Vincenzo Cerracchio

Vincenzo Cerracchio

Cinque Olimpiadi da Atlanta, la prima, a Pechino, l’ultima, è cambiata la consapevolezza, la velocità di pensiero, la capacità di capire in anticipo dove serve essere presenti.

112
0
stampa articolo Scarica pdf

UnfoldingRoma ha incontrato Vincenzo Cerracchio, giornalista e Presidente del Consiglio Territoriale di disciplina dell’Ordine dei giornalisti del Lazio. Nella sua carriera si è occupato di cronaca e sport per “Il Tempo”, prima di passare a “Il Messaggero”, dove si è trasferito nel 1989 fino ad arrivare alla carica di responsabile del Servizio Sport dal 2009 al 2013. 

Come nasce la sua passione per il giornalismo?

Sui banchi del liceo, come credo la maggior parte di chi ha potuto poi fare questa professione. Quando i voti migliori li prendi nei temi e magari il professore d’italiano ti dice che hai il dono della sintesi…

Chi per primo ha creduto in lei?

Sicuramente Gianni Letta, allora Direttore de “Il Tempo”. Lui mi ha dato la chance di entrare nel 1981 al giornale per le sostituzioni estive. Di lì all’assunzione è passato un anno, tutto sommato non tantissimo, e credo che abbiano influito le “buone parole” dei miei capiservizio. Io mi sono sempre impegnato al massimo.

Cosa ha provato entrando nelle Redazioni di grandi giornali romani come "Il Tempo" e "Il Messaggero"?

Non credo sia comprensibile da chi non ha la nostra passione. Una scarica di adrenalina che si protrae nel tempo: col primo titolo, il primo pezzetto di poche righe, il primo articolo vero, la prima sigla, la prima firma, la prima intervista, il primo articolo di apertura pagina, il primo articolo in prima pagina… Il giornalismo è un’asticella che si alza di continuo. Al “Tempo” ho imparato il mestiere (e negli anni ’80 il Tempo era ancora un quotidiano da 100-200mila copie vendute), al “Messaggero” l’ho per forza di cose perfezionato.

Come è stato vivere cinque Olimpiadi?

Le asticelle di cui parlavo: la prima si vive quasi in apnea, è “troppo” quello che ti accade intorno e che devi raccontare. Da Atlanta, la prima, a Pechino, l’ultima, è cambiata la consapevolezza, la velocità di pensiero, la capacità di capire in anticipo dove serve essere presenti. A quella di Torino ho scoperto invece la bellezza e la fatica di molti sport invernali sconosciuti ai più perché passano poco in televisione. Cinque esperienze una più fantastica dell’altra. Se dovessi scegliere tornerei a quella di Sydney, anche se per il fuso orario scrivevo a notte fonda fino alle 5 del mattino… 

Le nuove tecnologie hanno modificato il lavoro di giornalista?

Moltissimo! E come tutte le tecnologie hanno portato enormi vantaggi in termini di tempo e un bel po’ di romanticismo in meno.

Quanto è stato gratificante formare nuovi aspiranti?

A me piace tanto lavorare con i giovani che hanno voglia di arrivare attraverso la strada dell’apprendimento: sono sempre pronto a rivelare e condividere segreti e “ferri del mestiere”. Ma chi a vent’anni si sente Montanelli non fa per me, non ci perdo tempo.

Consiglierebbe, oggi, ad un giovane di intraprendere questa avventura?

No. E lo dico a malincuore. Quando ho iniziato io era ancora una professione interessante e da cui potevi aspettarti anche una gratificazione economica. Oggi arrivano in un giornale o in tv solo gli iper (ma iper davvero) raccomandati. E lasciatemi dire che si vede. E’ deprimente vedere tanti ragazzi meritevoli rinunciare dopo averle invano tentate tutte…

La storia più bella e quella più brutta che le è capitato di raccontare?

Sono sempre episodi di cronaca. Perché lo sport invece, come dice qualcuno, è la più importante tra le cose meno importanti. La cronaca è vita e morte, in particolare quella di una città come Roma. La storia più bella che mi viene in mente è stata convincere una donna disperata a non gettarsi dalla finestra di un palazzo: le ho promesso che avrei raccontato la sua vicenda sul giornale ed è finita bene. Brutta è qualsiasi storia di sangue, bruttissima diventa quando è il giornalista a dover dare la notizia ai parenti: a me è capitato molte volte e ancora mi pesa il solo ricordo.

La vita da scrittore è appagante come quella da giornalista?

Per me sì. Finché potrò scrivere sarò professionalmente realizzato. Mi manca il “campo” ovviamente ma inventare un romanzo e farlo filare è una sfida che mi ha sempre affascinato.

Prossimi impegni in programma?

Dopo “Uno sparo nel buio” che è considerato un noir storico, sto finendo un giallo con tutti i crismi sempre ambientato negli anni ’20. Ho studiato talmente tanto quell’epoca che ha finito per affascinarmi. E i personaggi ormai mi sembra di vederli vivere.

Stefano Boccia

© Riproduzione riservata