Calcio O Meno, In Epoca Di Virus L'importante è Il Profitto

Calcio O Meno, In Epoca Di Virus L'importante è Il Profitto

Il calcio deve riaprire per i diritti tv, le industrie devono produrre e la salute viene dopo

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Due mesi circa, ormai. Non avevo ancora mai scritto un pezzo serio sull'inedito momento storico che stiamo attraversando, ma in tutto questo tempo credo di aver fatto il pieno di tutto: informazioni, controinformazioni, stress mediatico, virologi improvvisati e le immancabili fake news. L'Italia si dimostra divisa, ma questa non è una novità. Si predica compattezza, si canta dai balconi, fin quando la cosa non annoia e scema subito. Si espone l'hashtag, che è sempre un abito da tirar fuori dall'armadio buono per tutte le stagioni, "Andrà tutto bene". Sì, giusto veicolare questo messaggio, bella l'iniziativa con l'arcobaleno nei disegni dei bimbi, ma spassosa anche quella curiosa foto uscita qualche giorno fa quando una manina santa di Cagliari ha corretto: "Non andrà tutto bene, l'ho scritto solo perché me lo chiedevano gli insegnanti e i genitori". Se fosse vero, e crediamo che lo sia, una spassosa ammissione di sincerità che solo i bambini sanno dare.

Però questa bambina di Cagliari, potrebbe anche avere ragione, in un certo senso. Occorre mentalità positiva, pensare che ne usciremo, altrimenti faremmo prima a spararci. Di certo però, dal ginepraio mediatico che da sessanta giorni ha sconquassato le nostre vite, emergono varie cose che riguardano il pallone e non. Spadafora che prima intima di trasmettere le partite in tv e poi si indigna se si gioca, Lotito e De Laurentiis che vogliono allenarsi entro metà aprile, il Corriere dello Sport che ancora oggi spinge in modo strafottente per la ripresa e nei suoi editoriali indica di "non tirare per la giacca il coronavirus", cosa tra l'altro già accaduta grazie alla sottovalutazione leggera e beata di febbraio e dei primi giorni di marzo.

Tutto senza tener conto di variabili non da poco: contagi, terapie intensive, difficoltà negli spostamenti, ma soprattutto del fatto che non decide né la Lega Calcio, né la FIGC, né Gravina o chi per lui. Poi lo scontro Lega-Malagò, con quest'ultimo che avrebbe chiuso in uno stanzino tutti gli organi del calcio fin quando non sarebbero usciti con una decisione fatta e finita. Una gara a chi la spara più grossa. Le date poi, non ne parliamo: si ricomincia il 31 maggio, bisogna concludere entro il 30 giugno, coppe europee in agosto. Come fosse tutto apparecchiato, semplice, solo da tirare fuori dal frigorifero e da servire in tavola. 

E le categorie inferiori? Chi se ne frega. L'importante è la serie A: disinfestazioni, pulizie, preparazione di dispositivi di distanza, allenamenti in piccoli gruppi. Il calcio in Italia, già malato da tempo immemore, paga anche la sua fragilità, nonostante l'eccezionalità conclamata di questa pandemia: in quanto al centro-sud o in B, C e categorie inferiori, saranno in grado di organizzarsi e uniformarsi a ipotetiche norme di ripartenza? La Serie A è forse l'ombelico del mondo del calcio? Quando capiremo che ci sono tanti allenatori, preparatori e tecnici di altri sport minori, rimasti esclusi anche dai 600 euro di bonus governativi? Che lo sport parte dalle basi, dalle serie più piccole, dalle palestre meno attrezzate?

Capitolo stipendi, poi. Giusti i sacrifici, doveroso ripensare tutto in capo a quella parola magica, compattezza, che in Italia si fa sempre fatica a pronunciare. Ed ecco che insorgono i non-calciofili, as usal: come se in C, in D o in prima categoria si prendessero sei milioni di euro, come se il calcio fosse fatto solo dai calciatori, come se gli impiegati (il Leeds in Inghilterra ne ha 230, e staff e giocatori hanno operato dei tagli a loro stessi pur di salvaguardarli) contassero meno di zero, come se tutti si siano dimenticati, o forse non abbiano mai imparato, che il gettito fiscale di un miliardo circa del calcio allo Stato, siano spiccioli. Piuttosto, l'arroganza è insita in ciò che ora dovrà accadere e del perché accade. Scusate se cito un episodio macabro, a proposito di pallone: 1985, Heysel, finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool. La tv austriaca in sovrimpressione fa scorrere una scritta: "Questa non è una partita di calcio". Si giocava infatti puramente per ordine pubblico, per evitare che accadesse qualcosa di ancor più tragico, come se non fosse già successo abbastanza.

Ecco, al di là del luogo e dell'evento, c'è sempre qualcosa che si disputa per altri interessi. Qui, oltre a quella sottile coltre di menefreghismo per i morti, ma non approfondiamo, c'è un solo interesse: i diritti tv. Un po' ciò che accade fuori dal pallone: si deve riaprire, perché lo dice Confindustria, perché conta il profitto e l'economia e non la salute, il tutto bilanciato dalla frase, anche quella buona per tutte le stagioni, "se le condizioni sanitarie lo permetteranno". Javier Tebas, capo della Lega calcio spagnola, già un mese fa lo aveva ammesso candidamente: "Dobbiamo giocare, perché ci interessano i diritti tv e non possiamo assolutamente perdere i profitti".

In Italia, Igli Tare, ma non solo lui, ha scelto la via del "attenti, salterebbero un sacco di club in caso di annullamento del campionato", Gravina annuncia il pericolo dei ricorsi. Giusto, peccato che saltino lo stesso: ogni estate l'Italia non è mai in grado di provvedere a stilare un calendario fatto e finito perché promozioni e retrocessioni si decidono in tribunale, i play-off saltano, i club pur senza mezzi per iscriversi, si iscrivono lo stesso, e poi accadono fattacci come Cuneo-Pro Piacenza 20-0 della scorsa stagione. Insomma, tutti parlano, tutti insegnano, tutti si contraddicono. Ci aspettano partite vuote, senza pubblico, giocate perché si deve, quando tutti gli altri sport hanno chiuso bottega (e di certo non hanno meno problemi economici, vedi per esempio il basket) mentre il pallone segue sempre una sua non logica. Partite fredde, da disputare unicamente per i diritti televisivi, così come quella sera a Bruxelles si "giocava" per evitare una ulteriore carneficina. Di questo virus, che speriamo sia debellato presto, forse ci resterà ancora una volta la certezza che in fondo siamo tutti attori sullo stesso palcoscenico.

Stefano Ravaglia 

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