MICHELE SUOZZO DALLA BARCACCIA AL BRITANNICUS

MICHELE SUOZZO DALLA BARCACCIA AL BRITANNICUS

Il docente di Storia della Musica, collaboratore con importanti musicisti e cantanti, regista e conduttore della mitica trasmissione su Radio3 Rai racconta il suo amore per il teatro francese

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Qualsiasi cultore dell’Opera ma anche solo gli appassionati non possono prescindere dall’ascolto della trasmissione radiofonica La Barcaccia ideata da Paolo Donati nell'ottobre del 1988 su Radio3 Rai. Un successo costante e crescente negli anni grazie alla guida di Michele Suozzo che insieme a Enrico Stinchelli, ha il merito di divulgare e mantenere viva la grande musica adottando una forma di comunicazione contemporanea. Ma Suozzo non è solo conduttore ma sicuramente uno dei più grandi esperti del settore grazie a una carriera che oltre a vederlo docente di storia della musica presso importanti conservatori italiani, lo ha coinvolto sempre con importanti musicisti e cantanti e con il Centro Culturale Francese per l’organizzazione di diverse manifestazioni teatrali e musicali sempre ad alto riscontro di pubblico. In occasione della rappresentazione del suo “Britannicus” al teatro Palladium di Roma, conosciamo anche il Michele Suozzo regista che ci parla della sua passione per un autore francese come Jean Racine

Da cosa nasce l’idea di adottare un testo come il Britannicus di Jean Racine per molti versi ingiustamente tralasciato dal teatro italiano?

Ho cominciato la mia attività registica al teatro francese di Roma per cui questo mi ha impresso una certa vocazione e soprattutto mi ha fatto nascere il desiderio di realizzare un giorno il Britannicus considerato che la sede dell’Istituto francese a Roma è a Largo Toniolo proprio nel sito delle Terme di Nerone. Nel frattempo la collaborazione con il teatro francese si è allentata per cui ho propeso con altri lavori in italiano. Poi, finalmente nel 2018 si è presentata l’occasione di realizzare il mio sogno e ho potuto portare in scena al teatro Palladium il Britannicus. Visto il riscontro del pubblico, abbiamo deciso di riproporlo in una versione, speriamo, ancora migliorata.

C’è un personaggio del dramma a cui si sente più vicino e a cui l’attore che ha scelto ha saputo dare proprio quell’interpretazione da lei voluta?

Appare difficile parteggiare per un personaggio in particolare perché, come è caratteristica dell’autore, i buoni appaiono sempre un po' melensi mentre i cattivi sono splendidi. Recine è un po' come l’avvocato del diavolo perché ha fatto sempre spiegare ai malvagi le loro ragioni per cui non dico che questo trascina dalla loro parte ma li rende sicuramente più affascinanti perché ognuno ha le sue ragione da rivendicare. Riguardo all’interpretazione, il regista ha sempre uno scambio con l’attore per cui si costruisce con lui. Per il Britannicus mi è capitato di cambiare attori durante le prove e ci sono state ben tre diverse compagnie che fino ad ora hanno contribuito a realizzarlo. Infatti, la prima è stata per un lavoro per così dire domestico poi quando c’è stata la possibilità di realizzare tutta la tragedia, ho avuto una seconda compagnia per poi cambiarla ancora per la rappresentazione di quest’anno per l’indisponibilità di alcuni. Il bello è che con ciascun interprete si impara sempre qualcosa di nuovo e la conoscenza reciproca sicuramente arricchisce entrambi.

La scelta di fare recitare i suoi attori in francese è dovuta alla difficoltà di tradurre una forma seicentesca o alla necessità di preservare il testo originale e soprattutto l’armonia del verso?

Nessuna traduzione può rendere la bellezza di Racine perché con lui ti trovi di fronte alla meraviglia pura della poesia e della musicalità del verso. Per la scorsa edizione avevo adottato l’idea di fare dei prologhi all’inizio dei 5 atti per spiegare cosa accadeva in scena, ora invece ho optato per i sopratitoli per una soluzione più moderna. Il teatro Palladium fa parte dell’università di Roma 3 per cui è frequentato anche da molti studenti che hanno l’esigenza di capire e di imparare per cui ho preferito adottare la soluzione più didattica.

Non teme che il linguaggio originale dell’opera possa rendere lo spettacolo ancora più di nicchia adatto solo ad un determinato tipo di pubblico?

E’ un rischio che c’è soprattutto di questi tempi ma che ho voluto correre. Infondo, negli anni della mia formazione il teatro francese a Roma era di casa anche se ora si è perduto con la decadenza dello studio di questa lingua. Io, come sempre, vado controcorrente e getto dei semi con la speranza che si possano raccogliere dei frutti in futuro che fanno ritornare in auge questa forma teatrale. Infondo, mentre per l’opera è normale che venga proposta con la lingua del suo autore per il teatro drammatico è una scelta forte che però mi sono sentito di fare.

Lo spettacolo è caratterizzato da una scena unica che racchiude nella sua essenzialità sia l’epoca dei fatti che quella della sua prima rappresentazione riportando anche aspetti del contemporaneo. Ci racconta come è nata questa intuizione con lo sceneggiatore Dario Dato autore della stessa?

Con Dario Dato abbiamo collaborato in molte occasioni perché è uno scenografo semplicemente geniale. Abbiamo assecondato la regola del teatro classico francese che prevede l’unità del luogo così come quella di tempo e di azione per cui lo spazio neutro della reggia di Nerone è stato reso con un ambiente abbastanza astratto con questa bellissima testa di medusa che incombe come destino, come volontà di potere e di sangue che sovrasta i protagonisti. La scelta dei costumi di epoca romana, poi, è stata una scelta di originalità considerato che nelle versioni che sono state date precedentemente gli attori erano vestiti sempre con abiti barocchi. L’unica nota che abbiamo lasciato come riferimento all’epoca della prima rappresentazione è stata la presenza di un organo classico con la pianista in abito del 600.

Britannicus può essere considerato il dramma sulla conquista del potere fatta anche con intrighi politici. Crede che ci possa essere una certa attinenza con il periodo che stiamo vivendo? Può essere questa la forma che lo rende sempre attuale?

Assolutamente si, considerato anche che il teatro di Racine è nato in un contesto forte in uno Stato e in una corte potente con vocazioni delittuose, per cui le dinamiche sono le stesse, ovvero eterne. Poi io dico sempre che se Shakespeare è stato un filosofo Racine è stato uno psicanalista, infatti ci sono delle intuizioni psicologiche e la scoperta di angoli sconosciuti della mente di una modernità sconvolgente e questo rende l’autore attualissimo al di là della patina del linguaggio e degli aspetti più arcaici.

La trasmissione radiofonica “La Barcaccia”, che conduce insieme a Enrico Stinchelli, ha il merito di diffondere la musica lirica con nuove metodologie di ascolto che possono essere il confronto fra gli interpreti o anche l’analisi di una particolare aria. Cosa la rende più fiero del suo successo in continua crescita?

Io sono fiero di essere un divulgatore musicale e di questo mi sono sempre vantato e spero con i miei mezzi di essere anche divulgatore di questo tipo di teatro anche per la mia tendenza a remare sempre contro corrente. In 32 anni il mondo è molto cambiato ma in peggio per quello che riguarda l’opera che prima appariva più di frequente anche sui rotocalchi per i suoi protagonisti. Ora le occasioni sono sempre più rare e quindi lottiamo per rendere questo mondo fruibile a un pubblico anche non specialistico

L’opera è una cosa che si dovrebbe imparare già nella scuola dell’obbligo? Come pensa si possa invogliare i giovani ad amarla?

Questa è una lamentela che si sente da troppo tempo e si può dire che l’opera soffre della maledizione del primo ministro della pubblica istruzione che è stato De Sanctis che lasciò la musica al margine. Fortunatamente, ci sono queste anime belle che fanno molti tentativi nelle scuole e con loro mi sento fratello perché hanno il coraggio di portare l’amore per la musica fra gli studenti.

Attualmente è docente di Storia della Musica, collaboratore con importanti musicisti e cantanti, regista e conduttore. Qual è il ruolo che riveste più volentieri e che progetti ha per il futuro?

Il conservatorio, la trasmissione, hanno in comune la cosa più importante per me ovvero la comunicazione mentre il teatro è stato l’amore della mia vita sin da bambino. Quando c’è la musica come filo conduttore tutti i ruoli rivestono la stessa importanza e anche per il futuro cercherò di portarli avanti sempre con il massimo impegno e puntando sulla qualità.

Rosario Schibeci

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