Senhor MuTrìo

Senhor MuTrìo

I viaggi interiori ed esteriori hanno un denominatore comune: sono goduti a pieno....

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Da pochi giorni è uscito “Monte Cuccio n°5”, l’album d’esordio del Senhor Mutrìo, trio palermitano composto da Samuele Spilla (voce, chitarre, armonica), Antonio Mancino (basso, cori) e Dario La Neve (batteria, percussioni, cori).

Il disco, autoprodotto e composto da dieci tracce, un viaggio che parte da “L’isola”, “Dottoressa Formica”, “Enea”, “Sulla tua porta”, “Monte Cuccio n°5”, “Carovana”, “Viagem”, “Samba del Navigante”, “Volturna”, “La via in Blues”, “Mistreatin’ Baby” - bonus track), è stato registrato a Palermo da Sergio Ciulla presso il suo studio “CasaPalude”, in buona parte in presa diretta per esaltare l’indole live del trio. I pezzi sono stati missati dallo stesso Sergio Ciulla insieme al Senhor MuTrìo.

Senhor Mutrìo, qual è la storia che vi ha portato a scegliere tale nome per il vostro trio musicale?

Quando è nato questo progetto, circa 7 anni fa, ci siamo ritrovati tutti e tre ad ascoltare un po’ di musica e parlare della direzione che ci proponevamo di dare a questo progetto. Tra i vari brani che ci colpirono ci fu il pezzo “Señor Blues” di Horace Silver nella versione di Taj Mahal. In questo pezzo in maniera del tutto sinergica si fondono Blues, Jazz il Funk e sonorità latine. In realtà suonava già come un nostro “manifesto musicale” e quindi abbiamo deciso di utilizzare il nome di questo pezzo come radice del nostro nome, rendendo brasiliano il “Senhor” in modo da marcare la nostra passione per la samba e la bossanova. Al posto della malinconia che proviene dal termine blues abbiamo voluto utilizzare “mutrio”, una parola palermitana difficilmente traducibile, che si usa per raccontare un sentimento di malinconia e malessere tutto isolano.

Samuele, Antonio e Dario quando le vostre strade si sono incrociate e come avete deciso di partorire il Senhor MuTrìo?

Samuele: quando ci siamo conosciuti Antonio e Dario avevano un gruppo fantastico con cui suonavano canzoni dei The Doors e io li andavo ad ascoltare molto spesso. Talvolta portavo con me un’armonica e loro mi facevano salire sul palco a suonare con loro per qualche pezzo. Dopo un po’ di tempo ho pensato che sarebbe stato bello provare, con loro, ad arrangiare le canzoni che avevo scritto in quegli anni e di scriverne di nuove e da lì è partito il progetto Senhor MuTrìo.

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Blues, funk e sonorità sudamericane: come siete riusciti a fondere insieme in maniera equilibrata questi tre ingredienti?

La scrittura, l’arrangiamento e l’esecuzione di un pezzo sono tutte operazioni su un materiale che è molto elastico. Il brano può essere portato in qualunque direzione e in genere tutti e tre, che proveniamo da ascolti e ambienti musicali diversi, proviamo a tirarlo verso nuove sonorità. Ogni tanto, anche a seconda della canzone, qualcuno prende il comando delle operazioni ma ci deve sempre essere la supervisione di tutti e tre perché il materiale non si spezzi, cioè che la canzone non risulti disarmonica. Il tutto comunque è un'operazione piuttosto naturale, non c’è troppa pianificazione e c’è molto lavoro con gli strumenti alla mano. In ogni caso credo che il segreto sia fidarsi del parere degli altri.

Le dieci tracce contenute in Monte Cuccio n°5 cercano di sondare i molti significati del termine viaggio. Senhor Mutrìo, cosa avete scoperto durante queste “esplorazioni”?

Che i viaggi interiori ed esteriori hanno un denominatore comune. Cioè che vengono goduti a pieno quando siamo disposti a togliere noi stessi ed a cominciare a guardare le cose con altri occhi. E’ un’operazione molto difficile, bisogna farsi capacità per accogliere nuove esperienze. E’ però un’operazione, a nostro parere, che rende liberi. In questo senso tutte le canzoni del disco parlano di un processo di liberazione da qualche catena che inizialmente impedisce il viaggio.

Il punto di partenza sembrerebbe essere Palermo, città natale del disco. Che ruolo ha nella vostra esistenza musicale?

Palermo è la nostra casa, meravigliosa e terribile. Ogni viaggio ha una casa come meta o come punto di partenza. Palermo, con tutte le sue contraddizioni e le sue bellezze nascoste, che abbiamo raccontato nella canzone “l’isola”, ci ispira mentre siamo tra le sue mura e ci manca quando siamo lontani. In questo disco sono tanti i riferimenti alla Sicilia e a Palermo in particolare, non riusciamo a fare altrimenti! Parte della forza creativa nasce anche dal contemporaneo voler raccontare questa terra splendida e dal dover constatare dolorosamente le sue numerose mancanze.

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Uscendo dal selciato, ma rimanendo sempre in Sicilia, mi piacerebbe sapere il vostro pensiero in merito a un argomento di attualità come il recente caso di decesso di una donna, prima ricoverata presso l'Ospedale di Catania perché incinta di due gemelli per la quale il medico curante è stato accusato di omissione di soccorso dalla famiglia della defunta.

Chiaramente la situazione è molto difficile da analizzare ed un nostro pensiero sarebbe comunque formulato con informazioni parziali. Di certo, purtroppo, non è il primo e non sarà l’ultimo caso di malasanità in Sicilia. Questo è uno di quei terribili problemi di cui parlavamo precedentemente.

Tornando sul sentiero principale della nostra conversazione. La maggior parte dei brani è stato registrato in presa diretta a sottolineare l'importanza del live. Una scelta che predilige l'emozionalità rispetto alla ricerca di perfezione nell'esecuzione tecnica?

Sì è così. La perfezione nell’esecuzione è importante, ma non fondamentale. E’ fondamentale per noi invece ascoltare gli altri strumenti che “respirano” musica mentre suoniamo. A volte è questo che crea poi l’atmosfera in un brano. Magari poi il prossimo disco non lo registreremo in presa diretta, per carità non siamo integralisti. Però questo disco ci andava di raccontarlo esattamente come lo sentiamo noi mentre lo suoniamo dal vivo.

Come e quanto valutate il rapporto con il pubblico durante le vostre esibizioni?

Ne parliamo spesso tra di noi, anche in termini di autocritica. Fatichiamo a definirci dei professionisti di questo mestiere anche per via del rapporto che abbiamo col pubblico, a volte molto condizionante. Sicuramente quando il pubblico vuole essere partecipe al brano ci dà un sacco di carica e stimola la nostra vena creativa. Se essere professionisti significa riuscire a fare uno stesso concerto a prescindere dal pubblico e dalla sua reazione, beh forse ancora non lo siamo.

La veste grafica del disco è stata curata dal pittore e disegnatore Giulio Rincione, in arte Batawp. Qual è la motivazione di questa scelta artistica?

Pensando alla copertina il nostro primo intento non era raffigurare un soggetto in particolare ma abbinare al nostro progetto musicale una vera rappresentazione di arte visiva, facendo quello che ci piace di più, miscelare generi e forme d’arte. Ovviamente volevamo che questa scelta si notasse, insomma volevamo uno bravo.

Spulciando i disegni di Giulio su internet notavamo, oltre al fatto che ci piacevano un sacco, la sua abilità nel sintetizzare in pochi tratti curati, soggetti estremamente espressivi e comunicativi. Questo aspetto veniva incontro ad un’altra nostra idea, quella di realizzare un progetto grafico il più possibile simbolico, che centrasse il punto senza troppi arzigogoli. Abbiamo dato a Giulio poche e vaghe indicazioni e lui è stato eccezionale perché ha ascoltato l’album e in poco tempo è riuscito a realizzare delle idee in cui ci siamo subito “riconosciuti” ma che senza il suo aiuto non saremmo riusciti a tirare fuori.

Mostrateci qualcosa di intimo del Senhor Mutrìo: un episodio divertente legato al vostro album d'esordio.

Dario: Vi racconto un episodio sicuramente intimo, per niente divertente ma a lieto fine. Il 20 Settembre del 2015 era il giorno del primo appuntamento da Sergio a “Casa Palude” per cominciare le registrazioni dell’album, ma pochi giorni prima venimmo invitati a partecipare ad una bella manifestazione palermitana proprio per quella data. Manco a dirlo accettammo l’invito, quando il palco chiama il MuTrìo risponde. Quel concerto fu l’ultimo della mia vecchia batteria Pearl con la quale avrei dovuto registrare l’intero album, notte tempo me la rubarono.

Quando lo realizzai, la reazione a caldo fu quella di voler quantomeno rinviare a data da destinarsi i lavori sull’album. Oltre al trauma per il furto materiale c’è da dire che ovviamente mi ero affezionato al suono di quella batteria, i ritmi del Senhor MuTrìo sono nati e cresciuti con quel preciso suono ed era quello volevo ritrovare ascoltando Monte Cuccio n°5. In quel momento questa mancanza mi sembrò inaccettabile.

Decisi comunque di andare in studio, e confidare (come sempre) nelle funzioni terapeutiche della musica e dell’amicizia. Comunicai l’evento nefasto ai ragazzi che non mi diedero tanto tempo per piagnucolarci su. Sergio tirò fuori la sua Yamaha, in programma c’era la prima dell’album: L’isola, con tutto il carico emotivo che si porta dietro.

La provammo e già dalla prima take ne uscii rinato, esaltato e motivato. Fu solo in quel momento che mi convinsi a proseguire, pensai che comunque avevo ancora tutto quello che mi serviva.

In conclusione, quale saranno le prossime tappe del vostro viaggio?

Ad oggi abbiamo tre date confermate, tutte in provincia di Palermo: il 18 Novembre al Club13, il 2 Dicembre al Bitta di Bagheria e il 9 Dicembre al Lizard.

Piccola nota: al concerto del 2 Dicembre a Bagheria ci faranno compagnia sul palco il trombettista Samuele Davì e il disegnatore Giulio Rincione con una performance di live painting. Formazione che speriamo di replicare in tante altre occasioni.

Naturalmente stiamo lavorando anche per portare il MuTrìo fuori dall’isola.

Valentina Zucchelli

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