BRITANNICUS AL TEATRO PALLADIUM

Michele Suozzo, nella veste di regista, porta in scena un dramma altamente raffinato riuscendo a cogliere tutte le sfumature di un autore geniale come Jean Racine

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Dopo il successo di una prima edizione nel 2018, Michele Suozzo, come regista, ha riportato in scena al Teatro Palladium di Roma "Britannicus" un grande classico del drammaturgo e scrittore francese Jean Racine. Come dichiarato dallo stesso critico musicale, docente di storia della musica italiano e conduttore radiofonico della mitica trasmissione “La Barcaccia” su Radio3 Rai, “Realizzare il Britannicus è come un sogno che si avvera sia per l’amore che ho nei confronti del teatro francese sia per l’ammirazione per l’ autore che per le sue intuizioni psicologiche riesce ancora ad essere moderno nonostante la patina della sua epoca”.

E il pubblico del Palladium, ancora una volta, ha mostrato grande gradimento per lo spettacolo per niente intimorito da una tragedia in cinque atti che, rispettando il testo originale, è stata recitata interamente in francese. Del resto, anche se la scelta poteva apparire rischiosa secondo i canoni del teatro drammatico, è sembrata sicuramente la più appropriata considerato un testo in francese seicentesco che Recine ha saputo rendere armonioso con versi altamente musicali.

Di grande effetto l’opera dello scenografo Dario Dato che ha creato per l’occasione un ambiente che sia pur unico riusciva a proiettare lo spettatore attraverso le sale e i corridoi della reggia di Nerone dando movimento alla staticità. Intuizione geniale quella di sospendere dall’alto un’enorme statua di Medusa realizzata magistralmente dalla scultrice Paola Kaczko come elemento che sovrasta i protagonisti e sembra dirigerli verso il loro destino fatale.

In effetti, nell’impero romano la Medusa fu considerata un’alleata che poteva aiutare contro i nemici tanto che si era soliti raffigurarla sulle mura che circondavano la città e come ornamento sulle navi. Pertanto chi meglio di lei poteva essere la sentinella per salvaguardare l’insicuro Nerone dai suoi nemici? Allo stesso tempo la divinità con i serpenti al posto dei capelli è anche simbolo di rabbia e lotta femminile proprio come quella di Agrippina che dopo avere tramato per mettere sul trono suo figlio a scapito dell’erede naturale Britannico, si vede messa in disparte dal suo stesso sangue che non mostra riconoscenza. Ma rabbia e lotta è anche quella di Giuna che, rapita da Nerone, difende con ogni mezzo il suo amore per Britannico fino a rifugiarsi fra le Vestali pur di non cedere alla brama dell’imperatore. E la Medusa può essere considerata anche la proiezione delle nostre paure e dei nostri desideri proprio come il timore che hanno tutti i protagonisti del dramma di perdere il proprio potere o il desiderio di possederlo.

A completare degnamente la scenografia una rampa di scale con in cima un organo suonato, ad ogni finale di atto, da una dama in abiti seicenteschi (interpretata da Livia Mazzanti) come giusto richiamo all’epoca in cui fu scritto il dramma. Bravissimo Michele Suozzo a creare questo magico intervallo musicale che ha avuto il potere non di distogliere ma di accrescere il pathos del pubblico che alla fine è così preso che anche quelli che non hanno mai studiato il francese sembrano capire il significato dei testi a prescindere dai sopratitoli.

Un elogio va anche alla scelta degli attori impegnati nella non facile prova della recita in lingua originale. A cominciare da Fulvia de Thierry impegnata come Agrippine, Nick Russo in Néron, Enrico Lanza in Britannicus, Hannah Fried in Junie, Luciano Roffi in Burrhus, Guido Targetti in Narcisse, Maria Luisa Zaltron in Albine. I costumi, che per una scelta originale del regista, sono stati di epoca imperiale romana, portano la firma di Annalisa Di Piero mentre l’assistente alla scenografia e luci è stato Marco Guarrera.

                                                                            Rosario Schibeci

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