A Quel Paese Di Rogelio López Cuenca Alla Real Academia De España

A Quel Paese Di Rogelio López Cuenca Alla Real Academia De España

La prima retrospettiva in Italia dell’artista Rogelio López Cuenca dal titolo “A quel Paese”, riapre in due differenti location della Capitale: la Real Academia de España e la Fondazione Baruchello.

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Finalmente ha riaperto al pubblico la prima retrospettiva in Italia dell’artista Rogelio López Cuenca dal titolo “A quel Paese” che vede coinvolte due differenti location della Capitale: la Real Academia de España e la Fondazione Baruchello oltre all’utilizzo di 250 dispositivi pubblicitari della città di Roma.

Artista spagnolo, di Malaga è stato borsista dell’Accademia di Spagna a Roma nel lontano 1995-1996, nasce come poeta e secondariamente come artista, e questo si evince in tutta la sua produzione artistica che gioca sui doppi sensi, sulla fonetica, sullo scarto di senso che permette la parola scritta e verbale.

La mostra A quel paese è una miscellanea di sedici opere tra pitture, installazioni, video, testi editoriali che illustrano alcune delle problematiche fondamentali e ricorrenti nella ricerca di López Cuenca, quali il viaggio, le politiche migratorie, la memoria storica, la speculazione urbana e la spettacolarizzazione della cultura in funzione del turismo, nel tentativo di sovvertire l’ordine costituito e aprire gli occhi sul “capitalismo delle immagini”.

Come sottolinea la curatrice, Anna Cestelli Guidi: “La sua ricerca forza i limiti delle narrazioni dominanti, i suoi interventi sono dispositivi di sabotaggio che ostacolano e tendono a scardinare il senso comune per smascherare le dinamiche che sottendono alle narrazioni egemoniche date per naturali, sia nell’ambito politico che socioculturale. La parola e il testo scritto sono elementi fondamentali del lavoro e del pensiero poetico di López Cuenca”.

Le opere, tutte di assoluto impatto visivo e cromatico, hanno, come sempre, una valenza politico-sociale non indifferente e neanche propriamente “velata”, che pervade tutta la produzione di Rogelio López Cuenca.

Ed ecco che allora un segnale stradale diventa l’opera “Icarus,” che fa bella mostra di sé sulla terrazza di San Pietro in Montorio, o l’enorme mappa digitale di “Què surja”, che colora un’intera parete esterna. Ma la graffiante ironia dell’artista si materializza in una delle opere che considero più iconica “Golden Visa”, 10 manifesti nei quali, utilizzando il format della campagna pubblicitaria, l’artista procede ad un “sabotaggio” mediatico nei confronti degli stereotipi visivi che ci vengono propinati dalla pubblicità, dai mezzi di comunicazione e dai sistemi bancari. Una vera e propria manipolazione in immagini e parole che è un focus sulle contraddizioni esistenti tra la realtà della migrazione e la sua rappresentazione mediatica. Golden Visa è stata oggetto ad aprile e maggio di una campagna di affissione pubblica d Roma, in collaborazione con il Comune, che sarà riproposta fino a metà giugno in molteplici quartieri della capitale.

Abbiamo avuto il piacere di scambiare un paio di battute con l’artista che era presente all’opening dello scorso marzo (la mostra poi, come tutte le attività culturali, è stata chiusa per le varie restrizioni dettate dai vari DPCM in vigore, ed ha riaperto ufficialmente lo scorso 27 aprile).

Che definizione darebbe alla sua arte?

"Sinceramente non ci ho mai pensato in questi termini. Penso che nel mio lavoro l’opera d’arte non sia il fine di un processo ma l’inizio di diversi processi, che non accadono nel mondo dell’arte stessa, ma nel quotidiano e nel sociale. Che devono e possono essere utilizzati nella società in maniera diversa. Mi piacerebbe che i miei lavori fossero considerati dei dispositivi, per offrire la possibilità di riflettere alle persone, una rivendicazione del carattere collettivo dell’arte. I miei lavori hanno una valenza “collettiva”, sociale, interpretano sempre fatti quotidiani e di cronaca.

La mia non è un’arte ermetica, direi, anzi, molto esplicita e molto leggibile. Le mie opere hanno tutte una molteplicità di livelli di interpretazione, puoi non vederci nulla, non leggerci nulla, dipende dalle persone, dal tempo di lettura e di attenzione che gli dedichi.

Perchè la scelta di più location e degli interventi di affissione in città?

E’ una caratteristica del mio lavoro da sempre, invadere gli spazi. Lo spazio pubblico è lo spazio d’interazione più collettivo e sociale, uno spazio più veloce e rapido, mentre lo spazio espositivo è uno spazio più riflessivo, con delle tempistiche più lente anche di interpretazione.

Con i giovani mi diverto ad organizzare workshop, soprattutto con gli studenti, per creare progetti collettivi che possano andare lontano, senza che sia necessaria la mia presenza."

La mostra è visitabile, nelle due differenti location fino al prossimo 13 giugno 2021.

Articolo di Stefania Vaghi

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