Antonio Jasevoli E Mauro Smith

Antonio Jasevoli E Mauro Smith

L’improvvisazione è un nucleo compositivo primitivo, un’idea immediata e sincera, è libertà creativa.

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Cosa accade quando due grandi artisti si trovano soli in montagna con strumentazioni rudimentali? Nascono nuovi suoni e una collaborazione che è destinata a continuare. Così è venuto alla luce The Wolf Sessions l’album di Antonio Jasevoli, chitarrista di fama internazionale e docente al conservatorio L.Cherubini di Firenze, e Mauro Smith, musicista, architetto e artista visivo con all’attivo moltissime collaborazioni europee. Una batteria e una chitarra elettrica si lanciano in un dialogo e in una provocazione reciproca che descrive le emozioni in un momento di totale libertà. Ed è proprio questa la caratteristica delle cinque tracce dell’album disponibile in digital download: andare oltre le definizioni e i confini dei generi musicali. Abbiamo incontrato i due compositori che ci raccontano il loro progetto.

Buongiorno e benvenuti su UnfoldingRoma art magazine.

Siete due compositori con due carriere ricche di progetti all’attivo e differenti nello stile. Come vi siete conosciuti? Come nasce la vostra collaborazione?

Ci conosciamo fin da ragazzi, ma non avevamo mai suonato insieme. Ci siamo rincontrati pochi anni fa dopo un lungo periodo in città diverse e il passo è stato naturale. Parallelamente ad altri progetti, la passione reciproca per la musica d’improvvisazione ci ha portati a lunghe e piacevoli sessioni prima in duo, e poi con ospiti. Tutte caratterizzate dall’assenza di barriere.

Il vostro nuovo album si identifica difficilmente con un genere musicale. Potrebbe essere indicato come free grunge jazz poiché racchiude estensioni e influenze dei generi che avete sperimentato in passato. Ci raccontate i suoni di The Wolf Sessions?

I brani di The Wolf Sessions nascono in una condizione di libertà unica. Eravamo in viaggio in montagna nel centro dell’Italia, in una grande casa con una veranda vetrata posta al secondo livello e aperta sui tetti, sul campanile della chiesa e poi ancora oltre, verso la valle innevata. Avevamo con noi un piccolo set costituito da una Gibson semiacustica, alcuni pad e piatti di una batteria virtuale Roland, un piccolo mixer e un registratore a due tracce. Di sera, nella penombra delle luci del paese, suonavamo. Il suono del disco discende da questi ingredienti.   

Vi conoscete da tempo, tuttavia questo è la prima esperienza discografica che realizzate insieme. Cosa vi ha lasciato questo re-incontro?

Più che lasciare, crediamo che il nostro re-incontro possa costruire vari percorsi. Pensiamo non solo di continuare la nostra esperienza in duo, soprattutto per la piacevolezza delle nostre sessions, sempre più nuove e stimolanti, ma abbiamo anche progetti con altri artisti da affiancare al duo. La realizzazione di un disco con la semplicità e la spontaneità di questo lavoro è qualcosa di straordinario in un panorama musicale asfittico e sempre più piatto, ed è un’esperienza e uno slancio da non perdere assolutamente.

L’abbattimento dei generi musicali e dei pregiudizi è uno dei tratti che contraddistingue la vostra ricerca. L’incontro è una condizione necessaria e favorevole all’azione creatrice?

I generi rappresentano una lettura faziosa e mercantile in tutta l’arte. Separano e scoraggiano qualsiasi intersezione tra le esperienze degli artisti. Sempre più spesso vediamo artisti che rinnegano la propria natura per strizzare l’occhio a possibili successi riposti in un dato genere. L’incontro, al contrario, è stimolante e nell’atto dello scambio possono nascere idee che da soli è impensabile raggiungere, a meno di pochi casi.

Crediamo che la musica sia una delle espressioni della cultura in un dato periodo della storia e quindi un’opera collettiva, soprattutto se poi viviamo un’epoca di iper-connessione. La separazione è quindi paradossale.

The Wolf Sessions nasce dall’improvvisazione, un approccio musicale che avete già sperimentato in altre occasioni e tipica del jazz. Cosa vi piace dell’improvvisazione? Qual è il suo potenziale? Pensate che si possa considerare un approccio più genuino di altri per creare qualcosa di nuovo?

L’improvvisazione è un nucleo compositivo primitivo, un’idea immediata e sincera, è libertà creativa. Ma necessita anche di rigore, partecipazione e un grande rispetto reciproco. Quando questo nucleo viene sgrossato, strutturato, subisce variazioni, arrangiamenti può divenire pian piano una composizione. E infine può essere interpretato. Quindi è come dici: un approccio genuino alla creazione.

Ciò che tu definisci il potenziale dell’improvvisazione - per chi ama vivere il momento dell’incontro tra artisti e artisti, e tra artisti e pubblico - è il godimento e la condivisione del momento creativo nell’attimo in cui esso è concepito. La questione non è creare qualcosa di nuovo, ma vivere quell’istante non preoccupandosi di essere nudi o di disperdere qualcosa. Dice un proverbio dell’est all’incirca: «se regali qualcosa è tuo per sempre, se lo tieni per te, muore».

Domanda per Mauro Smith: sei un famoso architetto oltre che musicista. Come riesci a far convivere le tue due carriere?

C’è stato un momento in cui nascondevo agli architetti di essere un musicista e ai musicisti di essere architetto. Questo la dice lunga sull’apertura di idee della cultura contemporanea italiana. Non è stato facile coltivare entrambe le passioni e ho vissuto, nella musica, talvolta, qualche vergognoso pregiudizio. Trovo una grande ricchezza nella curiosità e nel coltivare molteplici interessi, soprattutto come nel caso di architettura e musica se così vicini. Entrambe le discipline artistiche hanno un vocabolario comune e nella storia, prima della segmentazione contemporanea, hanno camminato a braccetto.  

Ti senti un po’ più architetto o un po’ più compositore?

Dire architetto o compositore è un po’ come dire la stessa cosa. La composizione nella storia dell’arte ha un unico modo di essere affrontata, a prescindere dal campo in cui si trova.

Domanda per Antonio Jasevoli: sei stato il primo docente di Chitarra Jazz al conservatorio Santa Cecilia di Roma. Un difficile percorso e un grande successo per la musica?

Un percorso importante che mi ha portato grandi soddisfazioni. Ho cercato di dare ai miei allievi un’impostazione sempre creativa nel percorso didattico, insegnando le regole, la tradizione, l’armonia ma cercando di trasmettere soprattutto la destinazione creativa di questi strumenti didattici, come se fossero l’alfabeto base da cui partire per acquisire poi gli strumenti necessari a costruire creativamente un proprio linguaggio personale. Dalla mia classe sono usciti molti dei nuovi giovani chitarristi più interessanti della scena contemporanea, e tanti di loro ancora mi chiamano per salutarmi e in qualche modo mostrarmi la loro riconoscenza. Ho anche cercato di dare loro degli sbocchi professionali introducendoli in ambiti lavorativi ed ho formato un’orchestra di 30 chitarre di S.Cecilia, la Guitar Experience Orchestra, G.E.O., di cui sono direttore, arrangiatore e compositore, con la quale abbiamo fatto concerti importanti, ricevendo riconoscimenti da pubblico ed addetti ai lavori. E’ stata una bellissima esperienza vissuta insieme ai miei colleghi del dipartimento: Roberto Gatto, Danilo Rea, M.Pia De Vito, Paolo Damiani etc., il cosiddetto “Dream Team” di S.Cecilia, dal 2007 al 2014. Poi, per questioni burocratiche il dipartimento di jazz di S.Cecilia è cambiato ed attualmente continuo la mia esperienza didattica presso l’altrettanto prestigioso Conservatorio L. Cherubini di Firenze.

Entrambi avete lavorato in progetti che hanno coinvolto varie espressioni artistiche come teatro, danza, performance, arte visiva. L’arte è un’espressione unica in diverse forme, secondo voi? Come è stato confrontarsi con questi mondi?

Stimolante! Molto stimolante! Talvolta le immagini, i corpi, le parole, contribuiscono a rendere materiale la musica che è un’arte astratta. L’arte è un’espressione unica, come dici, perché racconta il mondo interiore.

Mi rendo conto che tutte gli incontri che facciamo e i lavori che realizziamo ci influenzano. C’è, però, una di queste esperienze che vi ha segnato maggiormente? Tra le tantissime collaborazioni quali vi hanno forgiato di più?

Di musicisti e artisti in genere ne abbiamo conosciuti molti. Le esperienze importanti su cui convergiamo sono quelle in cui è prevalsa l’umanità, la spontaneità e l’umiltà. Sono quelli i momenti in cui vale la pena scambiare con un artista. Ma accanto a queste, ci sono le esperienze maturate anche con sconosciuti che non abbiamo più rivisto ma con cui abbiamo vissuto momenti straordinari. Questo è il bello della musica.

In generale quali sono gli artisti (compositori e non) che vi ispirano e che amate di più?

I riferimenti cambiano con le età, con i momenti della vita, con gli incontri, tranne pochi casi veramente eroici e sempreverdi che ci si porta indietro incessantemente, ad ogni trasloco. Dalla musica classica a quella contemporanea amiamo i musicisti – conosciuti ma anche sconosciuti - che hanno avuto il coraggio e la sensibilità di sfidare le leggi dell’arte consolidate per raggiungere nuovi traguardi e nuove sonorità. Senza fronzoli, autocelebrazioni e occhi strizzati ai generi.

Continuerete a collaborare dopo questa proposta discografica?

Certo.

Vorrei chiedervi un parere sulle tendenze musicali italiane degli ultimi anni. Cosa guardate con maggiore interesse e cosa invece trovate discutibile?

Gli anni recenti sono stati forse i peggiori per la musica italiana. La politica ha oppresso con imposte e con obblighi il tessuto dei piccoli club, dei piccoli festival e degli altri palchi su cui ci si confrontava e su cui si incubavano le proposte musicali. La musica è stata trattata come un bene di mercato qualsiasi. Tutte le iniziative sono state scoraggiate e oggi sopravvivono solo pochi festival a una rete capillare di luoghi per la musica che “infrastrutturava” la musica italiana, a prescindere dai generi, dal basso verso l’alto. A ciò va aggiunto che nel nostro paese si discute di diritto d’autore come se fossimo ancora negli anni ‘70/’80, in un momento in cui è totalmente cambiato il mercato, il modo di ascoltare e i supporti su cui si scrive la musica.

Quali consigli dareste a chi inizia a muovere i primi passi nel mondo della musica?

Di alimentare la curiosità, di coltivare il piacere nello scambio, di non arrendersi mai perché suonare uno strumento ci mantiene svegli (nel senso Sufi del termine) e di amare la musica come espressione intima e allo stesso tempo corale dell’uomo. Ma anche di studiare cercando il piacere nell’esercizio.

Avete viaggiato moltissimo. Sono, però, Roma e Napoli le città in cui avete vissuto di più. Che legame avete con le due città?

Sono le città più importanti in Italia, per storia e per cultura. Due capitali che pian piano hanno ceduto il passo ad altre città. Napoli, tra gli anni Settanta e gli Ottanta, per un ragazzino curioso, era certamente la città ideale nella quale avvicinarsi alla musica. Tra rock progressivo, contaminazioni e tradizione c’era tantissimo materiale per crescere. E tanti compagni con cui poter scambiare. È stato un periodo d’oro: nel giro di un paio di generazioni Napoli ha sfornato i talenti e gli artisti che abbiamo tutti conosciuto. Ma come sempre Napoli fa promesse che generalmente hanno bisogno di altri luoghi per concretizzarsi, altri mercati in cui attecchire. Ed ecco Roma, la città italiana del jazz, del cinema, del teatro e della televisione.

Progetti per il futuro? Dove vi troveremo impegnati prossimamente?

Abbiamo vari progetti in questo momento su cui stiamo lavorando: in duo insieme, ma anche in trio (ad esempio Divergent Meetings con Luca Aquino) e in organici con altri musicisti che ci vedono separati.

A presto allora!

Michele Cella

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