Danila Barbara

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Approcciarsi alla criminologia | Le riflessioni di Danila Barbara

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Lo studio come impegno, la ricerca come sfida, l’attenzione per il sociale”

Danila Barbara è nata a Napoli nel 1965 e vive a Roma fin dall’adolescenza che la vede osservatrice attenta, critica, ma ancora inconsapevole degli ambienti in cui è inserita. All’età di 21 anni un evento particolarmente avverso le ha imposto rigidi cambiamenti che, se da un lato, le hanno impedito un normale svolgimento di vita, dall’altro, le hanno fatto scoprire l’adattabilità dell’essere umano anche di fronte a situazioni particolarmente stressanti. A 32 anni si è rimessa in gioco promettendo a se stessa di trasformare quelle avversità in obiettivi concreti. Lo studio del diritto diviene la prima terapia e si laurea con lode in Istituzioni di diritto e procedura penale alla facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza, ove resta quale collaboratrice esterna alla cattedra per circa due anni. Ma lo studio del diritto penale non poteva prescindere da quello della condotta umana e sceglie un Master di in Psicologia investigativa, giudiziaria e penitenziaria e da lì una serie di corsi di formazione atti a conseguire competenze in ambito criminologico. Ha pubblicato nel 2008, assieme ad un collega, La Lezione Aula XI, un libro sul primo dei suoi professori di diritto penale, Francesco Tritto, che era stato assistente di Aldo Moro, e che scomparso prematuramente le ha affidato la sua biblioteca; nel 2010 ha pubblicato con pseudonimo un altro testo e nel 2018 ha offerto un contributo al libro All’ombra di Caino. Ha pubblicato un articolo con la Dott.ssa Annalisa Barbier suwww.lospecialegiornale.it riguardante la violenza di genere ed il Violentómetro ed un altro su Argomenti di criminalistica del Dott. A. Palmegiani. Dedica il suo tempo principalmente allo studio, alla ricerca di buoni progetti gestendo al meglio le terapie che le consentono di impegnarsi nei primi due. Ha esperienze lavorative svolte in ambito amministrativo parastatale, privato, universitario e associazionistico.

Ha scelto una professione delicata e complessa, quella della criminologa. In cosa consta il percorso per diventarlo? Chiedo soprattutto in termini di formazione.

Innanzitutto va specificato che, tutt’oggi, in Italia quella del criminologo non è una professione bensì una competenza che si acquisisce tramite una formazione che può partire da studi giuridici, psicologici, scientifico-investigativi, ecc. Da più parti si chiede di normare tale percorso per arrivare ad una certificazione che metta un po’ di ordine su questa delicata e affascinante materia. Personalmente, preferisco sempre definirmi una studiosa di criminologia che si dedica alla ricerca indipendente. Il mio percorso parte da una laurea in Istituzioni di diritto e procedura penale alla facoltà di Scienze Politiche, poi un Master di II livello in Psicologia investigativa, giudiziaria e penitenziaria, un corso in Scienze forensi e numerosi corsi teorico-pratici su temi specifici come Testimonianze e tecniche di interrogatorio, Crimini seriali, Devianza minorile, Indagini e crimini, Serial killer, Scomparsi, Stalking e Femminicidio, Criminal profiling, solo per citarne alcuni. Ho sentito però l’esigenza di colmare alcuni aspetti che ritengo necessari per affrontare nella maniera più completa gli oggetti dei miei studi e, di conseguenza, sto conseguendo anche la laurea in Scienze e tecniche psicologiche, percorso che terminerò a fine anno per poi continuare con la psicologia giuridica. In breve, dedico la mia vita allo studio e a restituire alla comunità progetti che ritengo particolarmente validi come attualmente quello del Violentómetro.


Come è nata la sua vocazione?

Quella allo studio da quando ho compreso lo stretto nesso tra la conoscenza e la libertà, nonché la funzione terapeutica che ha avuto e tutt’ora ha nella mia vita. Verso questa materia direi fisiologicamente, non certo per caso, e sicuramente per tappe che incrociavano il percorso diretto e indiretto delle mie esperienze.


Cosa l'affascina e cosa la spaventa di questo ruolo? Quali sono le competenze necessarie per espletarlo?

Spaventare direi nulla, piuttosto avverto sempre una grande responsabilità quando decido di condividere risultati, osservazioni, proposte sia in forma di articoli che di interventi orali o di contributi in senso più generale.


Commettere un reato non si lega unicamente alla biologia o alla psicologia. Quali sono i fattori sociali-culturali-economici che possono portare un soggetto a delinquere?

Se si potessero ridurre a schema quelli che sono i fattori legati all’ambiente socio-culturale-economico, rimossi quelli e in assenza di altre cause si annullerebbero, o quasi, i reati. Così però non è anche se per alcuni tipi di reato ciò che si apprende in ambienti che rispondono a regole, valori e comportamenti violenti e antisociali rappresenta una concausa importante. Ma nella sua domanda è come se il reato si esprimesse solo in una modalità. Corruzione e concussione, ad esempio, vengono molto spesso agiti da chi socialmente, culturalmente ed economicamente non presenta particolari criticità ma non per questo sono da ritenere meno pericolosi.


Esistono disturbi psichici particolarmente associati all’aggressività e al crimine?

Il Disturbo antisociale di personalità, pur assumendo nell’espressione del comportamento varie forme, si caratterizza per disprezzo, inosservanza e violazione dei diritti delle altre persone, delle norme legali e sociali, per impulsività e irresponsabilità ed è senza dubbio associato a condotte di tipo antigiuridico spesso violente. Questo disturbo va diagnosticato secondo i criteri dettati dal manuale diagnostico e va distinto dai tratti antisociali. Altri disturbi che invece si esprimono con deliri e allucinazioni possono anch’essi sfociare in violenza ma va ricordato che esprimere la violenza commettendo abusi e reati di varia natura, riguarda sia i soggetti mentalmente sani che quelli affetti da disturbi di natura psichica. Direi che è una necessità umana, quindi sociale, quella di cercare conforto nel catalogare i soggetti che commettono reati particolarmente esecrabili riconducendo le loro azioni a un disturbo di natura psichica: a volte è così, a volte proprio no.


Ci sono fattori predittivi nelle cause della delinquenza? Per esempio, dinamiche disfunzionali nella famiglia di origine?

Anche su questo punto va detto che se tutte le famiglie ove sono presenti dinamiche disfunzionali generassero soggetti che delinquono saremmo davvero di fronte a statistiche imbarazzanti. Certamente tra le concause la crescita in un ambiente familiare fortemente disfunzionale contribuisce a formare personalità più vulnerabili ma non è causa sufficiente né necessaria.


I mass media. È lecito pensare che contribuiscano ad alimentare lo stigma verso le persone affette da psicopatologie? Come si potrebbe arginare questa problematica?

Da sempre parlare apertamente della malattia mentale rappresenta un tabù. Molti sono i temi di carattere medico affrontato dai media ma vedere in onda programmi che riguardano la salute in tal senso è rarissimo ed è questo che alimenta lo stigma e l’isolamento sia verso soggetti che ne sono affetti, a vario titolo e grado, che verso le famiglie in cui sono inseriti. Di contro, persiste la cattiva abitudine di attribuire a qualcuno in senso offensivo e squalificante termini quali “bipolare”, “schizofrenico”, etc., impedendo anche a coloro che ne soffrono realmente di parlarne e di confrontarsi apertamente.


L'idea che non si possa addivinare alla verità ha a che vedere con il modo in cui i canali mediatici trattano i casi giudiziari?

Addivenire alla verità, e ancor prima cos’è la verità, è da sempre “la questione” su cui si interroga l’essere umano. In Tribunale quella che emerge è la verità processuale che non sempre coincide con la verità del fatto di reato. A volte i media aiutano, a volte riducono o spingono alla percezione di una delle verità possibili ma si può far a meno dei media o imporre loro quali temi trattare? Direi di no, occorre tuttavia tener presente che rispetto al passato oggi essi rispondono al mercato in termini di audience, che poi si traduce in denaro da parte della pubblicità, e se il crimine intriga ed è seguito allora al fianco dei tanti dibattiti sul calcio ecco produrre altrettanti programmi sul lato buio dell’animo umano, alcuni costruiti più seriamente altri meno.


Restiamo sui luoghi comuni. Immagino si scontrerà spesso con letture riduttive della realtà. Si trova in difficoltà a chiarire le posizioni che scientemente assume?

Per combattere stereotipi e pregiudizi occorre serenità innanzitutto. Amo le occasioni in cui questa lotta si esplica nelle scuole, ad esempio quando mi capita di affrontare la tematica della violenza di genere che è intrisa di luoghi comuni ed ascoltare le riflessioni degli studenti che offrono a loro volta altri spunti per migliorare la comunicazione e di conseguenza il dibattito.


Perché taluni individui diventano assassini seriali? Esistono protocolli terapeutici in grado di riabilitarli?

Se si potesse rispondere in modo scientificamente esaustivo alla prima, la seconda domanda ne offrirebbe una conseguente risposta fondata e, principalmente efficace.


Crede che denunciare episodi di lieve entità possa costituire una misura preventiva prima che si manifestino episodi più gravi? Mi riferisco soprattutto allo stalking, alla violenza domestica e a quella di genere, senza dimenticare il bullismo.

Da cos’è data la lieve entità nello stalking, nella violenza domestica e di genere, nel bullismo? Una querela non è generalmente la prima scelta di chi subisce uno dei suddetti comportamenti per cui quando si arriva a sporgerla di lieve vi è poco. Quindi sì sono favorevole a denunciare fatti che poi ci restituiscono quella che è la fotografia sociale del periodo preso in considerazione. Non a caso alcune fattispecie di reato vengono definiti reati spia o sentinella.


Nei suo trattati sul tema, Fromm sostiene che Hitler era fondamentalmente un sadico con smanie di controllo compensatorie. Conviene con questa posizione?

Credo che tutti i grandi studiosi della psiche avrebbero voluto redarre una perizia psichiatrica su Hitler ma in assenza del colloquio con il soggetto e di specifici test diagnostici si sa che ciò non è possibile. Ci si può approssimare ma con quale valore scientifico se non il punto di vista, importantissimo per lo studio, di illustri psicoanalisti e psichiatri? Mi spingo oltre, se si potesse fare una diagnosi bypassando il soggetto e se ciò fosse valido scientificamente allora osservando semplicemente le azioni di molti uomini di potere attuali, in tutto il mondo, gli scienziati sarebbero chiamati ad un’operazione dalla portata storica cioè dichiarare pericolosi per la società, in quanto fortemente disturbati, tutta una serie di soggetti che invece vediamo ossequiati e rispettati se non ammirati e… Mi fermo qui.


Ha parlato in un convegno presso la galleria Spaziocima, si è trovata a tuo agio? Eravate tutte donne, e gli argomenti trattati sono stati recepiti dal pubblico presente...

Sì, lo scorso 8 Marzo in occasione della Giornata Internazionale della donna, ho avuto occasione di presentare, anche presso SpazioCima, il Violentómetro quale strumento per incrementare l’autoconsapevolezza di tutti quei comportamenti che indicano la presenza di violenza, da quella psicologica a quella fisica, nell’ambito delle relazioni. Tengo particolarmente alla diffusione di questo strumento messicano che ho adattato per l’Italia, tant’è che ho voluto finanziarlo fin da quando ne sono venuta a conoscenza e dopo averlo studiato per un ulteriore anno. A Spazio ci si trova a proprio agio perché Roberta Cima, che è anche un’amica, riesce sempre a organizzare eventi che vanno dalle mostre di artisti a dibattiti su libri e temi di attualità, come è accaduto appunto lo scorso 8 Marzo, unendo persone apparentemente diverse e con interessi diversi ma che hanno in comune tutte la voglia del confronto da cui ci si arricchisce sempre.


Le danno fastidio gli attacchi di donne (Rita Pavone, Maria Giovanna Maglie) verso la piccola Greta, la ragazzina che si batte per il clima?

Immagino si riferisca a queste due esternazioni: “Greta Thunberg? Se non fosse malata l’avrei messa sotto con la macchina” e “Mi mette a disagio, sembra un personaggio da film horror”.

Al di là di chi ha affermato cosa e anche se siano provenienti dal genere femminile o meno, separerei nettamente le due affermazioni. Partirei dalla seconda che credo si possa spiegare con l’umano disagio di chi, non conoscendo le caratteristiche della Sindrome di Asperger, non “riconosce” quei segni comunicativi che passano, oltre che attraverso il linguaggio verbale, anche attraverso l’espressività di chi comunica il contenuto del messaggio che offre. So che chi l’ha pronunciata in seguito si è scusata ammettendo di aver dato un giudizio senza conoscere la sindrome di cui soffre questa giovane ragazza, che ha il merito di aver smosso le coscenze su un problema che ci riguarda tutti. E se ciò è stato possibile per la peculiarità della sua sindrome poco importa, l’unica preoccupazione è proprio verso di lei che potrebbe essere chiamata a sostenere un dibattito al posto di un monologo, cosa che dovrebbe causarle difficoltà, o che potrebbe modificare l’oggetto delle sue attenzioni rivolgendole ad altro tema “deludendo” in futuro i suoi variegati sostenitori. Perdonabile quindi la seconda seppur infelice affermazione.

Riguardo la prima, invece, la ritengo ben più grave e volendo andare al di là della persona a cui è rivolta, non mi lascia indifferente la scelta del modo e del mezzo che avrebbe utilizzato se l’oggetto del suo fastidio “fosse stata sana”, quindi della stessa dignità umana secondo chi ha prodotto questo pensiero ancor prima che come frase. Ma considerandola evidentemente di serie b, altro da lei stessa, allora quella fantasia di morte poteva venir meno. Interessante… Non perdonabile però.


Ha altri progetti per il futuro?

Sì ne ho, i progetti sono importanti ma occorre sempre valutare le risorse fisiche, mentali, economiche di cui si dispone nel preciso momento in cui ci si predispone verso un nuovo obiettivo.


Cosa consiglierebbe a chi intende intraprendere questa carriera?

Consiglierei di partire dallo studio della psicologia per poi integrarlo con la criminologia in senso stretto ma, prima ancora, credo serva un’osservazione attenta sia di tutte le formazioni sociali in cui si è inseriti sia, principalmente, una profonda conoscenza di sé stessi, delle proprie fragilità, dei limiti e delle risorse cognitive ed emotive quale bagaglio imprescindibile.

Grazie mille

Grazie a lei Chiara.

Chiara Zanetti

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