostre porte. Non dimentichiamoci se c'è qualcuno che scappa dalle guerre è perché quei territori sono stati tormentati dai nostri Paesi, tra i quali l'Italia. Non dimentichiamoci che l'Italia è uno dei maggiori esportatori di armi, con le quali quelle guerre vengono combattute. Il problema è che ci concentriamo a guardare i singoli avvenimenti, ma non leggiamo la macrostoria, cosa che ci consentirebbe di capire. Fa più effetto prendersela con la capitana della Sea Watch, Carola Rackete, che ha forzato il blocco navale. Stiamo guardando il mondo in sfumature così minuscole da perdere il senso dell'intera storia. Ci perdiamo nei meandri del nulla.

Sicuramente non si può pensare alla politica senza comunicazione, ma oggi siamo vittime di una comunicazione che può funzionare anche senza contenuto. I social riescono a farci arrivare informazioni distorte e noi ci crediamo, perché, nella nostra formazione, c'è il principio “scripta manent, verba volant”, per cui tutto quello che è scritto è vero. È quello che accade con le fake news.

Una delle sette storie parla della tecnologia e di come ci aiuti a far finta di leggere...

Leggere oggi a chi serve? vado in internet e leggo citazioni. Non so niente del mondo e delle sue culture, ma cito autori famosi. Siamo una generazione in terapia, sempre meno in contatto col mondo e con noi stessi. Abbiamo contatto con la realtà che vediamo, che però non è la realtà. Ci confrontiamo con le vite degli altri così come vengono postate sui social, ma di quelle vite tu conosci solo quello che vedi, mentre della tua ne conosci anche i difetti, per cui ti senti sempre perdente. Non c'è più il contatto con la realtà vera.

La terza storia parla proprio di rapporti virtuali. I protagonisti si sono rifugiati in una caverna. Platone raccontava dell'importanza di riuscire ad uscire dalla famosa caverna: è l'importanza della scoperta della realtà. All'alba del terzo millennio, stiamo percorrendo il percorso inverso, chiudendoci nella caverna dell'illusione e dell'irrealtà?

Anche io credevo che questa scena fosse stata ispirata da Platone, invece quando Esteban Soler è venuto a seguire alcune prove del suo debutto italiano e abbiamo lavorato insieme, gli ho fatto la stessa domanda e lui ha risposto: “Bella idea! Non ci avevo pensato!”.

Comunque è quello che sta avvenendo. Molti di noi vivono come nella caverna platonica: vediamo solo solo le nostre ombre, una parte della realtà, e questo, in qualche modo, ci rassicura. Perché la realtà è spesso scomoda. Oggi ce la prendiamo con gli stranieri. Noi, però, non abbiamo paura degli stranieri, ma dei poveri. Se tu avessi paura degli stranieri, dovresti temere anche lo statunitense o il cinese. Nessuno ce l'ha con i cinesi. Eppure se ci sono degli stranieri che stanno entrando a gamba tesa, il famoso “ci rubano il lavoro”, sono loro. Non ho mai sentito qualcuno prendersela con un cinese, nonostante abbiano acquistato squadre di calcio, società, aziende. La verità è che noi abbiamo paura dei poveri. Quello che fa paura è che esiste una povertà che tu non vuoi vedere.

La sesta storia parla dello sfruttamento nel mondo del lavoro. Si pensa sempre che questo problema riguardi Paesi stranieri o immigrati clandestini senza nessuna tutela. I nostri governi ci stanno portando ad essere felici di svolgere lavori sottopagati, come nelle fabbriche o nei call center, dove, troppo spesso, lo stipendio non consente neanche di affittare una casa, ma solo una stanza. Dobbiamo ritenerci fortunati solo perché abbiamo un lavoro, anche se usurante e sottopagato. La nostra dignità non è più un valore da difendere? Se oggi Marx dicesse “lavoratori di tutto il mondo unitevi”, avrebbe lo stesso effetto che ebbe nel 1848?

No, oggi a Marx arriverebbe una grandissima e sonora pernacchia, perché oggi l'unione non esiste. È difficile unirsi. È un fatto politico, non partitico. Il mondo ci ha portato ad essere, soprattutto negli ultimi decenni, degli individualisti spietati. Nella ricchezza siamo stati grandi individualisti ed oggi, nella povertà, siamo ugualmente individualisti. Oggi “mors tua vita mea” più che mai. Non esiste più una comunità. I sindacati stessi non rappresentano più i lavoratori e la frattura tra lavoratori e sindacati è insanabile. La vita non può ridursi a lavorare tutta la settimana e andare a fare la spesa il sabato e la domenica. Ci hanno insegnato ad essere individualisti spietati anche a costo di perdere dei diritti. È anche vero che le possibilità sono poche e siamo tornati a Marx quando diceva il pesce grande mangia quello piccolo. È ciò che sta accadendo: il pesce grande offre lavoro alle sue condizioni e assume chi accetta. Non c'è più la possibilità di discutere, perché se non accetto non prendo neanche quel salario minimo offerto. E poi come campo? Allora accetto di lavorare sottopagato, in nero, senza diritti, perché so che, se non verrò, io verrà qualcun altro, cosa della quale parlava anche Marx. E questo è un atteggiamento che non prevede alcuna unione.

Io, però, sono un irriducibile ottimista e credo che quando avremo toccato il fondo, troveremo la forza per risalire.

Un'altra storia parla di una donna che vive imbottita di psicofarmaci e un marito pedofilo che la convince che non c'è nulla di male ad avere rapporti sessuali con minori perché è sempre stata una caratteristica di alcune culture. Siamo così imbottiti di psicofarmaci, reali o simbolici, così ipocriti, che non riusciamo più a decidere autonomamente (la moglie alla fine si lascia convincere) o a capire che ogni vita è colma di dignità e che nessuno ha il diritto di violarla con guerre, turismo sessuale o sfruttamento economico?

Oggi ci stiamo permettendo tutto. Pensiamo al linguaggio politico attuale: sarebbe stato inconcepibile ancora vent'anni fa, quando Berlusconi che raccontava le sue barzellette ci sembrava fuori luogo. È come la terapia del veleno: se dici una parolaccia un giorno e poi aumenti via via la dose, alla fine la parolaccia si può dire senza problemi. Sta accadendo questo. In quest'ottica qualsiasi cosa può diventare accettabile. Se però accettiamo qualunque cosa, come stiamo facendo, regrediamo alla barbarie.

Se gli algoritmi dei social continueranno a dare più importanza alla violenza verbale o di qualunque tipo, che al ragionamento, andiamo allo scatafascio. Perché poi, anche chi vuole ragionare, viene corrotto da quel meccanismo. Allora anche io inizio a parlare per slogan e non ragiono più. Soprattutto se vedo che parlare per slogan ottiene più interazioni. È in questo che ci stiamo chiudendo. È una situazione agghiacciante. Dobbiamo prendere atto del fatto che il mondo ha dei nuovi strumenti, ma capire che possono essere usati diversamente e imparare a governarli in modo completamente diverso.

Alessia de Antoniis


Mauro Lamanna, attore, regista e autore. Formatosi al Centro sperimentale di Cinematografia di Roma e al Piccolo Teatro di Milano, prosegue i suoi studi tra New York e Shanghai. Per lo schermo ha lavorato a fianco di grandi premi Oscar, come il regista Danny Boyle e gli attori Donald Sutterland e Hilary Swank. Per il teatro, ha lavorato insieme ad artisti del calibro di Giancarlo Giannini e Franco Zeffirelli. Per il teatro è autore e regista di “Crisis – la vera storia di Osso, Mastrosso e Carcagnosso”, col quale vince nel 2016 il premio come miglior regista al festival romano “Short lab”. La seconda opera scritte e diretta per il teatro è “Studio Zero”, spettacolo di teatro-danza che ha messo insieme in una lunga residenza artistica attori e danzatori e musicisti venuti da Giappone, Francia, Portogallo e Italia.
Per lo schermo ha scritto e diretto numerosi videoclip e corti musicali, in cui ha spesso trattato grandi temi dell’attualità come l’identità di genere e l’eutanasia.


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