WADADA

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Nella vita bisogna sempre stimolare la determinazione e la convinzione in ciò che si fa, nello specifico agendo sulla ripetizione, sulla resistenza e sulla Tecnica.

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La nostra redazione è andata a curiosare tra le  realtà “world music” romane, abbiamo intervistato per voi Maurizio Mazzini (percussionista e insegnante) e Martina Spadano (danza africana) del progetto “Wadada”. Laboratori di percussioni e danza del West Africa, una realtà didattica che si concretizza in un vero e proprio progetto musicale dove gli allievi possono esibirsi con gli insegnanti. Una realtà multietnica e variegata.

Maurizio da quanti anni è attivo il progetto Wadada?

E' attivo da circa 5 anni. Wadada nasce da una libera associazione di persone con l'obiettivo comune di studiare, diffondere, promuovere le percussioni e le danze africane in Italia attraverso corsi, stage e spettacoli musicali.WADADA svolge un corso di percussioni africane ed un corso di danza a Roma.I corsi di PERCUSSIONI e DANZA a cura di WADADA sono aperti a chiunque desideri avvicinarsi al ritmo delle percussioni africane e all'energia della danza africana.

Cosa significa “Wadada”? Da quale organico è formata la vostra band? Vuoi presentarci i tuoi compagni di viaggio?

Wadada vuole dire:Amore, nel senso ampio del termine, è anche l'acronimo per West African Drum And Dance Arts. Scuola di percussioni e danze africane a Roma - Eventi Musicali.Il progetto è stato creato da Luca Laudani, Percussionista Siciliano formidabile, attualmente risiedente in Cardiff (ENG), amante della Musica Mandeng, Maurizio Mazzarini, Luca Bloise Percussionista Laureato al conservatorio di santa cicilia, Martina Spadano, magnifica Ballerina di danze tradizionali del west africa, cantante e ballerina di musiche tradizionali del sud Italia, Osvaldo Ferrante, Percussionista di molta esperienza; con lui abbiamo suonato, per molti anni nel gruppo WAMDE, con il quale ci siamo esibiti al concerto del 1 Maggio di San Giovanni insieme a Marina Rei. Attualmente nella band e nel progetto si sono inseriti anche Stefano Iacovacci, multipercussionista talentuoso, Lamine Mbaye, Percussionista della Band Audio Magazine, di origini Senegalesi, esperto di percussioni Sabar e in generale di musiche del west africa, Djijack Faye Ballerino e Coreografo Senegalese e tutte le allieve e gli allievi del corso di danza e percussioni tenuto da WADADA durante l'anno.

 

Hai avuto occasione nella tua formazione di studiare con grandi musicisti africani e sudamericani. Oltrepassando per un attimo il fattore puramente tecnico musicale: Qual è l’aspetto più importante che è consigliabile comprendere  per approcciarsi bene allo studio di questo linguaggio percussivo?

Bisogna concentrarsi sull'ascolto, sul sentire. Ascoltando dischi, studiando e riproducendo in maniera diretta i ritmi con i magnifici e diversi maestri si riesce a stimolare la memoria e la pulizia del suono. Dobbiamo stimolare il senso della pulsazione, il senso di anticipo sul tempo, che non tutte le persone hanno innato, ma che può essere “Lavorato”.

Ricordi un qualcosa in particolare che ti piace tramandare ai tuoi allievi e che hai imparato a tua volta?

Che nella vita bisogna sempre stimolare la determinazione e la convinzione in ciò che si fa, nello specifico agendo sulla ripetizione, sulla resistenza e sulla Tecnica.Un giorno mentre studiavo con un maestro in africa, si è avvicinato un bimbo di 8anni che poi si uni a noi per creare l'ensamble adatto alla lezione, questo per dire che Non importa l'età che hai ma è fondamentale il modo di porsi nei confronti di questa musica. Bisogna essere liberi, senza pregiudizi e solo trovandoci nei luoghi e con le persone giuste, amando e vivendo ciò di cui uno ha passione si riuscirà a realizzare i propri sogni, avvicinandosi forse alla comprensione questa magnifica tradizione musicale.

I tuoi laboratori di percussioni sono aperti a principianti e non, come si svolge la tua lezione tipo?

Una Lezione tipo, prevede inzialmente dei consigli sul controllo della postura del Musicista e sul corretto posizionamento delle Mani nel gesto percussivo sullo strumento.Quindi iniziale riscaldamento, con attenzione al suono che deriva da una perfetta tecnica dei colpi e del tempo, poi si passa all'apprendimento del ritmo tradizionale, marcando il Sangban (tamburo basso con suono basso ma colore medio. delle varie parti che compongono il ritmo tradizionale o di arrangiamento,

Quando si parla di percussioni africane il primo pensiero va subito al Djembè, in realtà la varietà di percussioniè molto più ampia. Vuoi parlarcene?

Il Djembè erroneamente chiamato dai più “Bongo”, è uno dei strumenti a calice più diffuso in occidente, e per questo più suonato, ma meno realmente conosciuto da chi lo approccia. Strumento tipico della tradizione musicale del west Africa o musica Mandeng (Popoli della Guinea, Mali, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Senegal, ecc..)Tradizione millenaria dell’Africa occidentale la sua nascita si perde nella notte dei tempi, ma si può datare la sua espansione, che inizia alla corte del re Suondjata Keita nel 1235.Lo scopo di questa musica in origine, era animare le corti dei re, le feste popolari e i rituali religiosi.Nel 1956 grazie a Fodeba Keita ex ministro della cultura in Guinea “Conakry”, questa tradizione esce dal contesto dei villaggi e si evolve diventando una delle tradizioni musicali più ricche del pianeta, studiata e apprezzata in tutto il mondo musicale ed accademico.Nella tradizione il djembè non è il primo strumento che viene appreso in Africa. Per poter suonare questa musica prima bisogna conoscere i vari ritmi tipici che al livello teorico vengono definiti da una particolare struttura ritmica suonata con il SangBan, Il Tamburo cilindro ed a pelle di dimensione medie dei 3 principali tamburi bassi, chiamati kenkenì, sangban e dundun, con nomi onomatopeici riguardanti il suono tipico e simile al nome stesso dello strumento. tamburo cilindrico a suono medio basso chiamato “SangBan”, nome onomatopeico

Quali sono gli stili e/o i ritmi che insegni durante i laboratori?

Gli stili insegnati sono Principalmente quello Guineano e Maliano. Quest'anno abbiamo studiato Balakulanjan e Tiriba (Si dice che musica della danza del Diavolo!)

Martina quali e quanti sono i principali stili di danza africana che insegni?

“Dire danza africana è come dire danza italiana, non significa niente!” Cito testualmente le parole di una grande insegnante di Sabar (danza tradizionale senegalese, che amo, pratico, ma non insegno) perchè come in tutto il resto del mondo, ogni stato, ogni regione e ogni paese ha un proprio modo di suonare e di danzare, quando si parla di tradizioni. Nella nostra scuola si studiano i ritmi che provengono dal West Africa, principalmente dalla Guinea e dal Mali, che vengono accompagnati dal djembe e dai tamburi bassi. Lo stile che prediligo, che negli anni ho più approfondito e che insegno ai miei splendidi allievi è quello guineano.

Parlando di danze popolari o etniche spesso bisogna abbandonare l’idea occidentale di “esibizione” per entrare in una dimensione un più tribale e funzionale del mezzo artistico. Ogni danza viene utilizzata in un preciso contesto e per una specifica motivazione sociale?

Esattamente perchè si parla di danze popolari, il fine non è mai l'esibizione. Nello specifico, ogni ritmo che studiamo ha una storia e serve ad accompagnare momenti di vita sociale e personale. Che si tratti di una festa, di un funerale, del periodo del raccolto, del passaggio all'età adulta, ogni occasione è buona per essere accompagnata da musica, canti e danze. Credo che questa sia la funzione più importante della musica dappertutto, una funzione che dovremmo ricordarci di non perdere anche da questa parte del mondo.

Può avere una funzione descrittiva la danza africana?

Assolutamente si. Collegandomi alla domanda precedente, molto spesso i ballerini mimano, attraverso la danza, momenti di vita quotidiana. Ad esempio uno dei ritmi che abbiamo studiato quest'anno è il Kassa, che si suona e si danza nel periodo della semina e del raccolto in Guinea, e molti passi delle coreografie montate su questo ritmo, simulano i movimenti dei contadini.

 

Ho avuto il piacere di assistere ad una vostra lezione, davvero ci si sente catapultati in Africa. Martina si danza con il cuore innanzitutto?

Sono cresciuta da ginnasta, quando dopo anni di sacrifici ho capito che quella non poteva essere la mia strada, mi sono buttata sulla danza. Ho studiato qualunque stile “convenzionale” di danza: classica, moderna, contemporanea, hip hop... Superata la maggiore età e avendo un fisico decisamente non da ballerina, ho abbandonato di nuovo tutto, tranne lo studio delle danze tradizionali del sud Italia ( altro mio grandissimo amore). Poi un giorno mi sono imbattuta nell'immensa accoglienza della danza africana (e qui non mi sento di regionalizzare), dove a nessuno importa quanto pesi, se hai il collo del piede e le aperture, se salti tanto o poco e se sei “portato”. L'importante è che tu abbia voglia di danzare, e assolutamente si, con il cuore!

Qual è il tuo primo approccio nell’insegnare?

Mi interessa solo trasmettere l'immensa gioia che si può provare lasciandosi andare al ritmo ancestrale dei tamburi. Che sia una terapia o un semplice divertimento, ciò che io provo e spero provino i miei allievi, è un grande senso di libertà. La cosa che ritengo più importante è il ritmo, ballerini e musicisti devono entrare in sintonia e dialogare, quindi definirei il mio approccio “musicale”.

Ti occupi anche di altre forme di danza oltre a quella del West Africa?

Riprendo il discorso lasciato in sospeso prima: le danze tradizionali del centro e del Sud Italia. Ho avuto la fortuna di crescere nella musica e alla tenera età di 15 anni ho iniziato con mio padre, mio fratello ed altri amici un progetto musicale che va avanti ancora oggi e si occupa della rivalutazione della nostra musica tradizionale. Ho studiato ed insegno diverse danze popolari della nostra terra (che di tradizione ne ha da vendere, ma anche un po' da ricordare), quindi saltarelle, pizziche, tarantelle e tammurriate. Ho girato l'Italia in cerca della tradizione spingendomi sempre più a Sud, diciamo che l'Africa era necessariamente il passo successivo.

Parliamo di integrazione. Martina: il vostro amore per la cultura africana non può che rendervi sensibili a questa tematica, ritenete che Roma sia una città che si spende abbastanza per le politiche di integrazione?

Essendo in questi anni entrata in contatto con tante persone provenienti da altri paesi, avendo ascoltato le loro storie e le loro difficoltà, purtroppo mi sono resa conto che la parola “integrazione” è ancora molto lontana da Roma e dall'Italia tutta. Quello che però ho sempre notato con piacere è che dove c'è musica e danza, non c'è spazio per la discriminazione. Lo straniero fa paura perchè non si conosce, quindi quando ci si avvicina alle tradizioni dell'altro si instaura un dialogo che altrimenti sarebbe più difficile instaurare. E voglio avere la speranza che la musica, in piccolo, possa essere una delle tante strade che ci renda più solidali gli uni con gli altri.

Per chi fosse interessato a fare questo tipo di esperienza qual è il sito web di riferimento? Grazie e complimenti per il vostro lavoro!

In questo momento siamo in fase di realizzazione di un sito web, per il momento potete trovarci sulla pagina facebook Wadada dove ci sono tutte le informazioni sui corsi e sui concerti, oltre che i nostri contatti, e sulla mail wadadaroma@gmail.com

Grazie a te Claudio, vieni e venite a trovarci quando volete, noi voliamo in Africa almeno una volta alla settimana!

Claudio Merico


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