Gianfranco Tisci

Gianfranco Tisci

Ogni progettista utilizza i suoi metodi più o meno ortodossi per progettare, ma dovrebbe sempre disegnare ispirandosi agli elementi tradizionali.Intervista di Benedetta Spazzoli

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Oggi Unfoldingroma torna a parlare di architettura e lo fa incontrando un giovane professionista che ha già (nonostante l’età per l’appunto) un curriculum di tutto rispetto.

Buongiorno caro Gianfranco, la prima domanda quella classica riguarda una tua breve presentazione per i nostri lettori.

Sono un giovane Architetto, libero professionista, che ha iniziato a lavorare già dal secondo anno di università facendo ristrutturazioni di appartamenti e negozi. Prima della Laurea ho collaborato con vari studi di architettura sia in ambito universitario che all’estero, in particolare, ho lavorato per un breve periodo negli Emirati Arabi . Durante la preparazione della tesi ho lavorato presso uno studio di architettura specializzato in progettazione di alberghi, anche quell’esperienza però volgeva al termine con la laurea per approdare nello studio del mio Professore , con il quale tutt’ora collaboro sia in ambito universitario che privato.

Lei è più architetto o designer?

Ritengo che definire la parola “design” sia molto complicato e qualsiasi artificio linguistico si possa utilizzare per farlo sia facilmente sconfessabile. Trovo invece più corretto, per poter rispondere alla domanda, chiarire che cosa sia più in generale la progettazione. Il progettista, attraverso l’utilizzo di uno o più strumenti della rappresentazione come: il disegno a mano, la realizzazione di modelli e oggi il disegno automatico, compie delle scelte e trasforma il pensiero in qualcosa che esiste. Queste scelte però, nel momento stesso in cui vengono rappresentate,sottostanno a determinate regole, una tra tutte è la scala di rappresentazione. Quest’ultima è luogo di cosa sarà, in relazione con l’uomo, la cosa progettata. “Dal cucchiaio alla città”, diceva Ernesto Rogers, l’approccio è lo stesso e aggiungo che è un percorso a scala decrescente. Quando progetto su grande scala arrivo sempre almeno ad immaginare i complementi di arredo e a volte a disegnarli.

Le piace disegnare più su di una linea di ispirazione tradizionale con inserimento di elementi ultramoderni?

Mi piace essere ispirato e rimescolare gli elementi di ogni genere che, per quel determinato progetto, risolvano la composizione.Ogni progettista utilizza i suoi metodi più o meno ortodossi per progettare, ma dovrebbe sempre disegnare ispirandosi agli elementi tradizionali. Io, per esempio, inserisco forme che richiamano stili completamente diversi anche dell’antichità ma è nella fase di sintesi e quindi di sottrazione che inizia la vera e propria progettazione. È chiaro che progettare un nuovo Partenone oggi sarebbe una truffa e un falso storico, ma domandiamoci quanto del costruito che ci circonda non provenga proprio dagli stessi stilemi.

Quando disegna, che mondo immagina?

È appunto l’immaginazione che ci permette di compiere un vero e proprio “viaggio” e il viaggio vive di uno stato d’animo, di un luogo e quindi di un mondo. Il mondo è natura e architettura, spazio naturale e spazio controllato, pensato, costruito e per l’appunto calibrato sulla scorta di ciò che (E’) l’uomo. Immagino quindi un mondo che sia percepibile e interpretabile, ergonomico, funzionale e quindi svelato nella sua bellezza.

Non le pare che il design oggi privilegi il dato estetico su quello ideologico?

Credo che l’ideologia, quando si parli di disegno e quindi di progetto in senso più ampio, sia qualcosa che crei dei limiti, quantomeno all’idea. L’idea, infatti, corre con la metafora e le prime forme che costituiscono il morfema raffigurano la visione di ciò che si vuole evocare, ma la metafora troppo riconoscibile perde di forza e ci troviamo davanti alla casa a forma di “scarpa” o ai grattacieli di Marina City a Chicago che richiamano la pannocchia. È quindi evidente che per me l’unico fine di progetto sia quello estetico, al contrario del progetto che funzioni soltanto, quello possiamo assimilarlo a una lavatrice.

Laura Boldrini, così come molti italiani poco appassionati di storia, aveva palesato l’idea (per fortuna il popolo italiano l’ha impedito con il risultato delle scorse elezioni) di radere al suolo tutti gli edifici, i monumenti e le opere pubbliche realizzate durante il ventennio dai fascisti: secondo lei le opere che rappresentato i totalitarismi e tramandano la “memoria” devono rimanere al loro posto oppure mortificati come voleva la ex “presidentessa” della camera?

La notizia, se vera, mi sembra folle. Radere al suolo gli edifici del ventennio fascista vorrebbe dire eliminare intere città. Il razionalismo italiano è stato ed è tutt’ora un vanto dell’architettura italiana in tutto il mondo. Suggerisco a chiunque di vivere quei progetti, visitarli e camminare in quegli spazi. In particolare, vi suggerisco di vedere i progetti e le ricostruzioni tridimensionali, essendo un progetto mai realizzato, della Casa del Fascio di Portuense – Monteverde di Giuseppe Terragni a Roma.

La tecnologia in questi anni dove è migliorata?

La tecnologia in architettura, come in tutti gli ambiti, vive di continue innovazioni che portano spesso a un risparmio in termini di tempo, in facilità di esecuzione e quindi a un risparmio economico notevole. In particolare negli ultimi anni la tendenza è stata quella dell’eco sostenibilità, sia attraverso l’utilizzo di sistemi “passivi”, come ad esempio la ventilazione naturale o la realizzazione di “serre” per captare il calore del sole, che sistemi “attivi” sempre più efficienti, come sonde geotermiche e altri sistemi di captazione.

A Milano il primo edificio di cemento stampato in 3d realizzato senza una goccia di sudore da un robot, debutta in piazza Beccaria durante l’ultima edizione della fiera del mobile: l’architettura grazie a questa tecnologia non ha più limiti?

La trovo un’idea interessante. Se non sbaglio ci sono voluti solo 14 giorni per la realizzazione e lo stesso architetto ideatore le suggerisce come soluzione alle emergenze abitative dovute alle calamità naturali. Ricordo anche un “robot”, sviluppato da alcuni ricercatori dell’università di Harvard, circa dieci anni fa, che riusciva a realizzare apparecchiature murarie di ogni genere da un disegno tridimensionale su pc. In quest’ottica il lavoro dell’uomo e del progettista acquisisce un ruolo ancora più importante che è quello di evitare la serializzazione; nell’architettura antica per esempio molto spesso erano le maestranze a pensare e progettare gli elementi dell’architettura, sarebbe comunque auspicabile in questo tipo di realizzazioni non perdere l’apporto dell’artigianato.

Da Hong Kong arrivano le «case-tubo» di calcestruzzo: quasi dieci metri quadrati; Un’idea interessante per promuovere un nuovo stile di vita, visto che in Italia non si fanno più figli e si ha un calo demografico evidente?

“…poeticamente abita l’uomo…” parola rubata dalla tarda poesia di Holderlin da Martin Heidegger. In pratica il concetto di abitare, per il filosofo tedesco diventa essenziale per il nostro esistere e per il nostro fare. Con questi presupposti non posso immaginare che un nuovo stile di vita si possa costituire in un tubo.

Piuttosto penso che sia necessario ripensare alla casa non come dormitorio ma come spazio della socialità che vive in stretto contatto con la vita del quartiere, dei luoghi e degli spazi pubblici qualificati per accogliere le persone.

Lei si trova d’accordo nel riqualificare a “factory creative” le vecchie caserme, depositi industriali, edifici abbandonati che rimangono alla mercé di sbandati e che trovano numerosi ostacoli burocratici per utilizzarli al meglio?

La mia tesi di laurea ha riguardato la rifunzionalizzazione della già “Caserma Zignani” a piazza Re di Roma. Non potevo fare altro, essendo una tesi di composizione architettonica, che immaginare la demolizione totale del complesso e quindi la realizzazione di un edificio stazione ex novo. Non nascondo che spesso, durante la progettazione, ho fatto i conti con un luogo di memoria storica e della resistenza eroica partigiana, ma in quel caso il progetto ha prevalso sul risanamento. Trovo interessanti invece alcuni interventi di riqualificazione, realizzati o solo pensati, come quelli dell’ex pastificio Pantanella, l’area di via di Pietralata, i vecchi stabilimenti della SNIA viscosa e in ultimo ma non meno importante il MAXXI e tutta l’area adiacente a via Guido Reni.

Ho trovato interessante questa notizia: Un insieme di testi teorici importanti e che erano fuori da tutti i cataloghi negli ultimi tempi stanno tornando negli scaffali delle librerie. É una scommessa importante che alcuni editori stanno portando avanti, e tra questi la Park Books ha finalmente ristampato l’edizione americana delle “Precisions” di Le Corbusier, che in italiano era stato pubblicato nel 1979, in una edizione di grande divulgazione e di poca cura grafica: Nei suoi studi e nella creatività del suo lavoro ,trarre ispirazione da testi di decenni fa può portare alla creazione di strutture innovative ?Quale testo dovrebbero leggere e studiare le nuove generazioni di architetti ?

Lo studio è la condizione alla base di ogni attività di progettazione e i testi del movimento moderno sono l’espressione di un periodo così proficuo dell’architettura che è necessario conoscerli approfonditamente. Il fatto che gli editori trovino il coraggio di ristampare alcune edizioni fuori catalogo, da la possibilità a tutti i lettori, anche quelli più pigri di avere un contatto con questi testi. Non mi sento di consigliare nessun libro in particolare ma piuttosto di conoscere bene la storia dell’architettura e penso che sia un percorso di studio e ricerca che debba accompagnare ogni buon architetto per tutta la vita.

I giovani architetti usciti dall’università hanno problematiche nel cercare un’occupazione in questo paese? Lei consiglia uno stage presso un’azienda italiana oppure subito di corsa all’estero per poi non tornare?

Si’, come in ogni professione le difficoltà sono molte e spesso il lavoro e l’immagine del professionista è svilita ma credo che ognuno debba ritagliarsi il proprio spazio, dalla vita lavorativa abitudinaria e ripetitiva per fare ricerca e concorsi. Andare all’estero può essere utile e costruttivo e fornire delle esperienze importanti nella propria crescita professionale, ma credo che non sia l’unica strada percorribile.

Benedetta Spazzoli

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