Coronavirus. Nessuna Tutela Verso Gli Animali Ed I Volontari

Coronavirus. Nessuna Tutela Verso Gli Animali Ed I Volontari

I volontari animalisti abbandonati e sanzionati durante l’emergenza: per loro niente applausi ma multe

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Nessuna pietà per gli animali e tantomeno per coloro che si prendono cura di loro. Nella “riscoperta di valori” che illumina i cuori di molte persone in questi giorni, non è contemplato l’amore per gli animali, come spesso accade insomma. Mentre il mondo combatte contro la pandemia, mentre l’Italia combatte la stessa battaglia, mentre rimaniamo a casa lobotomizzati dagli hashtag, c’è un esercito di persone, che nessuno applaude, che ogni giorno, con qualsiasi situazione metereologica, davanti a qualsiasi avversità ed in qualunque orario, empaticamente compie grandi gesti d’amore, con dedizione, sacrificio e passione. Sono i volontari animalisti, coloro che hanno scelto di dedicare parte, molta parte per la verità, del loro tempo per aiutare, sfamare, curare cani e gatti randagi, spesso al posto dei Comuni, spesso a proprie spese, senza sottrarsi al rischio e spostandosi sui vari territori ogni giorno dell’anno, gratis. Durante un’emergenza di questa portata, ci si aspetterebbe un minimo supporto, non pretenziosi applausi ma, per lo meno, di poter proseguire a fare ciò che hanno scelto di fare in libertà e senza incorrere in sanzioni, come invece è accaduto e continua, vergognosamente, ogni giorno ad accadere. A ben vedere, nessuno dei numerosi decreti vieta di andare a curare e sfamare i randagi, così come sottolineato e messo in evidenza anche da Lav che ha attivato un front desk di emergenza, coordinato da Flavia Nigri, Responsabile dell'Unità di emergenza che opera in sinergia con la Presidenza dell'associazione e le Aree tematiche di intervento. L’allarme viene lanciato anche da Enpa ed Oipa. Solo pochi giorni fa l’ennesima sanzione di ben 373 euro contro una donna di 65 anni in Toscana, a Livorno. La motivazione di tanto accanimento risiedeva, stando al verbale, nel fatto che la donna si era allontanata da casa per dare da mangiare ad una colonia di gatti. Eppure, la legge italiana parla chiaro in merito: in particolare la legge quadro sugli di animali di affezione e prevenzione del randagismo (n. 281 del 14 agosto 1991), è una legge della Repubblica Italiana in materia di tutela degli animali da compagnia nonché prevenzione e contrasto al fenomeno del randagismo. In nove articoli, la legge enuncia che “lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali di affezione, condanna gli atti di crudeltà contro di essi, i maltrattamenti ed il loro abbandono.” In merito al randagismo, nell’articolo 2 viene spiegato che “gli animali catturati non possono essere uccisi, non possono essere utilizzati per la sperimentazione animale e la soppressione può avvenire solo ad opera di un veterinario per i casi di malattia grave non curabile.” Nell'articolo 4, con grande chiarezza, vengono “definite le competenze dei comuni, che possono avvalersi del supporto delle associazioni animaliste.” Infine, nell'articolo 5 vengono “affrontate le sanzioni relative all'abbandono e alla mancata registrazione presso l'anagrafe canina e le sanzioni relative al commercio di animali per la sperimentazione animale in violazione della legge vigente.” Dunque, se in Italia esiste una legge che tutela gli animali, condanna il maltrattamento e consente ai Comuni di appoggiarsi alle associazioni animaliste e, ancora, se il recente Dpcm non impedisce di accudire animali randagi (non sarebbe possibile dal punto di vista legislativo), per quale arcano e recondito motivo vengono elevate sanzioni e denunce a privati cittadini che si assumono l’onere di curare e nutrire i randagi mentre noi stiamo a casa? Un’ipotesi plausibile potrebbe essere data dal fatto che i vari Dpcm risultano soggetti a differenti interpretazioni da parte delle forze dell’ordine. Tuttavia, è chiaro che se un testo si presta a diverse interpretazioni è perché lo stesso testo è poco chiaro ed incompleto. Il rischio insomma è che, in mancanza di una direttiva chiara a supporto e tutela delle associazioni e dei singoli volontari, l’interpretazione rimanga a discrezione di chi ci troviamo davanti. in questi giorni, Enpa e Lav hanno chiesto maggiore sensibilità a chi controlla e, addirittura sono stati costretti a predisporre sui propri siti internet moduli per presentare il ricorso in caso di sanzione perché, chiaramente si tratta di una multa illegittima. Certamente non siamo di fronte ad un errore dei carabinieri, ma il problema è dato dall’incompletezza del Dpcm. Nel decreto infatti si legge che il permesso è “concesso solo per gli animali d’affezione personali o presi in carico ufficialmente da organizzazioni, onlus.” Purtroppo, dunque, il decreto lascia fuori i tantissimi volontari, non iscritti ad associazioni che operano ugualmente ed instancabilmente sul territorio nazionale. In alcune zone d’Italia infatti, il fenomeno del randagismo è, purtroppo, ancora molto elevato ed il problema risiede anche nel fatto che può accadere che una singola associazione non riesca a prendere in carico tutti i randagi presenti in un territorio perché sono davvero moltissimi, così come moltissimi sono, per fortuna, i volontari che aiutano le stesse associazioni prendendosi cura degli animali, sfamandoli, stallandoli. La surreale impasse dunque, sta nel fatto che non sfamare un animale è riconosciuto, per fortuna, come maltrattamento e dunque passibile di sanzione. Ugualmente il singolo ed autonomo volontario che, magari da anni, si occupa di colonie feline e cani randagi, se esce dal proprio Comune per andare a svolgere la propria attività si trova sanzionato. È bene anche ricordare infatti, che non tutti abitano in grandi centri urbani, dove tra l’altro il fenomeno randagismo è decisamente minore, molti risiedono anche in piccoli centri dove è normale spostarsi da un Comune ad un altro anche solo per fare la spesa. Oipa ha pubblicato sul proprio sito un vero e proprio decalogo per i volontari ed ha messo a disposizione uno sportello legale per supportare ed aiutare nella presentazione del ricorso dopo una sanzione. Stessa cosa anche per il leader animalista Enrico Rizzi che sulla sua pagina Facebook scrive: “#EmergenzaCovid19: tutti coloro che in queste settimane sono stati multati dalle Autorità perché impegnati a sfamare gli animali randagi o per altre situazioni che coinvolgono il benessere animale, potranno ricevere il mio supporto per presentate immediato ricorso, compilando un modulo che sarà disponibile sul mio sito.” “In questo momento difficile – prosegue Rizzi - sono tantissime le persone che sono state sanzionate da alcune forze di polizia che non hanno voluto riconoscere lo “stato di necessità”; situazione che invece andrebbe riconosciuta per come ha ribadito il Ministero della Salute con una propria circolare. A tutti voi che in queste settimane vi state occupando di loro, mettendo a rischio la vostra salute perché mossi da un senso di civiltà, di amore e pietà verso gli animali, metto a disposizione la mia competenza giuridica in materia. Non siete soli. Non lo sarete mai.” Anche l'Enpa è scesa in campo con il suo ufficio legale per assistere i volontari animalisti che sono stati ingiustamente sanzionati. "Sono numerosi ormai i casi di cui si sta occupando la Protezione Animali in questi giorni - spiega l'Enpa - non solo nostri volontari. Si tratta di persone che, spesso per non far morire di fame i gatti di colonia o i randagi liberi sul territorio (in molte Regioni la legge regionale prevede il "cane di quartiere" che va accudito), adottano tutte le misure di sicurezza personale e rischiando in prima persona si prendono cura di animali che altrimenti sarebbero abbandonati. Eppure, le indicazioni del Governo e quelle specifiche del ministero della Salute sono chiare: accudire un animale è uno stato di necessità, il lavoro volontario di chi si occupa di animali liberi non solo è consentito ma è indispensabile, necessario, indifferibile ed è espressamente consentito dal ministero della Salute, che permette gli spostamenti per questa finalità. Molti Comuni virtuosi e qualche Regione hanno addirittura coordinato le attività con le associazioni". Uno degli ultimi casi tristemente balzato all’onore delle cronache è stato quello di Amelia Aguglia, Rita Alparone e Daniela Agricole, rispettivamente Presidente, vicepresidente e volontaria dell'Associazione “Dagli Stalli Alle Stelle” (associazione animalista per la tutela dei gatti di strada), che il 23 Marzo, sono state addirittura denunciate alla stessa stregua di malviventi nonostante l’autocertificazione, i documenti, lo statuto dell’associazione e tesserino di riconoscimento delle Guardie zoofile. “La cosa più triste – scrive una delle protagoniste dell’assurda vicenda - è che questa denuncia implicherà problemi ai randagi più che a noi persone, in quanto la denuncia prevede che dopo la stessa il denunciato sarà obbligato, secondo il decreto regionale, a dover fare la quarantena forzata di 15 giorni senza poter più uscire di casa nemmeno per provvedere ai beni di prima necessità ma, soprattutto, lasceranno morire di fame quelle colonie che prima di questa emergenza venivano regolarmente accudite.” Le incoerenze legate ai Dpcm emessi durante l’emergenza Covid-19 purtroppo, non finiscono qui. Sembra surreale ma nonostante l’orribile pandemia stia falciando parte della popolazione, alcune misure restrittive trovano vergognose deroghe in materia di trasporto di animali e, nei giorni precedenti la Pasqua, in particolare per la macellazione degli agnelli. Uno spietato provvedimento speciale emesso dal Ministero della Salute e firmato dal Direttore Generale Silvio Borrello, consente di tenere agnellini e capretti tre giorni nei macelli prima di essere massacrati, accrescendo così inutilmente l’angoscia e la sofferenza degli animali destinati ai macelli e peggiorando le condizioni degli animali già stremati da lunghi trasporti spesso in condizioni igieniche pessime. "Ora dovranno stare 3 giorni in un piazzale, esposti all'odore del sangue degli altri animali macellati, con un innalzamento dello stress senza precedenti – ha tuonato  Roberto Bennati, Direttore Generale LAV - dopo la lunghezza dei viaggi e la conseguente sofferenza, gli animali accumuleranno anche la sofferenza di 3 giorni di sosta in un ambiente spoglio di cemento e asfalto e senza adeguate condizioni di cura degli animali, come sono tipicamente i piazzali dei macelli pensati solo per essere facilmente sterilizzati. Chiediamo al Ministro della Salute Roberto Speranza, l'immediato ritiro del provvedimento in un momento in cui i controlli veterinari sono meno stringenti e misure di questo tipo finirebbero anche per non avere alcun controllo adeguato - prosegue Bennati - l'applicazione della misura comporta un grave peggioramento del trattamento degli animali e ha potenzialmente effetti dannosi anche sulla salubrità e igiene delle carni. Non è certamente una misura a favore degli animali e dei consumatori! Troviamo irresponsabile che la Commissione UE, in un momento di lockdown e di Stati che adottano restrizioni ai confini per limitare la diffusione del Covid19, adotti misure che aumentino il trasporto degli animali vivi su gomma e aumenti in questa maniera il rischio di trasmissione del Covid 19 e di altre malattie animali, come ad esempio la blue tongue, che la stessa nota del Ministero della Salute riconosce come rischio - conclude Bennati - nonostante la pandemia in corso e le oltre 15.000 vittime solo in Italia, i Governi e i politici non imparano nulla dalla calamità quello che stiamo vivendo e si prosegue in comportamenti rischiosi per la salute pubblica, in favore di una attività economica come la macellazione che ora dovrebbe essere fortemente disincentivata soprattutto per evitare la diffusione di altre malattie e zoonosi animali." L’elenco degli orrori causati da restrizioni che si sono ripercosse su creature innocenti, non è terminato, è di qualche giorno fa infatti, la notizia che alcune Regioni hanno emanato norme in contrasto con le misure di contenimento stabilite dai Dpcm. Ancora una volta sono state le associazioni a portare alla luce la verità, in questo caso Enpa, Lac, Lav, Lipu e WWF Italia, che hanno denunciato come nonostante l’emergenza Coronavirus, nonostante i divieti, l’attività venatoria stia proseguendo in molte Regioni italiane e anzi in alcuni casi venga ulteriormente ampliata. L’agenzia di stampa AdnKronos riporta, a questo proposito, un quadro inquietante ed allarmante: “Emilia-Romagna e Veneto continuano a mantenere attivi o ad attivare i piani di controllo della fauna selvatica non solo con personale pubblico che potrebbe essere impiegato diversamente in questo periodo, ma anche con l’ausilio di operatori privati, ovvero cacciatori, consentendo loro di spostarsi all’interno delle rispettive province nonostante le limitazioni introdotte per contenere il contagio. La Sardegna ha “approvato una norma (“incostituzionale”, sottolineano le associazioni) sul controllo faunistico, dando la possibilità al proprietario di un fondo agricolo di coinvolgere liberamente, attraverso una delega, il cacciatore di turno e nonostante le sei sentenze della Corte Costituzionale che hanno bocciato analoghe leggi proprio perché introducevano figure private non contemplate dalla legge nazionale 157 del 1992 sulla tutela della fauna”. ln Piemonte è stato “formulato un nuovo disegno di legge per ‘regalare’ ai cacciatori possibilità di sparo per altre 15 specie, cancellando invece la norma che avrebbe consentito ai proprietari dei fondi di vietare la caccia sui propri terreni”. La Puglia “ha recentemente emanato un provvedimento che prevede l’aumento del numero dei rappresentanti delle associazioni venatorie nelle commissioni esami per il rilascio della licenza di caccia, da 3 a 6, a discapito della componente ambientalista”. Infine, la Regione Lazio, “ha approvato una norma per la caccia nelle ‘aree contigue’ del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, dove vive l’orso marsicano già a rischio di estinzione”. “Tutte queste misure – concludono le associazioni – determinano l’illegittimo abbassamento del livello di tutela dell’ambiente e della fauna selvatica previsto dalla normativa nazionale e sovranazionale e perseguono il solo ed unico obiettivo di ampliare i margini per lo svolgimento della pratica venatoria che, lo si ribadisce, è una mera attività ludica, violando addirittura i Dpcm emanati a tutela della salute pubblica. Un atteggiamento che va davvero condannato, in un momento in cui dovremmo tutti sostenere le iniziative di sicurezza del Governo e operare solo e unitamente per il bene comune”. Non c’è fine all’orrore e non c’è fine al massacro degli innocenti, silenziosi ed impotenti dinanzi alle inadeguate decisioni di coloro che dovrebbero tutelare la vita in generale, soprattutto durante la tragedia chiamata Coronavirus.

Di Erika Gottardi

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