FREQUENCY A Rhinoceros Gallery

FREQUENCY A Rhinoceros Gallery

Un messaggio universale nelle installazioni di Sultan bin Fahad

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Fino al 10 dicembre Rhinoceros Gallery ospita Frequency, la prima personale del principe saudita Sultan bin Fahad a Roma.

L’esposizione è un messaggio universale, un vero e proprio viaggio alla ricerca di noi stessi e del Divino, un viaggio dove il contatto con gli elementi e i cinque sensi sono protagonisti, questo è FREQUENCY.

Sultan bin Fahad, principe saudita, dotato di grande spiritualità, ci spiega in collegamento da Los Angeles, dove ha studiato e vive, che ha scelto Roma, come “città santa” e simbolo dell’antichità, di memorie passate, imprescindibili in una ricerca artistica contemporanea, e, alla domanda di quali siano per lui le città sacre per eccellenza, risponde, senza ombra di dubbio, la Mecca e Medina.

Sei installazioni in sequenza, un vero e proprio percorso sensoriale, accompagnato da suoni, immagini, video e sensazioni olfattive tipiche della penisola saudita, l’artista con questa personale vuole raccontare temi legati alla spiritualità, Frequency è la vibrazione, la frequenza, appunto, con la quale ogni essere umano tenta di connettersi con il Divino.

Come dichiara Alda Fendi : “Sono convinta che Roma debba avere la capacità di rinnovarsi attingendo alla sua storia e al suo immenso patrimonio artistico, architettonico, culturale. Il futuro è la sperimentazione. Deve essere ispirato da ciò che è stato realizzato nel passato, da lì trarre la sua forza e il suo nutrimento.” Questa la chiave di lettura, l’interconnessione tra Rhinoceros Gallery e l’arte di Sultan bin Fahad.

Il percorso espositivo inizia con Confessional, un’installazione dove dal buio delle pareti spiccano tre divisori dorati, tre separatori di stanze sacre, i cui componenti provengono tutti dalla Mecca, tre “confessionali” (la confessione è una pratica che non esiste nella cultura islamica) come se l’artista avesse voluto creare una unione-divisione tra noi stessi e il Supremo, attraverso anche le immagini dei visori, che sono tutte manifestazioni gestuali alla ricerca di Dio.

Continuando troviamo Been there, dove la sacralità dello scritto riportato su quattro pietre archeologiche dialoga con una parete di vetro luminescente, dove le testimonianze altrui, di altri pellegrini, indicano la strada, lasciando un segno tangibile del loro passaggio, in una ricerca di spiritualità senza luogo e senza tempo.

Si passa poi a If stone could speak, installazione di forme varie in marmo, provenienti tutti dall’area sacra della Mecca, che sembra quasi uno skyline di un minareto sul quale viene proiettato un video, che rappresenta uomini e donne in preghiera, in una continua ricerca del proprio Dio, un percorso che, forse, non ha mai fine. La struttura utilizzata in alcune forme dell’installazione, a doppia volta, ricorda l’architettura gotica utilizzata nelle cattedrali, in un desiderio di Sultan bin Fahad di trovare connessione con le altre culture, mantenendole uniche e separate.

Si arriva poi a Possession, dov’è predominante il tema del contatto, volti e mani di pellegrini alla ricerca di un contatto divino, filmate dall’artista con un cellulare, in un luogo sacro della Medina, protetto da un divisorio.

Una ricerca spasmodica, vibrante, emozionante, che sfuma nei cinque pannelli… Come a voler rappresentare un immaginario tocco che tutti vorrebbero avere, con qualcosa di supremo, magari con la pietra sacra della Mecca.

Salendo al primo piano si arriva a The verse of the Trone, dove il verso prezioso e potente del Corano, proiettato nella parete finale, entra in contatto con le sei ciotole in sequenza, dove l’acqua diventa veicolare del potere delle parole ed elemento di purificazioni per tutti, per una ritrovata spiritualità.

La sublimazione è rappresentata dall’installazione finale White noise, il suono assordante del silenzio. In due camere immersive sospese, una miriade di suoni uniti, che quasi tendono ad annullarsi, né un suono vero e proprio né tantomeno un rumore, a rappresentare il boato di preghiere di milioni di pellegrini intorno alla pietra sacra della Mecca, accompagnata da immagini sfuocate, che sembrano riconnetterci con l’essenza vera dell’umanità.

Come dichiara l’artista: “La mia idea è quella di essere in un luogo di culto dove l’individuo si relaziona con i propri sentimenti. La dimensione del sentimento è strettamente intima, una dimensione nella quale ogni individuo si rapporta personalmente con le proprie sensazioni e con gli elementi dell’ambiente in cui si trova.

Non guardi e non senti quello che provano o fanno le altre persone, ma sei solo con te stesso, proprio nel momento in cui stai cercando la più grande sensazione di umanità e di appartenenza.

Frequency non è solo un’esposizione, è un viaggio in noi stessi, alla ricerca del nostro io e di quanto di più sacro possa essere al di sopra di ognuno di noi, una fusione di antico, storia, tradizione, e di contemporaneo che al meglio possono rappresentare la spiritualità del singolo, prescindendo dal credo religioso.

Articolo di Stefania Vaghi





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