Una Fotografia Oltre La Realtà

Una Fotografia Oltre La Realtà

Il nostro incontro con Viale Tibaldi 1, Soggetti Co(i)mpressi

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Avete mai partecipato ad una mostra in una casa al quinto piano di un condominio? Viale Tibaldi 1, Soggetti Co(i)mpressi si è tenuta proprio in una tipica casa a ringhiera, come ce ne sono molte a Milano. E non poteva affatto tenersi altrove: non c’è infatti, ambiente migliore dello studio di un’artista per scoprire il suo lavoro secondo l’associazione ideatrice di questo evento originale, Milano Connecting Studio.


L’idea è piaciuta moltissimo ai tre padroni di casa, i fotografi Giulia Alli, Lorenzo Baroncelli e Ezio Roncelli, che hanno aderito subito alla proposta di Giulia Crotti (fondatrice e artista) e Cecilia Carrara (curatrice); sono, però, rimasti colpiti dalla forte affluenza di pubblico che ha davvero apprezzato la mostra.


Sono tre i concetti che ci guidano nella mostra e che caratterizzano il lavoro dei giovani artisti: un attento lavoro sulla materia fotografica, la ricerca dell’identità propria e altrui attraverso il ricordo o il segno impresso nella materia e l’impressione della realtà che i appare tale nell’immagine, ma che non lo è.


Il primo a guidarci tra i suoi lavori è Ezio Roncelli. Il percorso inizia da Il giorno dopo, uno scatto che raffigura una cisterna completamente ammaccata durante una tempesta come se la natura si fosse vendicata di quell’enormità posta dall’uomo. Ci spiega, però, che quella cisterna sta benissimo. «Ho agito direttamente sulla materia della fotografia stropicciandola e scannerizzandola ed ecco il risultato: qualcosa che sembra reale, ma non lo è. Si pensa alla fotografia come a qualcosa che nasce dalla realtà e che rappresenta quello che c’è. Ci si è allontanati da questo e sempre di più si agisce e si sperimenta sulla materia stessa in ottica di digital art». Ezio ci mostra uno dei mezzi che sta utilizzando per le sue realizzazioni ovvero lo scanner digitale, uno strumento che permette di lavorare ancora sull’immagine fotografica dopo lo sviluppo. Ed è questo strumento che gli ha permesso di realizzare Speed of execution collage digitale. Il fotografo ha scelto alcuni video di momento storici dell’ultimo secolo, come il celebre discorso di Martin Luther King, e ha compresso i 100 screen che li compongono in un’unica immagine scansionando il video in esecuzione. L’effetto è una narrazione visibile in un solo momento e la compressione dei particolari del video. Si crea così un linguaggio espressivo nuovo e uno stato di astrazione che costringe tempo e spazio. Le tracce di questa azione violenta sono gli errori visivi rimanenti nell’immagine. Dopo aver operato su momenti storici, Ezio Roncelli sta sperimentando questa tecnica anche a colori nella raffigurazione di disastri naturali e di incidenti stradali.


Vivace e multiforme è il lavoro di Lorenzo Baroncelli, giovane fotografo toscano classe 1992. La ricerca nasce dalla sua naturale curiosità di cogliere e indovinare l’identità delle persone che incontra attraverso i semplici indizi che può trovare negli oggetti quotidiani o nei segni sul corpo. «Quando incontro o vedo qualcuno mi chiedo chi possa essere e inizio ad immaginarlo». Da questa propensione nasce Identity Sign, una serie di impronte di mani su uno sfondo bianco a grandi dimensioni. Lo spettatore si trova davanti alle impronte digitali, quella sequenza di punti unica e irripetibile che è utilizzata anche dalle autorità per identificarci. Chi osserva trova un’incredibile varietà di particolari a cui normalmente non farebbe caso ed è invitato ad indovinare a chi appartengano quei segni: le piccole cicatrici e le forme svelate dall’ingrandimento ottenuto grazie al borotalco sullo scanner digitale divengono indizi per chiedersi chi è il proprietario di quella mano. Difficile ricreare un’intera persona da pochi indizi che, guarda caso, sono proprio quelli che la società utilizza per individuare gli immigrati alle frontiere. Tuttavia, liberandosi dell’immagine e degli oggetti anche le mani lasciano puntuali indicazioni. Secondo l’artista «l’identità è un processo, non esiste in sé perché è complessa e multiforme come una macchia. Ancora più che in passato, con la perdita dei ruoli sociali, le classificazioni si rompono. Per trovare la propria identità si tende a ricorrere a schemi sociali e a maschere. Le impronte sono, invece, più sincere del mondo che le circonda». L’opera di Baroncelli è anche un interrogativo sulla propria identità. Il fotografo presenta in mostra anche 261214010116, un foto-libro che raccoglie più di 60 scatti tratti dalla vita privata e quotidiana degli amici dell’autore. «Questo libro parla di me, ma io non ci sono. Ho usato svariati strumenti, dal cellulare alla camera compatta. Non era il mezzo ad interessarmi, ma tracciare il forte feeling con il soggetto ritratto». Il libro è, insomma, un autoritratto che raccoglie i frammenti degli altri nella sua persona.


Anche Giulia Alli lavora sul concetto di identità e sull’oggetto fotografico stesso, ma in modo molto diverso. Il suo lavoro nasce dal ricordo e da un incontro. Mentre riordinava l’archivio del padre, prolifico fotoamatore, ha deciso di rendergli omaggio. Tuttavia nei luoghi e tra le persone che conosce bene ha trovato molti volti a lei ignoti e per focalizzarsi sul ricordo e ciò che le è familiare ha deciso di cancellarli lasciando uno spazio vuoto. «La fotografia come testimonianza è ormai un concetto superato. In quest’opera essa si configura sia come un incontro con l’uomo più importante della mia vita, una riscoperta di una parte di vita precedente alla mia nascita, sia come una distanza nel tempo». Giulia sta lavorando anche su un altro archivio di ritratti fotografici su vetro degli anni Trenta, trovata quasi per caso. «Non so nulla della storia di queste persone, ma più le osservo più mi sembrano familiari». La fotografia non è quindi testimonianza del loro passaggio del mondo, ma l’evidenza di uno scorrere del tempo che li distanzia da noi.


Il lavoro di Giulia Alli non si ferma a casa nel mondo che conosce. È una grande viaggiatrice e un’amante della natura. Non appena le è possibile fugge dalla città per scattare in boschi o sulle montagne. Da alcune di queste fughe nel verde nasce Da qui non passeranno più nemmeno le comete. Le fotografie sono bruciate con una fiamma: l’effetto sono una serie di cromie che sembrano costellazioni e spaccature sulla superficie fotografica. La scoperta, avvenuta per un caso, ha permesso all’artista una nuova lettura dell’immagine che viene rielaborata tre volte: nel momento dello scatto, nello sviluppo del rullino (Giulia Alli lavora in analogico e usa una camera oscura) e durante l’intervento. In un’unica immagine abbiamo qui ancora una compressione di momenti di fronte allo spettatore. Il progetto è ancora aperto e vuole anche essere una riuscita denuncia di un problema sociale come la deforestazione oltre che un racconto di sensazioni. I tanti viaggi per il mondo intrapresi nello spirito dei grandi viaggiatori come Jon Kakauer sono invece raccontati nelle light box appese in anticamera su cui sono scritte a macchina delle frasi raccolte durante il percorso.


E nella casa-studio dei fotografi le curatrici hanno mantenuto un angolo con le immagini e le fotografie dei loro maestri, dei luoghi che li ispirano e i ricordi. Un angolo che rappresenta l’intero appartamento ovvero il luogo dove scambiano idee, si influenzano reciprocamente e collaborano. Ecco perché l’idea di Milano Connecting Studio combacia particolarmente bene con Viale Tibaldi 1, Soggetti Co(i)mpressi. E il loro viaggio è appena iniziato.



Michele Cella

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