Niccolò Matteucci

Niccolò Matteucci

Per me il giornalismo non è una vocazione, bensì un compromesso per fare quello che più amo

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Incontriamo un giovane giornalista amante della musica;che per passione è alla continua ricerca di giovani band, ma non si tirerebbe indietro,anche se dovesse intervistare una grande star affermata:allora raccontaci la tua prima intervista?

La mia prima intervista fu una telefonica con Roberto Vecchioni nel 2007, non esattamente il mio genere, ma non mi tirai indietro. Ero alla mia primissima esperienza e mi ero da poco conquistato la rubrica di music. Quel mese avevo proposto un servizio sulla “comunione” tra poesia e rock per via delle imminenti tournee italiane di Smashing Pumpkins e Babyshambles, dal momento in cui i rispettivi cantanti di queste band avevano pubblicato raccolte di poesie in passato. La redazione mi chiese di integrare l’articolo con un’intervista ad un personaggio nostrano e mi dissero di intervistare Vecchioni.Ricordo che non ero affatto emozionato, anzi, visto che quella sera c’era il derby e io sono milanista gli feci anche una battuta sull’Inter.Approcciare un artista in veste di giornalista mi da una sicurezza in più, quindi l’emozione difficilmente prende piede perchè c’è un clima diverso rispetto a quando incontri qualcuno “da fan”, in realtà poi quello che faccio meglio non è tanto fondere questi due contesti, ma instaurare una situazione “conviviale” per bypassare sia il mood istituzionale che c’è in genere tra artista e giornalista e per abbattere il muro che invece c’è tra idolo e fan.L’approccio giornalistico comunque non esclude che anche io abbia i miei mostri sacri, sono cresciuto a latte, rock anni 70 e musica classica, grazie a mio padre e sono tremendamente invidioso dei concerti che ha visto da giovane, tipo Jimi Hendrix, i Black Sabbath, i Beatles e gli Stones sia con Brian Jones che con Mick Taylor… poi di mia iniziativa mi sono affacciato all’elettronica, al punk e altro. Ad ogni modo sono anche un sostenitore delle band moderne e non sopporto chi le considera necessariamente inferiori a quelle di una volta. E’ un approccio fondamentalmente idiota ed ignorante, perché quelli che dicono “I gruppi di oggi fanno schifo e sono meglio le vecchie glorie” sono come quelli che negli anni 60 ascoltavano Dean Martin e quando sono usciti gli Stones o i Doors inorridivano... Del resto una volta su internet ho trovato un articolo dell’epoca sul concerto di Hendrix al Brancaccio, non oso neanche riferire in che termini ne parlava l’inviato… ma noi del resto siamo quelli che hanno affiancato Peppino di Capri ai Beatles, quindi neanche ci possiamo sorprendere più di tanto.Comunque oggi ci sono tante band che valgono, anche in Italia, tipo i Bud Spencer Blues Explosion, i Giuda, i Calibro 35 o i Thegiornalisti, alcuni di questi li ho conosciuti in ambito “professionale” e poi siamo divenuti amici. In particolare però vorrei menzionare un gruppo olandese pazzesco che mi ha fatto letteralmente perdere la testa e che consiglio vivamente a tutti, i DeWolff, sono giovanissimi e non hanno davvero nulla da invidiare a nessuno, se non l’essere nati oggi e non 40 anni fa.

Come prepari un'intervista? 

Dipende sempre da chi devo incontrare, il mio obiettivo è ricevere delle risposte memorabili, ma non è facile e comunque dipende molto dal clima che si instaura, per questo cerco di effettuarle sempre e solo “vis-a-vis”. Di base evito le domande di rito e mi tolgo spesso delle curiosità personali, che il più delle volte poi si trasformano in quel tipo di “chicche” che i fan vogliono sapere e che amano leggere.Ultimamente ho iniziato a sviluppare anche una morbosa ricerca di una sorta di ”istigazione allo screzio”… in sostanza spero che qualcuno mi dica peste e corna di qualcun altro, oppure che se ne esca con qualche “sparata”, ma purtroppo non sono tutti Liam Gallagher o Henry Rollins!

Delle grandi riviste di musica con quali ti piacerebbe collaborare?

Anche se attualmente più che un magazine musicale sembra un catalogo di moda, ti dirò sempre e comunque Rolling Stone, giusto per il blasone… Anche se l’edizione italiana è un po’ “troppo italiana” nel senso “Borisiano” del termine… la pura verità è che mi piacerebbe avere i biglietti da visita con il loro logo sopra per sfoderarli all’occorrenza dicendo “Mi manda Rolling Stone” con la voce impostata e buffonate del genere… e poi li lancerei tipo stellette ninja.Non ultimo perché nel film “Almost Famous” il protagonista scrive per RS e quel film è il top… anche perché il soggetto è ispirato ad una vicenda realmente successa da giovane al regista del film, Cameron Crowe, andare in tour con la tua band preferita per conto di Rolling Stone Magazine… il sogno assoluto, lui poi se non ricordo male mi pare che andò con i Creedence, pazzesco!

Parlavamo del tuo percorso scolastico;mi raccontavi delle scelta errata di frequentare il liceo scientifico....consideri questo un errore che ha fatto del bene alla tua giovane carriera?

Eh, quando fai lo scientifico e prendi 3 in matematica e fisica, mentre in italiano, filosofia, inglese ed arte hai 8 un paio di domande te le fai… io in realtà più che l’indirizzo scientifico scelsi un liceo in particolare, solo perché non si frequentava il sabato… il che già te la dice lunga sul mio rapporto con l’istituzione scolastica, la disciplina e l’abnegazione!Già ai tempi mi stavo creando una nomea come appassionato di musica e con alcuni professori barattavo domande “soft” alle interrogazioni in cambio di dritte musicali… Per esempio c’era un prof di biologia che aveva da poco scoperto il trip-hop ascoltando i Massive Attack e che mi chiese di consigliargli roba simile. Passargli Portishead, Tricky e Goldfrapp mi valse qualche privilegio.Non credo quindi che l’indirizzo scolastico avrebbe fatto la differenza a livello formativo, perché sono sempre stato “selettivo” nello studio… quando studiavo, perchè in sostanza studiavo quello che più mi intrigava, tipo storia dell’arte, con particolare predilezione per i surrealisti e naturalmente la letteratura anglo-americana, specialmente Shakespeare e Poe. In italiano andavo bene perché ero bravo nei temi mentre in filosofia il mio cavallo di battaglia era Nietzsche.La mia formazione vera e propria viene dalle esperienze più che dalla didattica, l’inglese parlato ad esempio l’ho imparato più grazie ai testi di Eminem che non a scuola e poi grazie a mio padre che, essendo madrelingua, mi ha sempre corretto la pronuncia.

Per la formazione che opinione hai delle scuole di giornalismo,quasi sempre con costi esorbitanti;spesso gli alunni che ne "escono"non trovano ne spazi o redazioni pronte ad accoglierle?

Per me il giornalismo non è una vocazione, bensì un compromesso per fare quello che più amo, ascoltare musica e scrivere. A dirla tutta in realtà mi piacerebbe scrivere testi per canzoni e quando un paio di band di amici ha musicato dei miei testi ho provato delle emozioni indescrivibili.La mia visione della scrittura è innanzitutto “romantica”, infatti propendo per la narrativa e la poesia… e porto un’immagine di Baudelaire nel portafoglio. Io non ho fatto nessuna scuola di giornalismo, infatti inizialmente scrivevo con periodi troppo lunghi ed arcuati. Sono stato corretto strada facendo dai miei caporedattori durante le mie prime esperienze pratiche. Credo sia stato un bene, perché così ho sviluppato un taglio adatto al contesto giornalistico senza però snaturare il mio personale approccio alla scrittura, acquisendo così uno stile che si presta bene al tipo di pezzi che preferisco scrivere.L’esempio più calzante è l’articolo sull’incontro con Matthew Bellamy della scorsa estate dopo il concerto dei Muse a Roma, quando mi intrufolai nel loro hotel e riuscii a farci una lunga chiacchierata. Matthew Bellamy è una figura fondamentale nella mia vita ed i Muse il gruppo simbolo della mia adolescenza, ho vissuto un sogno quella notte e penso che quell’articolo sia il migliore che abbia scritto finora, o se non altro è sicuramente il mio preferito.Indimenticabile anche la volta in cui mi sono ritrovato a bere con Roger Daltrey degli Who, pure in quel caso scrissi un articolo, anzi 3 perché la vicenda si sviluppò in 3 giorni, lo feci tipo reportage, ma con uno stile più narrativo che giornalistico, parlando in prima persona per rendere il lettore più partecipe… In quel caso ricordo che ci fu qualche discussione con la webzine con cui collaboravo riguardo il “taglio” che gli avevo dato, ma alla fine avevo ottenuto un’anticipazione importante sui progetti futuri degli Who e quindi avevo il coltello dalla parte del manico, quindi fu pubblicato integralmente e senza stravolgimenti.Il punto è che quando capita di vivere certe esperienze ritengo che sia assurdo raccontarlo in maniera istituzionale. Se io leggessi un articolo con aneddoti tipo quelli che ho vissuto io, scritto in maniera distaccata, penserei “Ma guarda sto str… non se l’è nemmeno goduta, chi c’ha il pane non c’ha i denti!”Il fatto è che per me non c’è solo il concerto, ma pure l’esperienza che vivo prima, durante e dopo di esso… Non è che succeda sempre qualcosa di eccezionale, però quando va bene può capitare che mi ritrovi appunto a farmi un drink con idoli di una vita, oppure che salga sul palco di gente tipo Iggy Pop, i Wolfmother o Tito Y Tarantula, come in effetti è capitato.Il mio obiettivo è quello di conoscere i miei artisti preferiti, gente che per il mio ordine di valori fa qualcosa di davvero importante, che sia tramite un’intervista o perché mi sono imbucato ad un aftershow o nei camerini… in qualsiasi modo. Come diceva un mio omonimo “Il fine giustifica i mezzi” e per arrivare a certe “svolte” contano tanti fattori, uno di questi è certamente la fortuna, ma in percentuale minore di quanto non si pensi… perché la prima reazione degli amici che vedono che ho incontrato qualcuno è sempre “Che culo!” ma oramai ci ho fatto il callo. Molto lo fa la capacità di improvvisazione in determinate situazioni, “le phisique du rol”, saper parlare bene l’inglese, ma soprattutto la discrezione e l’educazione. Una cosa che non fa quasi mai nessuno ad esempio è presentarsi, sembra una cavolata, ma è fondamentale, pure se incontri una superstar, se vuoi instaurare una situazione confidenziale la prima cosa è trattare chi hai di fronte come una persona normale, anche se per te è un mito o giù di lì.

Quale deve essere la caratteristica base di un giornalista?

Deve avere il “sacro fuoco”, perchè già la concorrenza “normale” è tanta, se poi si aggiungono i blog il risultato è che praticamente può scrivere e di fatto scrive chiunque.Per giocarsi le proprie possibilità bisogna essere almeno originali o, meglio ancora, unici nel proprio stile.In realtà io non mi considero nella posizione di poter “pontificare” a riguardo, perché non sono nessuno, ma se posso dirti un’impressione che ho avuto di recente è che in molti casi, specie nelle webzine indipendenti, ci sia un’esasperata voglia di risultare in qualsiasi modo dissacranti, il che a volte ci sta o è ben fatto, altre volte invece è decisamente deprecabile e non perché mi dispiaccia l’essere dissacrante, anzi… amo alla follia il black humor e l’umorismo cinico, ma quando uno deve fare “l’alternativo a tutti i costi” alla lunga diventa ridicolo.

Un aggettivo che ti definisca?

Non lo so! Io sono logorroico, specie se parlo di musica… uno solo non so dirlo e poi non voglio cantarmela e suonarmela da solo, deve dirmelo qualcun altro, sono sicuro che un insulto qualsiasi vada bene, purchè sia detto con amore e con la mano “a cucchiara”...!

Ultimamente hai intervistato un membro della mitica band britannica degli Strokes,che impressione e che emozione ha suscitato in te ?

Gli Strokes in realtà sono di New York, ma non sei l’unico che ha creduto fossero inglesi, ci cascano in tanti…!Ero entusiasta, non solo perché sono stati una delle band più importanti degli anni 2000, ma anche perché ho una tribute band dedicata a loro! Non perché siano il mio gruppo preferito in assoluto, piuttosto perché suono con degli amici a cui voglio bene e ci divertiamo molto. In realtà non sono un grande fan delle tribute band in genere, salvo quelle rare eccezioni in cui prevale la passione per un gruppo e la voglia di divertirsi. Essendo il cantante dei Venison, ci chiamiamo così, penso che il top sarebbe stato intervistare Julian Casablancas… non che Albert Hammond Jr mi sia dispiaciuto, ma essendo in tour con il progetto solista non aveva troppa voglia di parlare degli Strokes e giornalisticamente parlando non mi ha fatto dichiarazioni “memorabili”.In linea di massima poi uno deve sempre considerare che gli artisti sono innanzitutto esseri umani e come tali possono esserci i giorni in cui sono più o meno in vena di fare due chiacchiere, lì diventa pure una questione di fortuna, puoi beccare quello che ti propone di ubriacarti con lui e quello che non vede l’ora che te ne vada.In assoluto quello che più vorrei intervistare è Marilyn Manson, un personaggio che mediaticamente viene spesso giudicato in maniera troppo approssimativa, ma che invece ha tanto da dire, come si vede pure su Bowling A Columbine di Michael Moore. Il personaggio Manson mi affascina molto da quando, dopo un’accurata lettura dei testi, giunsi ad alcune conclusioni, tipo che dietro a quelle etichettate come istigazioni alla violenza vi sono in realtà delle profonde denunce alla cultura delle armi che regna nell’iper-perbenista America. Inoltre non esiste alcuna vera esortazione all’uso di stupefacenti da parte sua, viceversa una condanna verso chi, con messaggi subliminali attraverso i mezzi di comunicazione, induce subdolamente i giovani a ritenere che le droghe li renderanno delle star. Insomma sono arrivato a supporre quale sia la sua vera provocazione, ovvero che oggi a mettere in guardia i giovani sulle insidie del mondo e denunciare i mali della società debba essere proprio un “ mostro” come lui. Poi mi piacerebbe parlare di musica con Quentin Tarantino, il mio regista preferito, che a giudicare dalle colonne sonore che sceglie deve essere uno che ci capisce… vedi su Pulp Fiction per esempio, una meglio dell’altra, a partire da Dick Dale, che è l’Elvis del surf-rock... un profeta!

Un artista musicale che ti ispira a livello umano;secondo chi è veramente se stesso,chi non finge di essere il suo alter ego mentre si esibisce sul palco? 

Considerando che sono ateo, ma che la musica è la cosa per me più vicina ad un concetto di religione, ti dico che Jack White è il mio “Messia”, per tutto quello che ha fatto, che fa e che farà, ma soprattutto per come lo fa. E’ un benefattore che rende il mondo musicale odierno un posto migliore e se consideriamo i vari Bob Dylan, Johnny Cash, Elvis, i Led Zeppelin, ecc. come degli “dei”, lui si può considerare l’unico erede degno di tramandare al pubblico contemporaneo il loro messaggio, perché ne incarna i valori meglio di chiunque altro, come un Messia appunto.Poi per tantissimi motivi il mio “Dio” personale è Roger Waters, lui vince su tutti, quando ho visto The Wall ho pianto dall’inizio alla fine… due volte. The Wall è tutto. Ecco, se dovessi intervistare lui credo che mi tremerebbero le gambe.Di artisti che non si atteggiano e non fingono ce ne sono tanti, uno che apprezzo molto per la sua autenticità è Pete Doherty, un personaggio d’altri tempi, una sorta di Arthur Rimbaud trapiantato nella modernità e applicato alla musica. Pete Doherty è uno dei pochi oggi con quell’attitudine che in passato aveva gente tipo Jim Morrison o Kurt Cobain, purtroppo è penalizzato dal fatto che si parli di lui più per i motivi sbagliati, gossip in primis, che non per la valenza artistica.In genere preferisco le figure con un’attitudine più oscura e dannata, credo per questioni di affinità elettive, ma allo stesso tempo apprezzo anche l’esatto opposto, in casi più unici che rari come quello di Xavier Rudd, una persona fantastica, emana luce.

Nelle tue interviste chi secondo te può riuscire veramente ad emergere(parliamo di giovani band);che opinione dai dei talent? Sono veramente questi programmi che dettano il mercato discografico?

I talent sono una macchina diabolicamente perfetta, odio doverlo ammettere, perché li considero “il male”, ma mi rendo conto che da un punto di vista commerciale non posso biasimare chi ci investe i soldi e neanche chi prova a partecipare, perché è giusto che uno le tenti tutte e faccia le sue scelte. Del resto di questi tempi come si potrebbe non tenere conto di un sistema che fa già promozione e che fornisce con il televoto stime fondamentali per calcolare le prospettive di vendita di un cantante?Piuttosto odio vedere gente tipo Steven Tyler in America o Elio qua in Italia che si prestano a questa porcata… sì “sò soldi” però è pure la morte dell’arte. Posso giustificare chi partecipa, ma nel caso dei giudici “eccellenti” invece la mia stima e considerazione crollano. Il mio dissenso si può anche riassumere dicendo soltanto che uno come Mick Jagger non passerebbe neanche le selezioni… capisci che intendo? Ci sono belle voci, impostate, si sente che hanno studiato e poi basta, finisce lì, non c’è l’anima. Però ci sono sempre le eccezioni, come ad esempio Nathalie, che ha vinto X-Factor nel 2010 mi pare. Lei mi piace non tanto perché la conoscessi già da molto prima che facesse X-Factor, quanto perché è l’unica cantautrice uscita da lì. Lo scriversi da sola testi e musica, senza gli autori che la imboccano come negli altri casi, fa la differenza. Tanto se uno vale o meno poi lo si vede alla distanza, infatti guarda che fine ha fatto Scanu… Alla fine non sono prevenuto nei confronti del “pop”, anzi, sono cresciuto anche ascoltando Michael Jackson, oggi ti posso dire che non mi dispiace Bruno Mars e che stimo molto Lady Gaga, perché è una che ti può fare uno show mozzafiato anche solo con piano e voce, se ci metti Britney Spears invece davanti ad un pianoforte è più probabile che ti chieda con aria spaesata “Sì ma dov’è che devo succhiare?!”.

Grazie Niccolò,ti auguriamo un percorso meraviglioso nel mondo della musica dal punto di vista giornalistico;complimenti per come esprimi concetti importanti, in una comunicazione chiara per tutti i nostri affezionati lettori e lettrici.

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