Infedele

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La recensione del nuovo album di Colapesce

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Accade che, verso la fine di una torrida estate, Colapesce annunci l’uscita del suo terzo disco. Titolo: Infedele.

Il buon Lorenzo Urciullo torna a distanza di due anni da Egomostro, e nel frattempo è cambiato un mondo. Gruppi non gruppi, cantanti non cantanti, nomi in classifica che fino a poco fa nemmeno l’ombra. Durante gli ultimi mesi dell’anno odierno il panorama musicale italiano brulica di certificazioni Fimi ed attestati di onnipotenza, palazzetti (più o meno sold out) a metà strada tra un centro sociale di provincia ed un film di Verdone degli anni ’80, ma sta per uscire un nuovo disco e non si può fare di tutta l’erba un fascio. Poi Colapesce è uno che ne sa. La sua musica, così discreta e sussurrata, raramente ha destato grosse perplessità. Quindi, inizio l’ascolto di Infedele scevro da ogni contesto o possibile pregiudizio. E per i 31 minuti successivi, dimentico qualsiasi altra cosa.

Pantalica rapisce appena inizia. Un omaggio alla necropoli situata vicino Solarino, dove il cantautore è cresciuto. Un flusso di coscienza. Il brano è particolarmente battistiano, sia per il cantato, sia per la splendida coda di sax ad opera di Gaetano Santoro, che tesse una trama ipnotica su un beat di tamburo di Alfio Antico. Echi di Anima Latina. E penserò a Battisti anche più avanti.

Ti Attraverso è scanzonata, radiofonica, dopo l’intro spiazzante è solo adesso che si entra nel mood. “Se ho un nuovo disco da poter cantare, mi sento totale”, coro perfetto per un pezzo originariamente opzionato da Luca Carboni, e si sente: Totale è felicemente pop. Omaggio a Lisbona e tracce di fado in Vasco de Gama, un brano in cui l’arpa fa la parte del leone, una ricerca musicale che prosegue bene anche nella successiva Decadenza e Panna, che trae spunto dalla tradizione folk a stelle e strisce.

Maometto a Milano sembra un divertissement, ma è tutto fuorché spensierata. Su un mix selvaggio di suoni animaleschi e tasti del mac, Colapesce canta dei milanesi che sembrano “tutti felici, tutti risolti”, ma in fondo sono tutto fuorché tali. C’è un vecchio disco di Battisti che fa da spartiacque tra il suo periodo più conosciuto (e apprezzato), ed il suo periodo meno conosciuto (ed apprezzato solo in fieri): E già, 1982. Un decennio al servizio della canzone popolare italiana, per poi rifugiarsi in sonorità e testi criptici, ermetici, volutamente ostici. Maometto a Milano sembra a metà strada tra Una Giornata Uggiosa, ultimo popolarissimo lavoro con Mogol, e il Don Giovanni di Pasquale Panella, che avrebbe dato inizio alla seconda fase del mai abbastanza compianto Lucio, all’ermetismo di cui sopra. Un brano che va letto tra molte, parecchie righe.

Una fanfara funebre porta a Compleanno, che poi si chiude con un mix da club. Una struttura atipica, per un pezzo che si ferma improvvisamente per una manciata di secondi, a favore di un suono che sembra un cuore pulsante, come se l’incertezza fosse tutta rappresentata in quel silenzio. Visivo come neanche un videoclip potrebbe.

Ben visibile e fiero sembra essere l’omaggio alla canzone italiana anni ‘80. Ci ha provato Tommaso Paradiso per un po’, ma il personaggio ha ampiamente prevalso sul, pur sempre nobile, tentativo, ed è finito tutto in caciara. Perché l’omaggio è un caso, un punto di partenza, matrice spesso inevitabile se si è nati in quel determinato contesto. Un mezzo, mai un fine. Infedele brucia di ricerca. Una urgenza mai urlata, né tantomeno sputtanata, bensì sussurrata, in punta di piedi. Il disco sembra incanalarsi verso un filone, per poi distogliere l’attenzione verso altro, e poi tornare al punto di partenza. Come da titolo.

A Sospesi è affidata la chiusa del cerchio. “Lo faccio per te, soltanto per me”. Canzone d’amore egoista, sospesa. Infedele, senza appartenenza. Ma, al tempo stesso, con la voglia disperata di appartenere a qualcosa.

Carmine Della Pia 

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