Baresi 60, L'immensità Che Diventa Regola Compie Un Altro Giro

Dal Milan alla Nazionale, una carriera straordinaria. Con un rimpianto: quel rigore a Pasadena nel 1994

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Il titolo che leggete è una sorta di soprannome. "L'immensità che diventa regola", è la definizione per tratteggiare Franco Baresi da Travagliato, 8 maggio 1960, che Carlo Pellegatti, noto cronista e tifoso del Milan, ha coniato nei suoi anni. Sessanta il suo anno, sessanta gli anni che compie oggi e pare ancora un ragazzino. In un calcio sepolto dai tweet, dalle dirette Instagram, dalle litigate su Facebook e non solo, è arduo allargare gli spazi del romanticismo. Ma qua il miele c'entra poco: Baresi è stato con Scirea il più forte libero di sempre, e la prosecuzione naturale, per qualche anno addirittura in parallelo, di come si interpreta il ruolo del numero 6. Arrigo Sacchi, quando era alle prime armi da allenatore, ricevette una maglia dal magazziniere della sua prima squadra, con questo annuncio: "Ecco, tieni la maglia numero 6. Ora il libero lo costruisci con le idee e con il lavoro".

L'Arrigo nazionale è arrivato al Milan quando questo compito era già assolto perché Franco Baresi non lo scopre nessuno, te lo porta la natura e tu devi essere bravo a farti trovare pronto. Il 23 aprile 1978 il "Piscinin", il piccolino, esordisce in un 2-1 a Verona, stadio crocevia di molti destini del Milan in quegli anni. Gioca nell'ultimo anno di Rivera e Capello e quello sì che è un passaggio di consegne. Se ne frega della retrocessione e di una malattia del sangue che lo tiene fuori dai campi per 4 mesi, il periodo più buio della sua vita e della sua carriera, prima di fare una ginnastica perenne alzando coppe, seppur non quel pallone d'oro che ritorna sempre quando si parla del numero 6 per eccellenza, ma insomma, mica si può sempre andare a finir lì.

Baresi libero e difensore, ma Baresi anche trasformato dal gioco sacchiano: a Madrid nel 1989, una delle ultime azioni della partita è orchestrata da lui e Rijkaard, i due difensori centrali. Licenza di uccidere, di esprimersi, di far vedere ancora di più quanto il Milan fosse suo e quanto lui fosse il Milan. Scartato da un provino con l'Inter perché ritenuto non adatto, il Milan lo prese e se lo tenne con sé a vita, seppur l'improbabile presidente Farina, quello della retrocessione, volesse venderlo alla Sampdoria.

Poche parole, molti fatti. Carattere schivo, Baresi era due persone: una fuori e una dentro al campo. Scudetti, Coppe Campioni, in particolar modo quella alzata dopo vent'anni di digiuno al cielo di Barcellona in un valzer di flash, un modello per chi varcava i cancelli di Milanello. Avvertimento fisso idealmente appeso a quei cancelli: questo qua è rimasto anche in B, impara. Si ritira nel 1997, fatto fuori probabilmente da Capello che vuole rifare il Milan da zero, a torto, perché verrà fuori un disastro. Settecentodiciannove partite, tanti gol su rigore, ma anche su azione, tipo l'ultimo a Padova il 27 agosto 1995, dopo un elegante palleggio di coscia e un appoggio vellutato in gol sull'uscita di Bonaiuti. E' il gol decisivo per una vittoria nella prima giornata di campionato, l'ultimo sigillo che dà il via a una cavalcata che lo porterà a un nuovo scudetto.

Tanto, tantissimo Milan, ma anche molta Nazionale, e qui si fa largo un appunto: se dovessimo scegliere una e una sola partita di Baresi in carriera, la migliore tra le migliori, è certamente quella del 17 luglio 1994. Diciotto giorni dopo l'operazione al menisco, rientra in finale e mette insieme un collage di interventi e murate che sarebbero da far vedere nelle scuole calcio. "Come si difende", firmato Franco Baresi. E quel rigore calciato alto, allo stremo delle forze, grida ancora vendetta. Quella generazione meritava un Mondiale, lui ancora di più.

Il primo giugno di quel 1997 il Milan gioca col Cagliari una partita totalmente inutile. Vincono i sardi, che vanno allo spareggio salvezza col Piacenza, e in curva sud campeggia un mega striscione: "Resta con noi". Non accadrà. Le storie, soprattutto le più belle, prima o poi hanno comunque una fine. Il "Piscinin" non è più un ragazzino, oggi ne compie 60, è un uomo felice e ha ancora un'intera vita davanti. Ma occhio però: se l'esistenza da qui in poi porterà difficoltà, in questo caso troverà davanti un muro. Come quel caldissimo giorno di luglio a Pasadena. E come i 7.300 giorni di Baresi in rossonero: l'immensità diventata regola.

Stefano Ravaglia 

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