Marco Cecere E La Sua Avventura Di Latta

Marco Cecere E La Sua Avventura Di Latta

Dirigere con passione un’officina di artigianato artistico diventata un punto di riferimento per i ragazzi che ci lavorano e per tutti coloro che credono possa esserci una radicale inversione di sguardi sul tema dell'immigrazione.

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A Napoli il laboratorio Avventura di Latta è nato con l'idea di promuovere un modello di inclusione sociale che possa dare ai rifugiati politici e ai migranti una possibilità di formazione e di lavoro con l'intento di restituire loro quella dignità di autonomia che molto spesso gli viene sottratta. Alla mercificazione degli uomini come oggetti viene contrapposta la valorizzazione degli uomini come soggetti. Responsabile del laboratorio di artigianato è Marco Cecere che, piuttosto che essere definito artista, preferisce spaziare tra l'essere artigiano e l'essere architetto, vestendo a volte gli abiti del fabbro e a volte quelli del designer. Al laboratorio Avventura di Latta riesce perfettamente a concretizzare tutto ciò, passando dai progetti virtuali e disegni su carta ai prototipi in metallo che poi il team di artigiani, ogni volta, è in grado di realizzare. É il fare artistico che può dare quel senso di riscatto che ribalta le convenzionali posizioni secondo cui l'immigrato risiede nelle ultime posizioni della scala sociale. É sempre il fare artistico che può emancipare la sensibilità di chi non ha voce a manifesto culturale e segno di cambiamento. Ma tralasciando ogni pretesa, “Avventura di Latta” con Marco Cecere offre la possibilità a pochi fortunati di intraprendere un percorso di formazione vero con il desiderio di consolidare questa realtà concreta e farla diventare una vera e propria cooperativa sociale.

Caro Marco, come sei approdato a “Avventura di latta” e quale ruolo ti ritagli all’interno dell’associazione…

Era il 2013 quando ho incontrato per la prima volta la realtà dell'associazione Samb e Diop. Seguivo di rado gli incontri che organizzavano i volontari per coinvolgere i ragazzi stranieri che studiavano italiano ai loro corsi anche oltre gli orari di scuola, così che la sede di Santa Maria del Rifugio potesse diventare un punto di riferimento. Il presidente dell'associazione Gennaro Sanniola e la fondatrice Carmela Tagliamonte frequentavano  un gruppo di persone molto impegnate in attività di volontariato coordinate da padre Alex Zanotelli, sotto cui impulso è nata anche la scuola di italiano. Fu in una delle loro  riunioni, mentre si parlava di inclusione e di possibili percorsi di integrazione per i rifugiati politici all'interno del tessuto socioeconomico del quartiere che alla domanda di Carmela Tagliamonte su cosa poter far fare ai ragazzi presenti nella scuola, l'architetto designer Riccardo Dalisi, da sempre attivo negli ambiti del sociale, ebbe l'intuizione di partire con uno dei su laboratori. Carmela mi conosceva bene, sapeva delle mie capacità manuali, e mi propose di affiancare Dalisi e i ragazzi in questo percorso, o per meglio dire, in questa “avventura”. Sono quindi entrato a far parte del gruppo di volontariato dell'associazione come responsabile del laboratorio di artigianato che in fase embrionale era principalmente un'occasione per stare insieme, socializzare, raccontarsi, far pratica con la lingua italiana parlata e tempo a imparare a lavorare con le mani. Di tempo ne è passato, di cose ne abbiamo fatte, ed attualmente il laboratorio è attivo come realtà concreta. Il mio interesse ora è quello di riuscire a consolidare questa realtà, farla diventare una vera e propria cooperativa sociale.

Qual è il tuo rapporto con il maestro Riccardo Dalisi…

Nutro profonda stima per lui e per il suo modo di operare, il suo pensiero artistico è sempre un' infinita fonte di ispirazione. Ho conosciuto Riccardo Dalisi tramite la mia compagna Danila Sanniola laureata in storia dell'arte proprio con una tesi su di lui e sul radical design. Poi è ritornato durante l'elaborazione della mia tesi, questa volta sul recupero dei quartieri a rischio attraverso interventi di architettura sociale. Non a caso il tema era Rione Traiano, dove Dalisi aveva lavorato negli anni '70. Poco dopo è nato il progetto Avventura di Latta con il quale si è istaurato un rapporto continuo di lavoro. Lui ci da spunti, idee, disegni, io li rielaboro per farli diventare realizzabili dai ragazzi. Altre volte mi confronto con lui portandogli prototipi vari, su cui puntualmente agisce con la sua pittura frenetica. Quando abbiamo iniziato a lavorare per Avventura di Latta ci vedevamo spesso, lui veniva al laboratorio a fare delle vere e proprie dimostrazioni pratiche  di pittura e disegno. Noi lo raggiungevamo al suo studio dove i ragazzi che partecipavano potevano vedere e toccare con mano quello che avrebbero potuto realizzare. Ci vediamo meno ma è così tutt'oggi, e lui rimane per me un modello da imitare e da raggiungere, un maestro da cui apprendere la tecnica, il tratto, la forza e l'espressività, la poetica e l'immediatezza del disegno, nonché il modello teorico di lavoro. 

Ci parli in breve dell’attività che svolgete…

Al laboratorio lavoriamo i metalli per realizzare manufatti di ogni genere, dai gioielli alle sculture, dagli oggetti di arredamento alle installazioni artistiche. Lavoriamo il metallo con tecniche che riprendono l'antica tradizione napoletana dei lattonai in modo da tramandare ancora il mestiere che rivisitato in una chiave moderna offre altri sbocchi e possibilità di realizzazioni. Non più caditoie e pentole di rame ma oggetti dal forte significato simbolico che tanto traggono dall'immaginario partenopeo: realizzare i Vesuvio i San Gennaro e le Sirene è, da un lato, un modo per raccontare Napoli ai migranti che partecipano al laboratorio e far conoscere loro storie e leggende di questa città, dall'altro è un pretesto per raccontare al pubblico una Napoli vista ed interpretata con uno sguardo differente, quello dell'accoglienza che sempre ha contraddistinto questa città porto di mare. Ma se ispirarsi all'immaginario napoletano è stato un modo per intraprendere questo percorso di formazione ora allargare gli orizzonti espressivi e artistici vuol dire potersi aprire ad un pubblico più eterogeneo, passaggio forse necessario per una completa autonomia lavorativa degli artigiani partecipanti.

I ragazzi extracomunitari possono accedere attraverso una selezione o tutti possono intraprendere un cammino all’interno del laboratorio…

Non c'è un regolamento preciso, a seconda delle condizioni e dei punti di partenza si prendono determinate scelte, come un progetto in continua evoluzione. Il laboratorio è partito con un seguito di 18 rifugiati, di questi molti sono partiti, alcuni hanno trovato altri lavori da svolgere, altri si sono aggiunti al gruppo successivamente. Dei 18 che hanno iniziato nel 2013 solo cinque hanno continuato il percorso di formazione fino ad oggi: sono loro che attualmente lavorano e si occupano della produzione dei manufatti. Tuttavia durante il periodo scolastico altri ragazzi interessati all'apprendistato possono partecipare all'attività imparando soprattutto da quelli più esperti, per poi integrare il gruppo di lavoro una volta dimostrata la loro attitudine e propensione al lavoro artigianale. Purtroppo l'instabilità del progetto e la mancanza di lavoro continuativo certo impongono a volte di dover prendere delle scelte e a volte di doverne prendere delle altre: miriamo alla crescita del laboratorio per avere minori limitazioni, assicurare una maggiore stabilità ai ragazzi che sono attivi nella produzione ed una più ampia possibilità di inserimento per quelli nuovi.

Qual è ad oggi la tua più grande soddisfazione nello svolgere il tuo compito all’interno dell’associazione…

Potrei fare un elenco indefinito delle tante soddisfazioni che mi hanno gratificato ed incentivato a credere nel progetto, come stare con i ragazzi ad esempio, e lavorare in un rapporto di fiducia reciproca: vedere a distanza di tempo come è cambiato il loro modo di appartenere e sentirsi parte del laboratorio e tutto ciò che abbiamo concretizzato e superato insieme è motivante. Di contro ci sono anche tante insoddisfazioni che non appagandomi mi invogliano a lavorare ancora più intensamente per riuscire nell'obbiettivo di costruire una realtà concreta che i ragazzi stessi possano gestire e sentire loro. Dall'associazione ho tutto l'appoggio e la stima necessaria per continuare, ed è un piacere il fatto che gli altri volontari notino e supportino l'avanzare delle competenze manifatturiere degli artigiani, mi dice che stiamo lavorando bene.

In una città come Napoli è facile reclutare volontariato per dare una mano alla vostra iniziativa...

Non credo sia difficile trovare persone disponibili a partecipare alle attività di volontariato. Ho notato più che altro, per l'esperienza maturata nell'associazione dove lavoro, che il difficile è trovare persone che diano continuità ed affidabilità alle attività che svolgono. Questo rende molto più difficile l'organizzazione generale delle stesse, per cui è come se ogni progresso possibile dell'associazione dato dal lavoro svolto venisse rallentato. Fortunatamente, lavorando in un settore sociale, mi rendo conto che tutte le persone che incontro mostrano una certa sensibilità alle tematiche fulcro della nostra attività istituzionale, ed è facile percepire in loro la volontà di essere disponili. 

E’ facile insegnare a questi ragazzi, qual è il tuo rapporto con loro…

Insegnare e creare dei rapporti è ciò che di più difficile c'è in un contesto come il mio. Diversità di linguaggio, esperienze di vita e di formazione completamente differenti e background culturali eterogenei impiegano tempi lunghi per allinearsi in maniera corretta nella giusta direzione. Lavoriamo insieme, e per lavorare insieme c'è bisogno che tutti vedano le cose nello stesso modo. Per questo discutiamo molto ogni volta che c'è da prendere una scelta sul da farsi, in maniera anche molto democratica: in fondo è anche questo un modo per condividere ed imparare gli uni dagli altri. Mi piace che tutti ci poniamo sullo stesso piano, e che ognuno poi si determina autonomamente un ruolo da svolgere, in base alle proprie possibilità. Io mi occupo di sperimentare con i materiali e con le soluzioni tecniche, Ismail esegue i lavori di precisione e le saldature, Abdallah quelli che necessitano di una forza consistente, Tiamoko è il sindacalista, Diarra il responsabile tecnico e così via. Non è stato facile ottenere tutto ciò, e si è avuto bisogno di tempo e lavoro per raggiungere solo ultimamente questo equilibrio.

Quali sono gli aiuti concreti che ricevete dalle istituzioni…

L'appoggio delle istituzioni finora è stato scarso o quasi del tutto assente. Solo adesso, dopo quattro anni di attività e varie richieste al comune di Napoli, stiamo ricevendo l'attenzione della IV municipalità, quella in cui lavora l'associazione. Si stanno rendendo conto che le varie cooperative e i centri di accoglienza per gli immigrati mal gestiscono le risorse che possiedono, in termini economici, educativi e umani. Il nostro progetto potrebbe essere un modello da seguire, certo in altri ambiti, per realizzare dei percorsi di inclusione ed integrazione possibili, facendo in modo che tutti i neo cittadini diventino parte attiva nel tessuto sociale. Ma questa è una utopia. Di vero c'è che Avventura di Latta si è avvalsa principalmente del sostegno dei privati: in primis del Centro Missionario Diocesano che grazie a Padre Modesto Bravaccino ha fornito gli spazi per poter svolgere le attività; fondamentale è stata la conoscenza di Benedetta de Falco, che cura le relazioni esterne e si occupa della ricerca partner; poi ci sono i tanti affezionati che contribuiscono all'autofinanziamento del progetto in cambio dei manufatti che realizzano i ragazzi del laboratorio. Per ora non possiamo fare altro che lavorare affinché queste attenzioni continuino a crescere e che l'officina di artigianato artistico, iniziata come una sfida o una provocazione, diventi un punto di riferimento per i ragazzi che ci lavorano, ma soprattutto per tutti coloro che credono possa esserci una via di cambiamento possibile, una radicale inversione di sguardi sul tema dell'immigrazione.

                                                                          Rosario Schibeci 


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