Crocifisso Dentello

Crocifisso Dentello

Crocifisso Dentello, scrittore contemporaneo

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Crocifisso Dentello nasce a Desio nel 1978. Scrittore autodidatta, suscita l'attenzione nonché l'ammirazione di molti lettori ed addetti ai lavori tramite un'intensa attività su Facebook. Tra questi, Elisabetta Sgarbi, la quale lo convoca per la Nave di Teseo offrendogli la possibilità di adoperarsi per la stesura del suo secondo romanzo, “La vita sconosciuta”, uscito nel febbraio del '17 per la collana “Oceani”. Il suo primo lavoro, “Finché dura la colpa” (Gaffi), invece, risale al 2015. L'autore è ad ora impegnato con la sua terza prova letteraria, che sarà sempre edita da La nave di Teseo.

Caro Crocisso, intanto, grazie per il tuo tempo e la disponibilità ad essere nostro ospite.

La tua cultura è immensamente ricca, oserei dire sconfinata. Anzi, forse sei la personificazione della possibilità di farsi un bagaglio importante individualmente, grazie all'interesse e alla dedizione. Com'è nata la passione per la letteratura, il cinema, la musica, la storia e il costume nazionale? Raccontaci proprio degli esordi, in cui ti immagino assorto nella lettura e nella fruizione di tutto ciò che è culturale.

Non esageriamo. Magari potessi vantare una cultura enciclopedica! La verità è che se ho passato la vita a leggere libri (così come a guardare film o ascoltare dischi) è perché sin da bambino ho avuto e ho tuttora una patologica incapacità di intrattenere relazioni sociali. Per evitare di essere annientato dalla solitudine e per scandire un tempo altrimenti dilatato e vuoto ho ripiegato sulla cultura.


Quando hai sentito accendersi la spia dell'ispirazione letteraria? Come hai reagito?

La voglia di scrivere è nata nel momento in cui si è consolidata la passione per la lettura. E' inevitabile la voglia di raccontare e raccontarsi quando la fascinazione per le parole scritte diventa una malattia. Dapprima ho esitato perché mi reputavo troppo inferiore rispetto ai modelli venerati. Poi ho compreso che, sebbene non toccato dal genio, scrivere era un modo per tenermi compagnia e lasciare una mia piccolissima traccia nel mondo.


Emergere grazie al talento - in un modo davvero sconvolgente - su una piattaforma social, nello specifico, Facebook. Uno storytelling che dura da anni, segnato da moltissimi successi e allo stesso tempo irto di non poche difficoltà. Come ti ci sei approcciato? Quando hai avuto i primi riscontri importanti? E, restando in tema social, qual è il tuo rapporto con queste realtà “virtuali”? Virgoletto volutamente l'aggettivo perché credo abbiano un rapporto estremamente denso con il reale.

I social network sono stati la mia fortuna. Chi mai poteva accorgersi dell'esistenza di un ragazzo autodidatta e misantropo, perennemente recluso nella sua stanzetta di periferia? La condivisione virtuale mi ha consentito di mescolarmi con le vite degli altri, di generare e alimentare un confronto altrimenti impossibile. Con generosa impudicizia ho buttato dentro facebook tutta la mia formazione culturale e i miei drammi privati. Quei pochi o tanti che hanno raccolto e custodito una parte di me, anche solo attraverso lo schermo di un computer, hanno inciso eccome nella mia realtà quotidiana.

Il tuo stile è inconfondibile e caleidoscopico, a un tempo ricercato ma anche molto comunicativo. Sembra quasi frutto di uno studio di retorica, nell'accezione positiva del termine, che rimanda alle arti antiche. Come lo hai forgiato?

Mi esprimo e scrivo in uno stile che si potrebbe dire poco contemporaneo perché ho sempre fuggito gli imperativi della mia generazione. Laddove c'era la novità editoriale americana, io inseguivo Fenoglio, laddove c'era il blockbuster con gli effetti speciali, io ero alle prese con il cinema russo, laddove c'era il concerto della boyband, io consumavo i vinili di Battisti. Se questa mia “retorica” è utile per non disperdere la memoria di un patrimonio ahimè dimenticato e ignorato, allora me ne rallegro.

Come riesci a dare vita ad impalcature teoriche con tesi e dimostrazioni così solide? Per me questo è un tuo fiore all'occhiello.

Non so se io abbia una solida logica argomentativa ma se è questa l'impressione che se ne ricava, direi che non dipende dal mio acume o da una mia particolare forma di intelligenza (che non possiedo affatto). Credo di apparire stringente perché ogni mia idea nasce sempre da una sofferta consapevole elaborazione. Nessuna suggestione occasionale, nessuna opinione all'impronta un tanto al chilo. Giusto o sbagliato che sia, ho un universo valoriale dal quale discendono convinzioni radicate e profonde.

Come sei messo in quanto a capacità mnemonica? Ricordare è una fatica o un processo naturale?

Ho il dono di una buona memoria ma non basta. Ci vuole allenamento per mantenerla e tonificarla, esattamente come facciamo con il nostro corpo. Ho un piccolo segreto al riguardo: possiedo diversi taccuini dove negli anni ho annotato dati, notizie, impressioni di lettura, ritagli di giornale, brani di libri. Consultarli è per me un prezioso aiuto a ricordare.

Questa domanda si ricollega alla precedente. La storia, ed in particolare gli anni di piombo, sono parte integrante della tua narrativa, almeno in “La vita sconosciuta”. Ci hai messo molto a ricostruire tale ambientazione?

Nelle mie intenzioni “La vita sconosciuta” non voleva certo essere un romanzo di fedele attenta ricostruzione storica degli anni di piombo. Quel periodo buio della nostra storia nazionale doveva essere appena accennato, fare da sfondo a un passato comune dei miei protagonisti. Volevo farne giusto sentire l'eco. In effetti durante la stesura non ho consultato testi. Mi sono affidato alla mia memoria, alle mie letture pregresse sugli anni Settanta. Appunto per evocare la stagione del terrorismo e non raccontarla nei dettagli.

La metropoli meneghina. Forse, la vivi in un rapporto di amore e odio in stile catulliano. Cosa ti piace del vivere in questa città e cosa, invece, non sopporti affatto?

Io odio Milano ma di un odio feroce e implacabile. Mi ripugna tutto: ritmi di vita, organizzazione del lavoro, mondanità sociale. Ma è questo odio che mi tiene avvinto alla città, che non mi consente di lasciarla. Chissà, forse è solo una forma avariata di amore.

La scrittura è per me l'esito di una spinta interiore, quasi metafisica, in opposizione al dato materiale, per sua natura destinato ad abortire. Cogli il senso di questa asserzione? Convieni con me? Dacci ora una motivazione per tutte alla domanda: “Perchè scrivere?”

Io scrivo perché ho una disperata paura della morte. Mi illudo che scrivere serva a rendere meno doloroso il momento in cui mi toccherà lasciare questo mondo. Scrivere per me è restare presente da qualche parte anche dopo la mia assenza.


I tuoi autori di riferimento?

I miei autori di riferimento sono innumerevoli. Ne cito solo uno, che forse li racchiude tutti: Kafka.

Sogni nel cassetto?

Prima di morire mi piacerebbe scrivere dirigere e interpretare un film.

Grazie

Chiara Zanetti

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