Rivive Il Glorioso Milan Con Sacchi Ed Evani A Modena

Rivive Il Glorioso Milan Con Sacchi Ed Evani A Modena

L'ex campione di Milan e Sampdoria ha presentato "Non chiamatemi Bubu" alla libreria Ubik di Modena

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Come un ritrovo di famiglia. Il Milan che ha aperto la strada a un nuovo calcio trent'anni fa, ha lasciato questo in eredità. Giocatori e tecnici che ancora mantengono i contatti come fossero ancora negli spogliatoi, sul campo, in panchina. E un'altra occasione di ritrovo è stata, alla libreria Ubik di Modena, la presentazione del libro di Alberigo Evani, ex centrocampista rossonero, "Non chiamatemi Bubu", liberamente ispirato al soprannome che sin dalle giovanili i compagni gli avevano affibbiato per via della sua zazzera oggi ingrigita. Insieme a lui, il suo mentore, Arrigo Sacchi. Decantando di bellezza e coraggio, di affiatamento e lavoro, tanto lavoro, i protagonisti sono stati affiancati anche da chi i muscoli di quei fenomeni li ha massaggiati tutti: Vincenzo Pincolini, preparatore atletico prima dei rossoneri e poi della nazionale a Usa '94. Spesso ribattezzato "l'uomo di Tokyo", Evani è stato molto più di questo. Rientra nel filone di campioni cresciuti in un calcio diverso, meno patinato, più genuino. "Sono sempre stato un timido. Ho sempre preferito fare, piuttosto che dire. Il libro in origine erano qualche pagina di diario, poi ha preso una forma diversa. Scriverlo e relazionarmi con gli altri per questo motivo, mi ha aiutato a uscire dalla mia eterna timidezza". L'uomo dei mondi lontani, "Chicco". Al Giappone infatti è legata una delle vittorie più celebri del Milan berlusconiano: il 17 dicembre 1989 i colombiani del Nacional Medellin mettono a dura prova i rossoneri. "Erano allenati da Maturana, un allenatore preparato che aveva capito tutto ciò che noi portavamo di nuovo nel calcio" dice Sacchi. "Fu come leggere un libro di Kafka". Poi al minuto centodiciannove, è Evani ad aprire la partita. Per un fallo plateale su Van Basten, al limite dell'area, viene concessa una punizione che il nostro batte al millimetro aggirando la barriera e superando lo showman Higuita, un portiere da avanspettacolo che spesso pagò care le sue esibizioni circensi tra i pali. "In aereo, al ritorno, il compianto Pazzagli (portiere di riserva, ndr) ci intervistò tutti. A me chiese: perché dopo il gol sei andato ad abbracciare il cofano della macchina?". Non andò così, ovviamente, ma Evani oltre alla Coppa Intercontinentale, la prima dei rossoneri a vent'anni dal successo precedente, vinse anche una macchina. La Toyota, sponsor della manifestazione, gli mise le chiavi in mano.

Poi il Mondiale del '94, quello a cui per parteciparvi dovette rinunciare al Milan. L'elevato turnover non permetteva a Chicco di mettersi in mostra e così emigrò, pur dispiaciuto, alla Sampdoria. Negli Stati Uniti ci arrivò, e calciò anche uno dei rigori contro il Brasile in finale, segnando. Sacchi delizia il pubblico con aneddoti e teoremi su bellezza e spettacolo, applicando in pieno la sua filosofia ancora una volta, di un calcio bello e volto a far divertire. Per lui che guardava prima la persona e poi il calciatore, Evani era quanto di meglio si potesse trovare. Vincenzo Pincolini racconta l'epopea con un piglio da guascone per nulla intimidito, e a fine presentazione si mette a conversare di pane e salame col pubblico, lui emiliano verace di Fidenza. Durante la chiacchierata invece, spiega cos'era da dentro quel gruppo di grandi uomini e calciatori: "Ci siamo ritrovati poco tempo fa per il funerale di Ginko Monti, il medico sociale. Era uno che faceva le risonanze con le mani. Ti guardava e sapeva già che infortunio avevi. In quella triste occasione, Italo Galbiati (che fu vice allenatore di Capello al Milan negli anni Novanta, ndr) mi disse: abbiamo vinto tanto, è vero... ma ci siamo soprattutto divertiti". Affiatamento e cervelli tutti sulla stessa lunghezza d'onda. Coesione in campo e fuori. 

"Berlusconi mi ha sempre detto: per farti tornare al Milan, basta una telefonata". Ma Evani non alzò mai la cornetta: "Non era nel mio stile, sono uno che pensa sempre che le chiamate le devono fare gli altri e tu non devi andare a cercare nessuno". Pincolini lo incalza: "Ma poi sei tornato al Milan, nelle giovanili, no?", "Sì. Ma non ho chiamato Berlusconi!".  Specchio di un uomo semplice e schivo, che a fine incontro non lesina sorrisi e autografi a chiunque. Il rispetto per il pubblico, che ha contrassegnato quell'epoca, è ancora parte integrante di chi ha vissuto quegli anni formidabili. E a guardare il Milan di oggi, non possono che salire solo rimpianti. Prima del firma copie, Sacchi ed Evani si perdono nel cellulare a guardare il gol di Gullit annullato a Madrid nel 1989, quando i rossoneri dominarono gli iberici ma ne uscì solo un pareggio per 1-1. "Quando arrivai, c'erano 30.000 abbonati. L'anno successivo, 60.000", chiosa Sacchi. Evidentemente il prodotto era gradito. Ed Evani ne fu uno dei pilastri. Ma non chiamatelo Bubu: quel soprannome proprio non gli piace.

Stefano Ravaglia 

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