Sergio Battista

Sergio Battista

“La voce delle donne” dovrebbe essere letto soprattutto dagli uomini, sarebbe un viaggio emozionante alla scoperta dei loro sentimenti e delle loro paure

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“La voce delle donne” è un progetto editoriale e fotografico sul tema della violenza di genere, concepito da Sergio Battista, con la partecipazione di Arianna Ninchi e Silvia Siravo. 21 donne, protagoniste del libro e della mostra fotografica, esprimono  la loro  opinione su una tematica di urgente rilevanza sociale: la violenza sui loro corpi, sulle loro menti e su ciò che sono.

Sergio Battista, nato a Roma nel 1969, da sei lustri si divide tra musica e fotografia. Affascinato dalle persone e dai sentimenti disegnati sui loro volti, predilige la fotografia di scena, quella musicale e la ritrattistica.

Il nostro Magazine ha il piacere di ospitarlo.


Ciao Sergio, benvenuto su Unfolding Roma e grazie per aver accettato l’intervista.

Quando è cominciata la tua avventura nel mondo della fotografia e quando hai deciso che sarebbe diventata la tua professione?

Diciamo che sono un musicista prestato alla fotografia. Il mondo delle immagini mi ha sempre affascinato, oserei dire sedotto, come del resto l’arte e la cultura tout court. Pratico la fotografia da più di venti anni.

Quali caratteristiche dovrebbe avere secondo te un fotografo per riuscire ad affermarsi? Che consiglio daresti ai giovani che intraprendono questo tipo di carriera?

Come in tutte le discipline artistiche, affermarsi, soprattutto oggi, è sempre più difficile, c’è molta concorrenza e ci sono tanti fotografi veramente in gamba. Credo che alla base debba esserci la passione e la voglia di seguire un percorso di crescita personale, non l’assillo del guadagno immediato. Bisogna cominciare a farsi conoscere con umiltà, perseguendo obiettivi possibili con autenticità e pulizia. La serietà e la professionalità pagano sempre.

Una parte consistente della tua produzione artistica è dedicata a ritratti in bianco dal taglio decisamente emotivo, in cui dai vita ai pensieri e alle speranze dei tuoi soggetti. Come ottieni questo risultato? Che tipo di lavoro fai con i tuoi “modelli” affinché possano esprimere la loro personalità davanti all’obiettivo?

Li accolgo. Cerco di metterli a loro agio. Il ritratto è un genere che amo, in quanto permette di entrare in una relazione profonda con l’altra persona. Il volto è una miniera di informazioni che, insieme alle mani, racconta la storia della persona a cui appartiene. È  necessario approcciare il soggetto durante lo shooting con molto rispetto. Credo, inoltre, che ogni ritratto dica molto del fotografo che l'ha realizzato e racconti la sua visione della vita.

Altre tue opere ritraggono invece performance live musicali. Che tipo di legame pensi ci sia  tra musica e fotografia?

Si, oltre la ritrattistica, le performance musicali e gli spettacoli teatrali sono i miei soggetti preferiti. Musica e fotografia sono due espressioni che catturano le nostre emozioni attraverso due canali diversi. Le considero espressioni artistiche totalizzanti nella mia vita, anzi, sono la mia vita. Sicuramente la fotografia è più immediata, forse più in linea con il sentire contemporaneo, mentre la musica non ti da scampo, entra lentamente dentro di te, travalica ogni barriera e ha il potere di cambiarti.

Come fotografo e come semplice ascoltatore, che tipo di musica ti piace? Quali sono i cantanti o i gruppi che preferisci?

Mi piacciono tutti i tipi di musica, non credo esista musica bella e musica brutta, ma solo musica fatta bene o fatta male. Ascolto molti generi diversi: dalla musica rinascimentale al pop contemporaneo. Come fotografo è molto stimolante immortalare musicisti rock o jazz, perché si può giocare con i tagli di luce e le performance degli artisti.

Paliamo ora di “La Voce delle Donne”, come è nata l’idea che sta alla base del progetto? Con che criterio sono state scelte le 21 protagoniste?

L’idea è nata semplicemente guardandomi intorno. Ovviamente, rispetto a qualche decennio fa la situazione e notevolmente migliorata, ma purtroppo permangono degli ostacoli culturali nel percorso dell’emancipazione femminile. Quindi ho deciso di chiedere direttamente alle interessate  ciò che le condizionava. Inizialmente ho contattato mie conoscenti, che hanno aderito con entusiasmo e mi hanno fatto conoscere alcune loro amiche. L’importante era l’eterogeneità. Nel progetto le 21 donne vanno dai 18 agli oltre 50 anni e svolgono professioni diverse.

Cosa sapevi della violenza sulle donne prima di iniziare il tuo lavoro di ricerca? Le tue conoscenze ed opinioni si sono modificate in corso d’opera?

L’argomento mi ha sempre interessato, ma, conoscendo il pensiero delle donne sull’argomento, se ne acquisisce una maggiore competenza. Infatti “La voce delle donne” dovrebbe essere letto soprattutto dagli uomini, sarebbe un viaggio emozionante alla scoperta dei loro sentimenti e delle loro paure.

A tuo avviso la violenza di genere ha delle analogie con altre forme di soprusi  o atteggiamenti antisociali come il razzismo e l’omofobia?

Certamente. Alla radice ci sono sempre ignoranza, pregiudizio e l’immancabile lotta per il potere. Il più forte fa di tutto per screditare il più debole creando iniquità e ingiustizia. Inoltre in tutti questi atteggiamenti antisociali è sempre presente un black-out comunicativo, aggravato, nel caso della violenza di genere, dal fatto che quest’ultima ha luogo prevalentemente in ambito familiare.

Che cosa suggeriresti alle donne che tutti i giorni subiscono umiliazioni e violenze psicologiche? Si può uscire da questa spirale distruttiva e ricominciare ad avere cura di sé?

Alle donne dico che se prendete le botte quella non è passione, è violenza. Scappate da chi vi usa violenza, scappate da chi vi umilia, scappate da chi non sa valorizzare la vostra bella umanità e da chi non sa comunicare con voi nel modo giusto. Credo che per uscire da questa spirale sia necessario mettere se stesse al primo posto. La consapevolezza è ciò che occorre.

 

Come dovrebbero agire, invece, le istituzioni per fare prevenzione?

Tanto per cominciare sarebbe opportuno non tagliare i fondi ai centri antiviolenza, che sono luoghi dove le donne possono ricevere un aiuto psicologico e legale. Poi sarebbe utile fare campagne educative e di prevenzione e monitorarne l'efficacia. Infine occorre dare sempre la giusta  attenzione alle donne che chiedono aiuto.

Se fossi a capo del governo per una settimana quale sarebbe un altro problema che sceglieresti di affrontare e perché?

Sarebbero tanti! Credo sia urgente affrontare il problema dei costi della politica, che sono  eccessivi, e creare nuovi posti di lavoro, per ridistribuire equamente la ricchezza.

Prossimi progetti? Che cosa bolle in pentola?

La mia idea è quella di approfondire il problema della violenza di genere, magari stavolta guardando la questione dal punto di vista maschile, per completare l’altra metà del cielo.

Adriana Fenzi

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