Maria Teresa Clemente Rosi Giordano Giulia Bornacin

Maria Teresa Clemente Rosi Giordano Giulia Bornacin

La negazione dei diritti alle donne ed agli stranieri oggi sono fenomeni diversi ma che tendono ad incrociarsi, il termine che conferisce loro unità è “discriminazione”.

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Ha debuttato il 15 marzo al Teatro Agorà di Roma lo spettacolo “Cittadine Straniere” di Maria Teresa Clemente, diretto da Rosi Giordano, interpretato da Giulia Bornacin e Maria Teresa Di Clemente.

Una produzione tutta al femminile per un testo ispirato al saggio di Nicole Loraux “Grecia al femminile” che tratta temi delicati ed estremamente attuali come: la prostituzione e la negazione dei diritti alle donne e agli stranieri.

Il nostro magazine ha il piacere di ospitare il cast.

Maria Teresa di Clemente, autrice, regista ed attrice, è laureata in lettere e ha completato la sua formazione con uno studio sul kathakali in india, grazie ad una borsa di studio del Ministero degli Esteri. È docente all'Accademia d'Arte Drammatica Sharoff. Ha scritto diverse rielaborazioni di testi classici e stranieri, da Omero a Dostoewskij. La sua produzione artistica è caratterizzata quasi sempre da un importante lavoro di ricerca sulle tematiche sociali.

Cominciamo dall'inizio della tua carriera, com'è avvenuto l'avvicinamento al teatro?

E’ stato fulminante; ho visto uno spettacolo di Grotowskji ed ho iniziato subito a seguire la Compagnia polacca e i loro seminari, si chiamavano così, in giro per l’Italia; a Roma, a Trappeto (Palermo), a Montalcino…e più tardi anche a Parigi e a Bologna, dove ho vissuto per 10 anni e con altre persone, ho fondato uno spazio multidisciplinare di ricerca artistica. In quest’ambito, tra i tanti artisti che venivano a condurre i loro laboratori, c’era anche Ludwik Flaszen, drammaturgo della compagnia di Grotowskji.

Lo studio del kathakali- teatro danza indiano- ha influenzato la tua scrittura? In che modo cultura orientale ed occidentale si uniscono nei tuoi lavori?

Più che la mia scrittura ha arricchito la mia ricerca sul teatro di narrazione, ha arricchito il mio training di attrice e il mio essere attrice…per esempio ho costruito il personaggio di uno spettacolo di teatro di strada proprio sull’esperienza del kathakali, con l’aiuto del regista della compagnia in cui sono stata i primi 2 anni di permanenza a Bologna. Il kathakali ha chiarito sul mio corpo che appartengono alle arti del palcoscenico gli stessi principi fondamentali, da Oriente a Occidente, poi ci sono stili e discipline che fanno la differenza. Ha sicuramente influenzato ed arricchito la mia vita, il mio pensiero…è stata una lunga esperienza, ero molto giovane, appena laureata..non posso riferire quell’esperienza a un solo aspetto, mi ha dato una visione più ampia e globale

Ti senti più autrice, più regista o più interprete? Quali sono le differenze tra creare un'opera e poi interpretarla e recitare un testo scritto da qualcun altro?

Dipende dai periodi, anzi dai momenti. Interpretarla con un’altra regia vuol dire mettersi nelle mani del regista, permettergli di esprimere la propria visione della tua opera che può non coincidere, concentrarsi sul ruolo d’interprete accogliendo e interpretando la visione del regista, guardare il proprio testo con gli occhi del regista. Recitare un testo di un altro autore; se l’autore è vivente mi piace prendere contatto con lui, conoscere i suoi intenti. Se è il regista che mi propone l’autore seguirò la visione del regista e ne discuterò con lui.

L'opera tratta di temi estremamente attuali come la prostituzione e la negazione di alcuni diritti a persone svantaggiate. Qual è la tua visione di tali problemi? Che messaggio intendevi dare quando hai scritto questo testo?

La visione di tali problemi è quella che esprimo nell’opera; sono problemi dolorosi e di profonda ingiustizia che affliggono l’umanità da sempre. Ho scritto per focalizzare l’attenzione dello spettatore su tali problemi, per stimolare una riflessione profonda; ho preso 2 personaggi storici così lontani da noi per comunicare che si tratta di problemi antichi che neanche la “Democrazia” è riuscita a superare; infatti siamo ai tempi della nascita della democrazia: IV sec. a.C.

Razzismo, xenofobia e discriminazioni sessuali sono causa di molti atti tragici che affollano ogni giorno le pagine di cronaca. Come mai c'è così tanta difficoltà ad accettare il “diverso”? Quali provvedimenti andrebbero presi per fare prevenzione?

La politica è troppo asservita alla finanza e ai potenti, troppo legata ad un’economia fondata sul consumo e la cultura come valore passa in ultimo piano… cultura in senso lato; cultura civica, della responsabilità individuale e collettiva, rispetto della natura e tutto il resto di conseguenza. Il diverso ci fa paura perché invade il misero spazietto che ci siamo conquistati in una società ingiusta e corrotta magari con ingiustizia e corruzione. Senza cultura siamo sempre più selvaggi e abbiamo paura dell’altro. L’unico provvedimento è proprio una politica culturale dell’accoglienza e della responsabilità

Il tuo personaggio Neera è una prostituta straniera che riesce a riscattarsi e ad assumere un ruolo rispettabile nella società. Qual è il percorso che la porta a questa vittoria? Quali sono le difficoltà che deve affrontare?

Certo Neera è anche un’arrampicatrice sociale che si lascia guidare dalla sua intelligenza, dalle sue doti e anche da un po’ di fortuna e dall’amore, ne fa di tutti i colori per riscattarsi dalla sua condizione di etera/cortigiana, che non era una prostituta qualsiasi, ma colei che si accompagnava ai filosofi; era ricca, colta e ambiva alla libertà e ci arriva attraverso la ricchezza, pagando riscatti ai suoi acquirenti e innamorandosi di un uomo politico, infine le difficoltà sono troppe…

I tuoi lavori sono quasi sempre incentrati su tematiche sociali. In che modo pensi che il teatro possa sensibilizzare la gente ed insegnare l'educazione civica?

Purtroppo il teatro ha un pubblico ristretto…ma può agire attraverso le scuole, mi piacerebbe fare tante matinée con discussioni con gli studenti, come ho già fatto in passato; è la cosa che rincuora di più percepire di aver gettato dei semi che verranno raccolti.

Giulia Bornacin, attrice e cantante, è diplomata all'Accademia d'Arte Drammatica Sharoff. Ha studiato anche danza classica, modern-jazz, flamenco e tango argentino. Nel 2005 ha vinto il premio Gemini d'Oro come miglior attrice al Roma Teatro Festival.

Raccontaci qualcosa del tuo debutto sul palcoscenico. Quando è iniziato tutto?

Tutto è cominciato quando non avevo ancora 6 anni con lo studio della danza. Del primo saggio, la prima esibizione, ricordo lo strazio nello stare ferma affinché mia madre confezionasse l’impeccabile chignon e la sua emozione, e quella di mio padre, intento ad immortalare le facce sofferenti in scatti che ora sono gelosamente custoditi. Ero felice, non avevo la tremarella, era la cosa più naturale del mondo, un gioco. Ed è così tutt’oggi: se ho la tremarella vuol dire che c’è qualcosa che non va, che manca quel quid affinché io possa giocare serena.

Recitazione, canto e danza sono linguaggi espressivi differenti o sono abilità complementari che si fondono in un'unica arte? È meglio un artista completo o uno più specialista in un campo?

Il mio sogno era diventare ballerina, ma da che mi ricordi, ho sempre cucito vestiti (per le bambole o marionette), costruito la scenografia, organizzato lo spazio: non si poteva cominciare a giocare finché non fosse stato tutto pronto. Non devo essere stata troppo simpatica! A 14 anni ho cominciato a cantare, suonare la chitarra e le percussioni. Dopo il diploma di perito edile, ho mollato tutto per diventare ingegnere. Un anno dopo, un incidente in macchina mi ha spezzato le gambe e fatto realizzare che dovevo tornare sui miei passi. Dopo 9 mesi di stampelle, mi sono iscritta all’accademia di recitazione. Negli ultimi 10 anni il dilemma “se avessi scelto una sola disciplina, chissà dove sarei arrivata…” mi coglie impreparata, soprattutto nei momenti più difficili. Ma, avendo come idoli Charlie Chaplin, Julie Andrews e Gene Kelly… Non saprei, non ho una risposta precisa, a me è andata così: istinto e predisposizione. Certo è che, da spettatrice e da collega, un attore che non sa usare il corpo e la voce mi fa sentire nel posto sbagliato, con tutte le conseguenze immaginabili.

Quali sono le capacità che servono per diventare attrice? Cosa consiglieresti alle persone che vogliono intraprendere questa professione?

Autoironia, saper ascoltare e voler condividere, essere generosi: siamo creta nelle mani dell’Arte. Non si sale su un palco per far vedere quanto siamo belli e bravi. Queste sono cose da talent shows, da karaoke. L’Arte è un’altra cosa!

Qual è il percorso che ti porta a dare vita a un personaggio? Segui le teorie di una delle scuole teatrali tradizionali: Stanislavskij, Grotowski, Brecht…. o hai un tuo metodo personale?

Le ho studiate tutte con disciplina e devozione, per poi archiviarle. Non le ho dimenticate, né rinnegate, sicuramente sono assimilate e vi attingo senza rendermene conto. Questo è un mestiere: si impara facendolo. Ora mi diverto a giocare, come da bambina “facciamo che io ero…” e se ci credi le emozioni arrivano da sole. Ma non si smette mai di studiare.

Tra tutti i personaggi interpretati durante la tua carriera quali ti sono rimasti maggiormente nel cuore?

Sicuramente l’ispettore (uomo) in un atto unico di A. Campanile nel saggio d’accademia; una sfida lanciata dall’ insegnante Sergio Ammirata. Per la prima volta mi trovai a giocare col mio corpo e con la mia voce. Mi smontò tutte le certezze, da ex ballerina, impostata e squadrata, mi si aprì un mondo! Gli sarò grata a vita. E poi Winifred Banks di Mary Poppins. Interpretare Mary Poppins è il sogno della mia vita, Lei e mio padre sono per me le figure più importanti, e quando mi proposero il ruolo della Signora Banks rimasi “di stucco”, ma accettai. E mi divertii come non mai, Winifred è una donna dalle mille sfumature, pagherei per poterla reinterpretare!

Come è stato interpretare il personaggio di Melissa: donna sposata con un tiranno, che da questo viene uccisa e profanata anche dopo la morte? Quali sono state le difficoltà nell'affrontare questo tipo di interpretazione? Quali gli stimoli?

Le difficoltà sono state e sono tutt’ora molteplici. In effetti Melissa non è diversa da molte donne raccontate dalla cronaca di oggi. Per fortuna non ho idea di cosa significhi subire, quindi mi limito a giocare, ma non nascondo che ho attinto a racconti di persone a me vicine. E’ difficile immaginare cosa si provi. Mi sono affidata, ad occhi chiusi, alla regista e al suo concetto di espressività, che condivido e ammiro.

Nel nostro paese diverse donne fanno una fine tragica, simile a quella di Melissa. Cosa c'è dietro ai femminicidi e alla violenza di genere? Sono drammi che scaturiscono da situazioni differenti o c'è un retaggio culturale che li accomuna?

Non sono mai riuscita a neanche dare uno schiaffo. La violenza è un linguaggio che non capisco, ma soprattutto non tollero, di conseguenza non riesco ad immaginare cosa faccia scaturire un atteggiamento simile. Con mio marito (attore e autore) stiamo indagando per poterne scrivere. Sicuramente la cultura e la mentalità influiscono, ma credo che ogni individuo sia un abisso a sé.

Rosi Giordano, regista, scenografa e autrice, ha impostato la sua attività a partire dalla speculazione tra azione, spazio e recitazione, fondendo insieme diversi generi espressivi. È docente di tecniche teatrali in corsi CEE e del Ministero del lavoro. Ha scritto e condotto programmi radiofonici sul teatro per Rai Radio 2.

Anche a te chiedo qualcosa dei tuoi esordi. Quando hai deciso che volevi diventare regista?

La mia attività nasce da input espressivi di tipo variegato. Nasco professionalmente come set designer dopo un Diploma di Laurea di Accademia di Belle Arti ma durante il percorso diversi gli incontri che hanno determinato una curvatura verso la regia. Ho lavorato per diversi anni con un mimo della scuola di Lecoq e tra Laboratori, stage, performance-art tra Sicilia e Parigi sono venute fuori le prime regie. Da quel momento il percorso si è arricchito di approfondimenti con l’arte concettuale (M. De Filippo), con la scrittura poetica (F. Scaldati), con il metodo Feldenkrais (J. Krauss) per citare coloro che so di avere introiettato profondamente nella poetica dei miei spettacoli…fermo restando che l’arricchimento personale e gli spunti di lavoro li prendo anche dalle diverse personalità professionali con cui mi relaziono, dalla più significativa a quella più acerba, nello stesso tempo tutto va osservato, assimilato e rielaborato…da un segno al muro al modo di camminare di un individuo, dal suono di una voce al ritmo di una risata…ogni cosa può diventare parte del meccanismo spettacolo, giustapposto ma unico

Come affronti la messa in scena di un testo? In che modo dirigi gli attori?

Il testo va sempre rivisitato, si parte da qualcosa di scritto che ti somministra “visioni” e quelle visioni vanno rese reali, palpabili, tangibili. Il testo può essere di tipo tradizionale o poetico o surreale ma deve avere una struttura che mi permetterà di aprirlo, di creare, attraverso i segni meno evidenti, sottesi, una scrittura scenica basata sulla confluenza di diverse espressività, tutte cooprotagoniste, un meccanismo espressivo in continuo divenire. Gli attori sono fondamentali all’espressività, veicolano, collegano e usano segni, loro stessi sono segni essendo personaggi. Gli attori che lavorano nei miei percorsi devono condividere, sentire l’umore che si vuole generare con la messa in scena, perché l’anima e il corpo del personaggio saranno frutto della linea espressiva che caratterizza lo spettacolo. Si evitano per quanto possibile le prove a tavolino che tendono a privilegiare l’aspetto recitativo e relegano ad un secondo momento il lavoro sul corpo, mentre va attivata una memoria neutra contestuale alla caratterizzazione fisica, alle posture, al movimento per far crescere il ritmo recitativo nella sua interezza…parlo molto con gli attori, sviscerando ogni possibile sentire rispetto al personaggio ma sempre in relazione al contesto espressivo nel suo complesso. L’attore utilizza le sue competenze seguendo un percorso da me impostato dai limiti stretti, dove la soluzione non è un’impostazione codificata ma un naturale scivolare, l’attore deve scivolare dentro il personaggio e non il personaggio dentro l’attore.

Trasmetti loro la tua visione del personaggio o lasci che ognuno dia un'interpretazione personale alla sua parte?

Si parte dalla mia visione del personaggio ma devo dire che tendo a segnare il personaggio attraverso le peculiarità dell’attore che ho “tra le mani”… ri-caratterizzo il personaggio secondo l’attore in un atteggiamento, mi ripeto, in continuo divenire, nulla è statico, nulla è fisso.

Come mai hai scelto di portare in scena questo testo? Cosa ti ha colpito?

Ho letto per interesse il saggio di Nicole Loraux, storica francese, che trattava le vite di poetesse, sacerdotesse, filosofe e cortigiane gettando luce su spose, figlie e madri di cui, come voleva Pericle, nessuno doveva parlare. In quel periodo contestuale l’idea di inviare una progettualità al Festival di “Città spettacolo di Benevento” così ho contattato Maria Teresa Di Clemente che conoscevo sia come attrice che autrice. Lei fu subito presa dal saggio e insieme abbiamo scelto le due personalità poi personaggi dello spettacolo divergenti per stato sociale, caratterialità e percorso di vita : Neera e Melissa; MariaTeresa in circa sei mesi ha strutturato il testo e in seguito la proposta di spettacolo è stata selezionata al Festival di Città spettacolo ed è andato in scena nel 2007.

Parlaci di entrambi i personaggi dell'opera: Melissa e Neera. In cosa sono diverse queste due donne? Rappresentano degli stereotipi femminili? Che tipo di percorso fanno durante la vicenda?

Non mi piace parlare di stereotipi quando si parla di umanità credo esistano una condizione sociale, un periodo storico, un paese d’origine o di vissuto che generano persone. Neera e Melissa sono due donne diverse. Neera nasce nel IV sec. in Grecia da genitori sconosciuti, venduta come schiava viene portata ancora fanciulla in un bordello e da li inizia la sua crescita e scalata sociale con grande determinazione e forza emotiva. Melissa al contrario ha illustri natali, nasce nel VI sec. è figlia e moglie di re tiranni ma è relegata nella sua condizione di moglie e madre con nessun diritto se non quello di rispettare e amare il proprio marito “Periandro il tiranno di Corinto” e accettare ogni suo volere, morirà uccisa in un eccesso d’ira di Periandro che la profanerà da morta e non le darà gli onori che spettano ad una regina. Le due donne, nel testo, per uno strano cortocircuito si incontrano e si relazionano ognuna portatrice di diversi convincimenti, Melissa nel percorso, sollecitata a riflettere da Neera sulla sua condizione, prenderà coscienza e riuscirà a rivedere, in ultimo, il suo status di donna. Neera che aspira a mantenere l’alto status sociale raggiunto confrontandosi con Melissa si rende conto che la libertà è il suo desiderio più grande.

Lo spettacolo parla di negazione dei diritti alle donne e agli stranieri. Pensi che questo avvenga anche oggi nel nostro paese? La legge è davvero “uguale per tutti”?

Questa è una domanda che pretende una risposta complessa cercherò di essere sintetica prendendo spunto dalle motivazioni che mi hanno portata a mettere in scena questo testo…la negazione dei diritti alle donne ed agli stranieri oggi sono fenomeni diversi ma che tendono ad incrociarsi, il termine che conferisce loro unità è “discriminazione”. Non posso parlare solo del mio Paese, l’Italia, perché nessun cittadino oramai può permettersi di dimenticare che viviamo in una società globalizzata dove le problematiche, i fenomeni sociali si ripercuotono come un boomerang da un paese all’altro. In particolare la negazione dei diritti o come si dice oggi delle pari opportunità alle donne è ancora una problematica in atto, i numeri parlano in tal senso… il 70% dei poveri e i 2/3 degli analfabeti nel mondo sono donne, solo il 14% delle posizioni professionali direttive sono occupate da donne, il 10% dei seggi parlamentari, il 6% delle cariche ministeriali…nei paesi del terzo mondo molto spesso il loro lavoro viene nascosto e poco o affatto remunerato quindi c’è molto da fare e molto da cambiare…riguardo ai diritti per gli stranieri basta guardare al fenomeno dell’immigrazione con le conseguenti implicazioni economiche, sociali, culturali…troppe discussioni su questo tema che sembra essere solo una sterile comparazione di pro e contro. Gli stranieri oggi sono discriminati e non solo da coloro che non li vogliono perché mettono in pericolo l’equilibrio sociale del proprio paese ma anche da coloro che li vedono esclusivamente come risorsa…in realtà sono principalmente delle persone con emozioni, sentimenti, storie familiari che necessitano di diritti e doveri come chiunque altro…ma la storia insegna che il fenomeno è antico ed è lontano dall’essere risolto. La legge “non è uguale per tutti” ma questo non riguarda solo donne e stranieri ma anche altre categorie sociali…Cos’è la democrazia? Chiede a se stessa ad un certo punto della storia Neera… ed è la domanda che la maggior parte dei cittadini italiani oggi si pone.

Prossimi lavori? Hai già qualcosa in programma?

Sì…diverse cose in programma…ma preferirei parlarne quando saranno in atto aggiungo solo la precisazione che sono progetti che continueranno ad eleggere come leit motiv l’identità nelle sue caratteristiche proteiformi in un …continuo divenire.

Adriana Fenzi 

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