E’ disponibile da ieri 3 febbraio su Prime Video, il nuovo film “Cassino in Ischia” del regista americano, ma italiano di origini, Frank Ciota, che ho già avuto l’onore e il piacere di intervistare.
Abbiamo incontrato una parte del cast italiano protagonista Miriam Candurro, Carlotta Natoli e Ugo Dighero, una terna vincente in maniera assoluta.
Nel lungometraggio Miriam Candurro è Titina Monti, giovane dal carattere deciso che si occupa di escursioni sull’isola di Ischia e che sarà protagonista anche del risvolto “romantico” della pellicola, ma non posso spoilerare altro; mentre Carlotta Natoli è Lorella Favuzzo la moglie di Fabrizio Favuzzo, intrepretato da Ugo Dighero, personaggio chiave di tutta la pellicola, regista non troppo fortunato che cerca il suo riscatto, fino al fatidico incontro con la star americana Nic Cassino (Dominic Purcell).
Un film ben fatto e ben orchestrato che mette l’accento sulla voglia di riscatto e sulla necessità di non abbandonare i propri sogni che, alla fine, sono il sale della vita!
Ho incontrato i tre straordinari attori italiani e ho deciso di fare un’intervista tutti insieme appassionatamente, che, in alcuni passaggi, è stata esilarante, così com’è la commedia dagli stessi interpretata.
Per tutti è stata la prima esperienza con un film internazionale, in lingua inglese, come vi siete trovati con il regista Frank Ciota e con Dominic Purcell, l’attore celebre per la serie tv Prison Break, quali sono state le difficoltà sul set e quali i pregi?
Carlotta Natoli: Io avevo lavorato con un regista canadese, ma in una produzione italiana, non internazionale. Noi, specialmente io e Ugo (Dighero), mi sento di poter parlare anche a suo nome, se inseriti nel cast di un film americano, chiediamo che sia un low low budget, lo chiediamo addirittura all’agenzia. Questo perché noi ci troviamo meglio a non sparare troppo alto, diamo il nostro meglio nel low budget. Quindi cosa voglio dire con questo? Noi abbiamo trovato una situazione molto familiare, molto affettuosa e un regista che ci ha parlato come nessuno mai (neanche gli italiani). Frank Ciota ci ha ringraziato, ci ha scritto mail, di una umanità, di una dolcezza, di un’attenzione, ci ha riempito di complimenti. Tanto che avevamo avuto il dubbio che lo facesse per incoraggiarci. Invece lui veramente era contentissimo di lavorare con noi, quindi questa sua apertura (e i nostri registi italiani lo dovrebbero imparare) ci ha in qualche maniera messo completamente a nostro agio. Al punto che siamo riusciti a creare relazioni tra di noi fortissime, un gruppo solidale, ci siamo divertiti mentre lavoravamo, insomma tutte quelle cose che dovrebbero succedere ma che, a volt, e non succedono. Tutto questo perché abbiamo avuto un regista dolcissimo che ci ha aiutato a rimanere “aperti” e a fare famiglia.
Ugo Dighero: Ma sicuramente una grande dote di Frank è l’apertura alle proposte, uno si fa un’idea della scena, del personaggio, propone, poi si corregge, lascia grande spazio alla creatività. E da questo punto di vista trovare un cast italiano così fervido di idee e di proposte lo ha divertito molto, per cui si è creata subito una bellissima atmosfera. Per quanto riguarda il fatto di recitare in inglese è curioso come l’attenzione verso la lingua, per me che ho un livello di inglese elementare, ti distrae da alcune preoccupazioni classiche dell’attore, che sono pieni di psicologismi, e, invece si è focalizzati sull’ascolto e su quello che ti accade intorno, per cui ha creato una strana attenzione dal punto di vista tecnico ed è stato molto interessante lavorare in questa condizione. Poi avevamo Stefano Pati il coach per l’inglese che era straordinario, ci ha dato una gran mano ed in un film del genere è importante.
Miriam Candurro: Per me è stato anche il primo provino in inglese. Frank Ciota (che ha definito Miriam, nella mia intervista una Lamborghini) è una persona meravigliosa e molto amorevole. Per me è stata un’esperienza senza lo stress, come diceva Carlotta, di essere in un progetto così grande, perché Frank non ci ha fatto sentire mai la pressione, e ti assicuro che c’era. Lui era bravissimo a fare da filtro tra noi, set e attori e tutto quello che succedeva alle sue spalle. Questa cosa è fondamentale sul set arrivavano solo buone vibrazioni, nonostante tante problematiche che questo film ha avuto, noi siamo riusciti ad avere un set dove si poteva stare in armonia. E questo è sicuramente merito di Frank, era lui che ci passava informazioni ed emozioni. A livello di esperienza, sono d’accordo con Ugo, recitare in un’altra lingua ti aiuta tantissimo. In realtà a me ha fatto un effetto particolare, nel senso che, quando recito in italiano io mi autocensuro, spesso, perché mi ascolto, sento quello che sto dicendo, le note, m’intono o viceversa, è tutta una questione di musicalità. Quando reciti in un’altra lingua ti senti come se fossi un’altra persona, come se dovessi cominciare da zero e questa cosa ti aiuta a sentirti totalmente libero nella recitazione e nell’espressione fisica. Le parole vanno in un verso e le espressioni e la fisicità va in un altro, per cui, devo ammettere, è stata un’esperienza meravigliosa. Noi abbiamo portato la nostra italianità sul set che, forse, era proprio quello che Frank voleva e cercava, in realtà, noi abbiamo incarnato i racconti che lui aveva sentito da ragazzino sull’Italia, sugli attori, sul cinema italiano, si è creato una piccola magia. E poi lavorare con Dominic Purcell, io avevo visto Prison Break, è stato emozionantissimo. L’idea che un attore così lontano, irraggiungibile, si trovava con me sul set e poi dargli un pugno, perché in una scena del film gli do un pugno sul braccio, facendogli male, vuoi mettere? Sono stata estremamente contenta.
Che cosa avete portato di voi stessi nel personaggio che interpretate e se, invece, il vostro personaggio, in qualche maniera, è riconducibile a voi?
Carlotta Natoli: Diciamo che quando interpreto una commedia, come in questo caso, metto sempre una certa caratteristica di controtempi. Ho aggiunto dei controtempi, ho aggiunto delle cose che ho anche io normalmente quando voglio spiazzare lo spettatore. Porto un controtempo che è mio ma che poteva essere anche del personaggio accelerandolo, una cosa che faccio spesso in commedia e funziona. Dipende sempre da chi mi sta a fianco, funzionava molto bene con Ugo sul set perché eravamo proprio una coppia, perché devi lavorare sui tempi. Quindi mi piaceva giocare con Ugo a questi tempi diversi sapendo che poi ci sarebbe stato un momento fondamentale per noi, in una scena, quando siamo a letto, dove esce la verità della coppia, il suo fondamento, la sua radice. Una scena brevissima in cui abbiamo dovuto mettere tutto, allora quello compendia. In quel frangente c’era molto dell’animo di Ugo e di Carlotta che abbiamo messo al servizio del film, fatta velocemente, doppiata, con difficoltà doppia. Anche li abbiamo portato un aspetto di verità, di profondità.
Ugo Dighero: Una cosa che adoro di Favuzzo è il suo entusiasmo e mi ricorda assolutamente i miei inizi quando ho scoperto questa professione, anche se nella mia famiglia il mestiere scorreva nelle vene, anche mio padre era attore. Un entusiasmo senza limiti, con una sola idea in testa. Invece sono completamente distante da Favuzzo per la sua sfrontatezza, lui è uno che con la sua faccia cornea prova qualsiasi strada, senza nessun tipo di timidezza. Io sono un genovesaccio chiuso, orso, guai ad andare a disturbare le persone a chiedere qualcosa. Mia moglie si lamenta perché se dobbiamo chiedere le indicazioni stradali io quasi mi vergogno. Da quel punto di vista non c’entro nulla, però è stato liberatorio, perché ho fatto delle cose che dal vivo non farei mai.
Miriam Candurro: Titina il mio personaggio ha molto di me, soprattutto nel credere che alcune cose assurde non possano succederti. Titina pensa figurati mai se Nic Cassino si innamora di me, a me spesso capita di pensare ma figurati se questa cosa mi può succedere mai, ma non per una questione di pessimismo, io sono molto realista. Una di queste era fare un film americano, sia io che Titina abbiamo vissuto il “sogno americano”, io nel fare il film e lei nel conquistare una star di Hollywood. Questo è stato molto divertente, questa sua ingenuità, questa sua capacità di sedurre senza farlo in maniera reale, lei non si spinge mai oltre i limiti, però è di una sincerità autentica che la porta ad arrivare al cuore di Nic. Questo farsi sorprendere dagli eventi è una caratteristica che abbiamo entrambe.
L’Isola di Ischia è un vero e proprio personaggio del film è il fulcro intorno al quale rotea tutto il film, che rapporto avete avuto con Ischia, nel bene e nel male?
Carlotta Natoli: Hai detto una cosa importantissima e bellissima e molto vera, che io ho detto spesso con la mia compagna Lucianna De Falco, anche lei interprete del film, che è ischitana e che mi ha fatto conoscere l’isola in lungo e in largo. Ischia è proprio un altro personaggio, Ischia è una presenza, personalmente io non avevo mai visto Ischia prima, però è stato bello che a 50 anni, si possa scoprire un posto così meraviglioso, ma è proprio un’isola sfaccettata che ha una propria personalità. A Ischia succedono delle cose, se tu ti metti in contatto con l’isola e l’accetti – anche se potresti non accettarla – l’isola ti parla, bofonchia perché è piena di tutti quei vapori, un vero e proprio bofonchio di Ischia, così lo chiamo. Ha qualcosa da dire, se tu ti sintonizzi. Io ho sentito molta magia in quel posto e ci sono tornata per il mio compleanno il 29 maggio.
Ugo Dighero: Ischia come dici tu è un altro personaggio, è curioso come tutte le piccole isole abbiano un fascino sorprendente, pur essendo collegate costantemente con il mondo, ma c’è qualcosa, l’isola di per sé sviluppa una sua magia, una sua alchimia. È molto selvaggia, con delle montagne altissime e questi paesaggi mozzafiato, creati da una natura potentissima. Anche il fatto di trovarsi in un luogo così speciale ci ha aiutato molto a costruire la storia e ad affrontare questa avventura con il cinema americano, è stato tutto particolare.
Miriam Candurro: Da un’isola non puoi andare via facilmente se c’è brutto tempo, questo è successo a noi nella prima fase della lavorazione del film, eravamo bloccati sull’sola, come se Ischia ci volesse un po’ per sé. Questo lo abbiamo vissuta da persone e da personaggi perché il caso ha voluto che coincidesse il momento in cui il tempo non era buona ad Ischia e il girare le scene nelle quali ci sentivamo imprigionati sull’isola, ognuno per i suoi motivi. Poi quando il meteo si è sistemato noi abbiamo raccontato il finale della storia. Ischia è stata una protagonista anche nello scegliere il clima adatto per farci raccontare questa storia, come se avesse proprio partecipato in qualche modo. Sicuramente si sente e si vede, questo film girato da un’altra parte avrebbe avuto un’altra magia.
Non vi resta altro che farvi rapire da Ischia e da questa commedia, non ve ne pentirete!
Photo credits: Elisabetta Paganelli
Stefania Vaghi
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