Dentro Il Museo Ferrari, Tra Storia, Modernità E Tradizione

Saranno i simulatori, o i video celebrativi che vengono proiettati, ma al Museo Ferrari di Maranello si avverte sempre un rombo in sottofondo.

stampa articolo Scarica pdf

Saranno i simulatori, o i video celebrativi che vengono proiettati, ma al Museo Ferrari di Maranello si avverte sempre un rombo in sottofondo. Accompagna i visitatori che incedono lenti, tra le foto che celebrano centesima vittoria del cavallino in Formula Uno con Prost nel 1990 o l'ultimo Mondiale piloti vinto dalla scuderia, quello di Raikkonen nel 2007. Siamo qui in una domenica assolata, poco fredda, con la primavera che sta quasi facendo capolino e pare dare le prime avvisaglie. Gita domenicale per molte famiglie, tante coppie e naturalmente sono i bambini i più entusiasti. Inaugurato nel 1990, quattrocentomila visitatori all'anno, oltre 4.000 metri quadrati di esposizione, figli anche di un rinnovamento che nel 2018 ha ingrandito gli spazi a disposizione. Storia, modernità, tradizione. L'avventura di una casa automobilistica che, parafrasando Mauro Forghieri, storico ingegnere del cavallino negli anni Settanta e Ottanta, "è l'unica cosa italiana davvero incontaminata e pura... dici Ferrari nel mondo, e tutti si entusiasmano". 

Luci soffuse per accompagnare la visita, ma illuminazione brillante puntata sui trofei e sugli uomini che hanno fatto grande la Ferrari. La cui storia, iniziata il 16 novembre 1929 in via Trento e Trieste a Modena con l'atto di costituzione, racchiude gioie, delusioni, drammi e soprattutto passione. Il minimo comune denominatore di un popolo, quello emiliano, che ha disperso nell'aria il suo entusiasmo per le corse e la sua operosità, qualità raccolte da tutto il mondo degli appassionati della Ferrari che riempiono ogni domenica gli autodromi di tutto il mondo. Al museo, non solo Formula Uno, ma anche la sfilata delle vetture prodotte dalla casa di Maranello per l'impiego in strada, e tutti i profili delle macchine che hanno partecipato alla 24 ore di Le Mans, che nel 2019 il cavallino ha vinto per la trentaseiesima volta nella sua storia nella categoria GTE grazie ai piloti Alessandro Pierguidi, James Calado e Daniel Serra. 

Fu la 125 il primo modello di Formula Uno ad uscire dalla casa di Maranello, fu il gran premio di Roma alle terme di Caracalla (a dirlo oggi fa sorridere) la prima vittoria della rossa nel 1947 con al volante Franco Cortese, non valida per il Mondiale di Formula Uno che doveva ancora nascere. Il 21 maggio 1950, il debutto: a Monaco, Ascari segna l'esordio nel circus della rossa, dopo che la gara di Silverstone, la prima storia gara di Formula Uno, era stata saltata dalla Ferrari che aveva preferito destinare denaro e risorse a una gara in Belgio.

E' sempre a Silverstone che arriva nel 1951 la prima vittoria, e poi a cascata una discesa di campioni e maestri del volante che hanno infiammato i cuori rossi. E' il caso di Gilles Villeneuve, che in Ferrari ha vinto 6 gare ma che ha conquistato tutti con il suo stile di guida senza mezzi termini. Peccato non figuri nella sala dei trionfi, quella che si apre al visitatore con la disposizione a raggiera di alcune delle più vittoriose monoposto della casa.

I baffi di Clay Regazzoni, che gli appassionati di lungo corso ricordano, si possono immaginare anche alla visione della 312-B3 che campeggia al fianco della Ferrari di Schekter, la 312 T4 che portò a Maranello l'ultimo Mondiale prima dell'era Schumacher. Ed eccola, la più fulgida epoca del cavallino: la F399, la F2000, la vettura del 2001 (che vince con quattro gare d'anticipo) e del 2004 (15 vittorie su 18 gare) e poi quella del 2007, l'ultima a vincere il titolo iridato con Raikkonen che rimonta 7 punti ad Hamilton nell'ultimo Gran Premio in Brasile. 

E come fosse un gioco di specchi, davanti a loro una teca che racchiude "tutti gli uomini del cavallino", i campioni del mondo insieme ai loro caschi. dal pionierismo di Ascari e Fangio che più che dei caschi indossavano degli elmetti e si proteggevano con bizzarri occhialoni, sino al casco semplice e rosso opaco di Lauda che in Ferrari ha vinto nel 1975 e nel 1977, il "Jody" verniciato sul casco bianco di Schekter, e la sagoma di Schumacher che fa tenerezza a pensarlo oggi in condizioni molto diverse. D'altronde, chi di noi, soprattutto tra i maschietti, non ha giocato con le macchinine? E allora, oltre a quelle sopra citate che potete vedere a grandezza naturale, ci sono anche i modellini di tutte, ma proprio tutte, le figliole uscite dai garage di Maranello sin dalle prime Alfa Romeo del 1936. 

Appassionati visitatori si improvvisano poi piloti nel simulatore, con alterni risultati, mentre nello spazio dedicato ai box c'è il muretto utilizzato nel 2011 e nel 2012 dai responsabili Ferrari a bordo pista. Due virgulti ragazzi, seguono poi le indicazioni di uno degli uomini in rosso cambiando una gomma proprio come fanno i meccanici nei concitati pit-stop delle gare vere. Nel 2021 le ruote delle monoposto saranno ancor più grandi, diciotto pollici, e queste sembrano già enormi. La visita si conclude nello store dei prodotti ufficiali, dove per la verità, nonostante gli sconti, bisogna avere buona scorta di euro per fare propri un cappellino, una polo o una tuta. Ma non è questo ciò che conta, bensì quel rumore di sottofondo di cui sopra, quello del rombo dei motori, dell'immagine di centinaia di operai, addetti e meccanici che lavorano intorno a questo fiore all'occhiello italiano. Tutti figli di Enzo il commendatore, che ha dato il via a tutto questo e la cui fedele riproduzione del suo ufficio è la prima cosa, nostalgica, romantica e straordinariamente dolce, che vedrete appena entrerete nel Museo Ferrari di Maranello. "Se lo puoi sognare, lo puoi fare", diceva il "Drake" nascosto dietro i suoi occhiali scuri. E' assolutamente così. 

Stefano Ravaglia 

© Riproduzione riservata