Lastanzadigreta

Lastanzadigreta

La nostra musica è come un mercatino delle pulci, ognuno dovrebbe riuscire a trovarvi qualcosa che gli piace o gli serve.

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Sono anni che i componenti de Lastanzadigreta cercano di educare creature selvagge. Ora hanno deciso che è necessario lasciarle libere ed ecco che presentano Creature selvagge, un attesissimo album inedito in uscita il 2 dicembre per Sciopero Records, che segue i due EP Lato A e Lato B. Se cercavate una musica differente la troverete proprio in questo album dal sapore giocoso e sperimentale, proprio come il progetto a cui gli artisti hanno dato vita. Nessun basso o batteria, ma una serie strumenti inusuali sono, infatti, i mezzi di questo originale quintetto oltre i generi.

Lastanzadigreta nasce, nel 2009 in seguito ad un’iniziativa umanitaria. I cinque componenti del gruppo, Leonardo Laviano, Alan Brunetta, Umberto Poli, Jacopo Tomatis e Flavio Rubatto, avevano già lavorato in formazioni diverse, ma erano alla ricerca di una musica che tornasse spontanea e naturale come un bambino. Usando le tonalità di strumenti non comuni come la marimba, il didjeridoo e il piano rhodes hanno realizzato un repertorio che va dal rock al freak-pop, ma che non accetta definizioni. Loro descriverebbero i loro brani come «canzoni pop di metallo e legno massello». La sperimentazione non si è fermata qui perché Lastanzadigreta sfocia nel teatro, nel disegno e nella didattica in un’ottica globale di musica democratica e bambina. È con piacere che Unfolding Roma ospita Lastanzadigreta.

Grazie per aver accettato l’intervista e benvenuti!

Rompiamo il ghiaccio. Da dove arriva Lastanzadigreta? Come vi siete conosciuti e da dove è nato il vostro progetto?

Grazie a voi! Suoniamo e lavoriamo insieme da tanti anni ormai. Come spesso capita in queste cose, ci siamo conosciuti un po’ per caso intorno al 2009, per un progetto di solidarietà in cui servivano dei musicisti… E da lì ci siamo piaciuti e abbiamo deciso di continuare. Sono stati anni pieni di cose. Come nelle migliori storie d’amore, ci abbiamo messo un po’ a trovare la giusta quadra… e alla fine si è deciso che era ora di fare coming out e lasciare traccia su disco.


Tanti strumenti per cercare un suono nuovo e diverso. La musica è in ogni cosa? Perché questa polifonia di suoni ed espressioni?

La musica è qualcosa che le persone fanno insieme, è una delle attività più soddisfacenti che un gruppo di persone possa fare. Tendiamo spesso a pensare la musica come un “oggetto” – la canzone, il disco, la partitura… Noi cerchiamo di insistere sul processo che porta a quell’oggetto, sul suonare insieme. Gli strumenti musicali sono – appunto – solo strumenti, servono per fare qualcosa. Per cui, la nostra filosofia è che tutto può essere strumento, e ognuno può usare quello che gli serve per fare musica, senza limiti di ruolo.

In uscita il mese prossimo il vostro primo album che segue due EP e tanti concerti dal vivo. Possiamo dire che Creature selvagge è davvero il figlio di un lungo viaggio realizzato con il sostegno dei vostri ammiratori e di chi ha creduto ne Lastanzadigreta. Come viene al mondo questo album?


Viene al mondo dopo una lunga, lunghissima gestazione, dopo prove, concerti e tanti brani buttati nell’immondizia. E viene al mondo con la forte convinzione che in giro ci siano talmente tanti dischi che – prima di aggiungerne un altro sulla pila – sia necessario essere molto convinti di quello che si fa, e avere qualcosa da dire. Crediamo sia così, quindi pensiamo che venga al mondo bene!


L’album è un risultato molto atteso ed è stato realizzato grazie ad un’intensa campagna di crowdfounding. Vi aspettavate questo riscontro?


Ci speravamo, e per fortuna è andata bene! Per una campagna di crowdfunding riuscita occorre avere una fanbase solida che creda nel progetto e sia disposta a finanziarlo a scatola chiusa. Il riscontro migliore per noi è stato che abbiamo scoperto di averla!


Le forme dei brani dell’album sono davvero diverse fra loro. Ci potete raccontare i suoni di Creature selvagge?

Siamo partiti dall’idea di non essere un gruppo con dei ruoli predefiniti, e i suoni del disco rispecchiano questa scelta. Negli anni abbiamo raccolto decine e decine di strumenti musicali (e non musicali!) strani, da poter usare all’occorrenza, e ogni brano ha – almeno nella nostra testa – il suono e l’organico di cui aveva bisogno. Ci sono canzoncine leggere suonate con strumenti giocattolo, brani più pesanti in cui il sound guarda al post-rock e a quei muri apocalittici di chitarre elettriche e feedback, altre in cui escono colori blues, sintetizzatori, un pezzo bluegrass ma con un testo da filastrocca popolare italiana… insomma, tanta roba diversa, come un mercatino delle pulci. Ognuno dovrebbe riuscire a trovarvi qualcosa che gli piace o gli serve.

Il vostro album, in modi, contenuti e forme, sembra un grido di libertà, un necessario allontanamento dal mondo e dalle sue logiche verso un ritorno alla sincerità. Il tema è particolarmente evidente nel brano che dà titolo all’album. Creature selvagge, infatti, racconta di un luogo dove gli umani hanno devastato l’ecosistema e loro stessi nascondendo i propri sensi di colpa. Tuttavia questa fine si rivela una rinascita. È quello che ci aspetta o si tratta di una descrizione di quanto stiamo vivendo? Si tratta di un augurio?

Ti ringraziamo dell’appunto, e speriamo sia così! Il brano Creature selvagge parte proprio da questa visione, ed è ispirato da un bel film di qualche anno fa, Re della terra selvaggia (che in inglese si chiamava Beasts of the Southern Wild – da cui le nostre creature). La forza di quel film, e della bellissima pièce teatrale di Lucy Alibar da cui è tratto, è nell’essere riuscito a descrivere un ambiente post-apocalittico senza situarlo nel tempo e nello spazio, soprattutto grazie al punto di vista del personaggio principale: una bambina, con un suo personalissimo modo di vedere il mondo, senza molte sovrastrutture e preconcetti. Non è chiaro se si tratti di un futuro prossimo, o del presente di persone che, dal nostro punto di osservazione occidentale e “borghese”, non vogliamo vedere. Il significato ultimo del brano, così come la voce di chi racconta (una voce femminile) è ambiguo…

4-4-2 è invece un po’ il vostro manifesto. Come sono la musica e l’arte per Lastanzadigreta?

Sì, 4-4-2 - il secondo brano dell’album - è diventato in corso d’opera il nostro manifesto. È un brano sulla scuola e sul passato: lo spunto è una fantasia in cui un mucchio di vecchi oggetti abbandonati nel sottoscala di una scuola irrompe nel presente per un fatto molto prosastico (la rottura di un tubo dell’acqua…), costringendo tutti a ricordare, e a interrogarsi su che cosa essi siano e come funzionino. Che sensazione darà una vecchia lavagna in ardesia a una generazione cresciuta con tablet e schermi? Ma non è un brano nostalgico, non sottintende che il passato sia stato meglio del presente. Esprime piuttosto un gusto per il paradossale, per lo strano, per il buffo che è molto nostro, crediamo. 4-4-2, con la sua filastrocca-nonsense finale «4-4-2, 4-4-2 ottantadue ottantatré / Pitagora sull’arca di Noé» dovrebbe trasmettere quella sensazione di piacevole spaesamento che ci prende di fronte a un ricordo d’infanzia rimosso per tanto tempo, o di fronte a qualcosa che sentiamo nostro, ma non comprendiamo più fino in fondo. Non sappiamo esattamente come, e non abbiamo una nostra filosofia dell’arte, ma questo ha sicuramente a che fare con il modo in cui lavoriamo e scriviamo.

Come in altre occasioni presentate canzoni su personaggi storici che hanno vissuto qualcosa fuori dall’ordinario o si sono scontrati con il mondo conosciuto come Jurij Gagarin, Galileo Galilei o, in passato, Guglielmo Oberdan. Perché e come li avete scelti?
Abbiamo spesso riproposto dal vivo il brano ottocentesco Inno a Oberdan, in un nostro arrangiamento un po’ ironico, che suona come un vero e proprio omaggio a Tom Waits. Di Oberdan ci interessava non la sua storia di eroe dell’irredentismo italiano, quanto l’essere divenuto un simbolo della lotta contro i tiranni di tutto il mondo. La canzone è stata fatta da molti, da Milva a Les Anarchistes, e rimane un grandissimo pezzo. Il Galileo che compare nel disco, invece, è ispirato a quello di Bertolt Brecht, un simbolo del trionfo della ragione umana sulla superstizione, del relativismo sulle verità immutabili. Un simbolo ambiguo, umanissimo nel piegare la testa al potere e nel ritrattare le sue verità. Il pezzo parla di questo, in modo laterale e scherzoso (e che Brecht ci perdoni).

«Da quassù è proprio tutto bellissimo, la Terra è di un blu che sfuma al nero» Camarade Gagarine è il brano dedicato a Jurij Gagarin, primo uomo che è stato nello spazio. Così come in Lisa, il dedicatario non si accontenta del mondo conosciuto. È quello che fa Lastanzadigreta?

Anche Gagarin è un eroe umano e umanista: è l’eroe dello spazio, l’eroe del grande sogno sovietico. Il primo uomo nello spazio, il primo uomo ad aver abbracciato tutto il mondo con uno sguardo, e l’ultimo esploratore dell’ignoto. Dopo di lui, tutto è stato fatto, e nulla è più stato ignoto (a meno che non vogliamo credere alla storia del primo uomo sulla luna). Cercare di spingersi più in là, di andare oltre quello che conosciamo e sappiamo fare, è da sempre il primo motore dell’essere umano, oltre che musicisti o artisti.

Storia, musica e scrittura si intrecciano nei vostri brani. Nell’album un omaggio a Dino Buzzati in Inviti superflui e la messa in musica di un brano di Erri de Luca in Erri. Come siete arrivati alla realizzazione di Erri?

Con una triangolazione molto complessa… Abbiamo scritto la musica in occasione di una sonorizzazione per una mostra di Cinzia Ghigliano, illustratrice e pittrice di fama che ha firmato anche la copertina del disco. Il brano serviva per raccontare un quadro dedicato a Erri De Luca, e un’attrice – Marlen Pizzo – leggeva un brano tratto da Il giorno prima della felicità. Musica, parole e immagine ci sembravano sposarsi molto bene: da lì a far diventare il tutto una canzone è stato un attimo. Abbiamo chiesto il permesso a Erri De Luca che ha apprezzato e accettato, e questo ci onora molto.

Parliamo di altreArti, la vostra associazione culturale che porta avanti le plurime forme de Lastanzadigreta.

altreArti è un contenitore di molte cose, fra cui anche l’attività di Lastanzadigreta. Soprattutto, è un progetto didattico – altreArti JAM – che tre di noi portano avanti a tempo pieno come lavoro quotidiano, e di cui tutti e cinque siamo partecipi. Si tratta di un modo diverso di intendere la didattica della musica, basato sull’ascolto, sull’improvvisazione, sull’imparare a suonare insieme prima ancora di imparare a suonare uno strumento. Si tratta anche di un modo di pensare la musica, imparando a stupirsi e ad amare quello che si fa. Una sorta di rivoluzione degli abituali percorsi di formazione, che ci sta dando grandi soddisfazioni.

Tanti confronti e collaborazioni sono intervenuti nella creazione di questo album come Dario Mecca Aleina o gli Yo Yo Mundi per non citarne che alcuni. Così come tanti sono i progetti anche grafici e teatrali a cui partecipate. Continueranno?

Gli Yo Yo Mundi sono stati i “padrini” di questo lavoro, intanto perché ci hanno ospitato nella loro casa, l’etichetta Sciopero Records. E speriamo che la nostra collaborazione continui: già qualcosa si muove in questa direzione. La dimensione teatrale ci è sempre interessata molto, così come il dialogo con altre forme espressive e con la didattica. Tutto continuerà, e altre cose nuove partiranno presto, speriamo. Basta trovare il tempo di fare tutto…

La violenza sulle donne è un tema di preoccupante attualità. Sono passati poche settimane dalla giornata dedicata a questo tema. Credete che la società stia cambiando? C’è bisogno di tenere l’attenzione vigile?

L’idea che “l’attenzione debba essere vigile” sembra sottintendere che la donna sia una specie diversa, più fragile. La donna è essere umano la violenza avviene fra esseri umani. Nel disco un brano è riconducibile a questo tema, Foglia d’autunno. Non abbiamo risposte né possiamo darle: dal nostro punto di vista, quello che possiamo fare è raccontare storie, con la nostra sensibilità e le nostre parole. La battaglia sarà vinta quando essere umano ed essere umano si potranno amare, litigare, picchiarsi, abbracciarsi e relazionarsi indipendentemente da cosa c’è alla convergenza delle cosce.

Il mondo della musica è decisamente mutato dopo l’avvento del digitale. Si intravede un nuovo futuro per una musica innovativa come la vostra?

Il disco pare ormai oggetto morto, per inguaribili passatisti. Non è necessariamente un male: forse il futuro della musica – almeno, della musica che facciamo noi – è nel passato, nell’essere pratica che esiste soprattutto dal vivo, diffusa in forma smaterializzata. Del resto, l’idea che la musica debba essere registrata perché possa esistere ha poco più di un secolo, contro millenni di persone che suonano e cantano. Inutile piangersi addosso: tutti possono suonare e ascoltare cosa vogliono. Chi vuole sperimentare trova e troverà i suoi spazi. La situazione è eccellente.

Che progetti bollono in pentola? Quali sono i piani per il futuro?

Sopravvivere alla promozione del disco, all’infinità di appuntamenti, concerti, showcase e cose che rendono bellissimo e faticosissimo questo lavoro. Dal momento che il circuito della musica dal vivo per i progetti “strani” come il nostro non è così vitale e ricettivo, cercheremo di suonare anche altrove: nei mercati delle pulci, nelle scuole, nelle associazioni, per le strade. Gli spazi ci sono: tutto sta nel saperli trovare.


Michele Cella

 

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