Antonio La Rosa E La Sua Metropolis 0.1 Alla Pavart

Antonio La Rosa E La Sua Metropolis 0.1 Alla Pavart

La prima personale a Roma del 2021 dell'eclettico artista Antonio La Rosa tra scultura e figurativo.

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Fino al prossimo 22 giugno, la Galleria Pavart a Monteverde Vecchio è letteralmente invasa da Metropolis 0.1 dell’istrionico artista Antonio La Rosa.

Agglomerati urbani, grattacieli, alveari umani multi color o a tinte naturali, scolpiti in ferro, legno, marmo e cemento armato; unica eccezione un elemento in materiale isolante, un focus sull’attualità, sul periodo d'isolamento che abbiamo vissuto in quest'ultimo folle anno.

Materiali rigidi che Antonio La Rosa forgia in figure sinuose e fluide in miniatura, che sembrano ondeggiare innanzi allo sguardo ammaliato dello spettatore.

Abbinate alle sculture anche tre opere pittoriche di grandi dimensioni, sempre dai colori vivaci, che sembrano essere una trasposizione su tela delle sculture esposte.

Lo spettatore diventa osservatore e spia curiosa delle vite inserite negli agglomerati di Metropolis 0.1, abbiamo voluto fare alcune domande ad Antonio La Rosa durante il vernissage, per meglio comprendere la spettacolarità della sua arte, così inusuale.

Antonio La Rosa, attore, scultore, scrittore e arti figurative, in quale figura artistica ti riconosci di più?

In tutte e in nessuna, nel senso che cambia di continuo, è sempre un work in progress, ognuna è una sfaccettatura del mio mondo espressivo, per raccontare dei pensieri e delle visioni. In questo momento quello che mi sta aiutando a farlo meglio è la scultura e la pittura.

Metropolis 0.1, sembra un concentrato abitativo di grandi metropoli, uomini imbrigliati in quattro mura che sembra molto calzante con il periodo pandemico. Sono state create durante la pandemia, hai pensato a questo creandole?

No sinceramente, ma c’è un pensiero che ci si avvicina molto. Le opere nascono anni addietro, come ricerca artistica sulla metropoli, sulla città. Per raccontare in qualche modo l’era moderna, più precisamente l’essere umano nell’era moderna che non vive più tanto in larghezza ma in altezza, in queste verticalità che io ho rappresentato. Dove ci sono matrioske di vita che contengono un sacco di persone, dove camminiamo ma non ci rendiamo conto di tutto quello che c’è al di là. Da questa consapevolezza è nata l’esigenza di crearle in miniatura, quasi da poterle visionare dall’alto, alcune in materiali di ferro colorate, altre in marmo e altri materiali. Alcune sono in polistirene, che è un materiale isolante, che si usa per isolare i palazzi dall’esterno, ed è connesso ad uno specchio, è l’idealizzazione dell’isolamento durante la pandemia. Dove pur vivendo in un agglomerato iper abitato, ognuno ha iniziato ad avere paura, a non uscire, paura di fare e di parlare con gli altri. Ci si è chiusi un po' in se stessi, stare soli e guardarsi allo specchio, ecco il senso. All’improvviso vedi la tua immagine nello specchio e il riflesso del quadro che hai dietro, quindi il disastro della pandemia potrebbe anche avere un risvolto positivo, ovvero trovare in questa disgrazia un “risvolto buono”. La pandemia è stato un amplificatore di ciò che siamo.

La tua creatività ne ha risentito durante il lockdown?

La mia creatività non si è mai fermata, anzi devo dire che ho lavorato anche di più rispetto ai miei standard, ho prodotto veramente tanto.

Rispetto a tutti i materiali che hai usato per le opere di questa personale, qual’è quello che prediligi e che ti caratterizza?

Quello che mi caratterizza di più è il ferro, è l’acciaio corten, con il quale sono un po' partito, con cui ho fatto un monumento e delle installazioni grandi, ma ultimamente mi sono trovato a lavorare con il cemento armato e con il marmo (quello della piccola installazione roteante che si chiama “Gabbie e vie di fuga”).

E’ la tua prima personale a Roma in questo 2021?

Si in questo 2021 si, la mia ultima personale a Roma risale al 2018 o addirittura al 2017, contando questo periodo di sosta forzato.

Anche l’arte durante il lockdown ha viaggiato online, il web rappresenta la nuova frontiera dell’arte contemporanea o l’arte va vissuta e gustata solo di persona, in presenza?

Non c’è una risposta unica, l’arte va goduta di persona, bisogna poter vedere, vivere una vera e propria esperienza. Il web e l’online possono aiutare, ma non possono assolutamente sostituire. A mio avviso possono amplificare la visibilità e l’opportunità di far incontrare più persone, ma l’esperienza che si vive di fronte ad un’opera, il toccarla, se possibile, o solo sfiorarla, vedere gli spessori, le profondità, non si può sostituire. Ogni mostra è concepita come un percorso, vedere quindi un’opera a se stante, su uno schermo è molto diverso che vederla dal vivo, non la si può interpretare!”

Una mostra assolutamente da non perdere, Metropolis 0.1 sarà visitabile fino al 22 giugno prossimo alla Galleria Pavart, dal lunedì al venerdì dalle ore 11 alle 18.

Articolo di Stefania Vaghi

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