Malattie, Allevamenti Intensivi, Inquinamento Ed Alimentazione

Malattie, Allevamenti Intensivi, Inquinamento Ed Alimentazione

Quanto le scelte alimentari influenzano l’inquinamento, l'ambiente e le malattie

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L’emergenza sanitaria ha monopolizzato la nostra esistenza dall’inizio del 2020, non ne siamo ancora usciti ma possiamo affermare che ci stiamo lasciando alle spalle il nemico. Il Coronavirus che ha scatenato la pandemia sembra provenire dai patogeni di alcuni animali selvatici, questo non vuol dire che questi animali sono responsabili o colpevoli della pandemia ma, al contrario, che la nostra pretesa di vita e di morte sul mondo animale si ritorce con grande evidenza contro noi stessi. Gli animali selvatici infatti, vivono in un loro habitat e distruggerlo può essere notevolmente pericoloso. Devastare il loro ambiente, cacciarli, vuol dire anche aumentare inevitabilmente le percentuali di possibilità di venire a contatto con i loro virus e, altrettanto inevitabilmente, aumentare la possibilità di “Spillover”, il fenomeno di salto di specie di un virus che è alla base della maggior parte di epidemie. Il recente passato è un continuo esempio di “spillover”: SARS, MERS, influenza aviaria, influenza suina, e altre, che hanno ucciso un numero enorme di persone. Sterminare enormi quantitativi di animali a scopo alimentare amplifica questi pericoli. In realtà non tutti sanno che contribuire a prevenire le pandemie è possibile e soprattutto, è praticabile. Il problema appunto, è che l’informazione relativa a questo argomento è ancora troppo circoscritta e poco manifesta. La cura della salute del pianeta e la prevenzione dell’inquinamento atmosferico partono anche dalla tavola. Ma a saperlo sono ancora in pochi, troppo pochi. Vediamo di far luce su questo aspetto.

Le scelte alimentari quindi influenzano l’inquinamento e le malattie?

Si, noi possiamo fare molto per contribuire a ridurre ed eliminare il problema. Ciò che scegliamo sugli scaffali del supermercato si ripercuote necessariamente in modo positivo o negativo sulle emissioni del gas serra, sui cambiamenti climatici, sull’inquinamento e dunque sulle malattie. È ormai scientificamente comprovato che l’inquinamento provoca infezioni e malattie respiratorie che possono ampliare gli effetti di un’epidemia. Ma quali sono i principali fattori di inquinamento atmosferico? Secondo un recente studio Ispra, i settori più inquinanti sono gli allevamenti intensivi ed il riscaldamento, seguiti dai trasporti stradali e dall’industria. Lo studio è in realtà comprovato da numerose, ulteriori ricerche scientifiche.

Cosa sono gli allevamenti intensivi e qual è il loro ruolo nell’inquinamento.

Sempre più spesso sentiamo parlare di allevamenti intensivi ma non in maniera sufficiente a rendere l’argomento di carattere “popolare”, soprattutto è di vitale importanza capire il ruolo degli allevamenti intensivi nell’inquinamento atmosferico, per fare questo dobbiamo necessariamente spiegare cosa si intende per “allevamento intensivo”. Su Wikipedia si legge: “l'allevamento intensivo è una particolare attività agricola che non necessita di nesso funzionale con un fondo: come ogni forma di allevamento, prevede la custodia, la crescita e la riproduzione degli animali, ma può essere svolta in ambienti confinati, anche in assenza di terreno sufficiente a garantire una produzione vegetale che soddisfi il potenziale fabbisogno alimentare dei capi allevati, lo smaltimento delle loro deiezioni e la percentuale tra superficie coperta e scoperta che contraddistingue gli insediamenti agricoli.” Tradotto in parole povere gli allevamenti intensivi sono veri e propri “campi di concentramento” dove ogni giorno si compie l’olocausto animale attraverso le più disparate e barbare metodologie. Una vera e propria industria del sangue, fabbriche della morte dove la mancanza totale di igiene è spesso il problema “minore”, dove gli animali di qualsiasi specie ed età vengono reclusi e sottoposti a torture di vario genere fino al sopraggiungere della morte, unica vera liberazione che in genere, avviene in modo cruento e senza “stordimento” così come invece, la legge prevede. Non vi è il tempo per lo stordimento, bisogna produrre, realizzare il prodotto richiesto dal mercato, non importa che il tutto avvenga sulla pelle degli innocenti. In effetti se in pochi conoscono gli effetti sull’inquinamento degli allevamenti intensivi, sono ancora di meno coloro che sanno cosa accade nelle fabbriche della morte. Tuttavia, in questa sede mi occuperò esclusivamente dell’incidenza degli allevamenti intensivi sull’inquinamento e sulle malattie. Queste fabbriche dell’orrore producono una quantità considerevole di emissioni nocive che vengono immesse nell’ambiente e divengono estremamente pericolose per il pianeta e dunque anche per la salute umana, in particolare sono responsabili della produzione di: Gas serra che include metano, protossido d’azoto e anidride carbonica, e Ammoniaca. L’allarme è stato lanciato anche dalla trasmissione Report che, durante la puntata del 13 aprile 2020, ha mandato in onda un servizio a dir poco illuminante in tal senso: “Siamo nella cacca”. Questo il titolo del servizio che ha spiegato come i liquami prodotti dagli allevamenti intensivi di bovini, suini e pollame, se non adeguatamente trattati, sono causa di inquinamento delle falde acquifere e dell’atmosfera. In pratica i liquami e il letame prodotti dagli allevamenti vengono raccolti e poi utilizzati come concime. Una volta che i concimi sono distribuiti sul terreno vengono a contatto con l’aria ed una parte dell’ammoniaca presente nel concime fuoriesce e si libera nell’atmosfera. Le temperature e il vento acquisiscono a questo punto un ruolo determinante per le perdite di azoto: quanto più lungo è il periodo di spargimento del liquame o del letame e più elevate sono le temperature e la velocità del vento, maggiori saranno le perdite di ammoniaca. Ecco perché diventa fondamentale sensibilizzare i consumatori circa l’impatto ambientale di ogni scelta alimentare. Il problema è stato sollevato da molti esponenti di grandi fondazioni ed associazioni, come nel caso di Federica Ferrario, responsabile Campagna Agricoltura e Progetti Speciali di Greenpeace Italia che ha più volte sottolineato come “gli allevamenti intensivi siano la causa di pesanti ricadute sull’ambiente, che poi hanno conseguenze anche sulla salute umana.” Eppure, questo sistema continua ad essere “allegramente” finanziato dal PAC, ovvero i fondi europei della Politica agricola comune. Elisa Murgese, dell’Unità investigativa Greenpeace Italia, ha precisato che si parla di “cifre tra il 18% e il 20% del budget annuale complessivo dell’Ue. Si deve cambiare rotta – prosegue la Murgese - un cambiamento che deve avvenire anche nell’ambito della riforma della PAC, per frenare i pesanti impatti che il settore zootecnico ha sulla natura, sul clima e sulla salute pubblica”. Oltre all’inquinamento, gli allevamenti intensivi sono responsabili di ulteriori gravi problematiche quali: il consumo di acqua, la deforestazione, la resistenza antibiotica, solo per citarne alcune. I numeri parlano chiaro: una percentuale tra l'80 ed il 90% del consumo d'acqua mondiale è da addebitare agli allevamenti intensivi. Illuminante in proposito lo studio di “Scienza Vegetariana”: “Il problema degli animali d'allevamento dal punto di vista ambientale – si legge - è che consumano molte più calorie, ricavate dai vegetali, di quante ne producano sottoforma di carne, latte e uova: come "macchine" (perché è che sono considerati negli allevamenti) che convertono proteine vegetali in proteine animali, sono del tutto inefficienti. Il rapporto di conversione da mangimi animali a cibo per gli umani varia da una specie all'altra, ma è in media molto alto, 1:15. Di conseguenza, per produrre cibi animali vengono consumate molte più risorse rispetto a quelle necessarie per la produzione di cibo vegetale. Questo enorme spreco di risorse è una delle conseguenze meno pubblicizzate, ma la più devastante, della tanto decantata "Livestock revolution" (Rivoluzione del bestiame). È innegabile che questo spreco di risorse provochi un enorme impatto ambientale sul pianeta. Come affermato dal World Watch Institute, con l'evolversi della scienza dell'ecologia, è ormai assodato che gli appetiti umani per la carne animale siano la vera forza scatenante di tutte le principali categorie di danno ambientale che in questo momento minacciano il futuro dell'umanità: la deforestazione, l'erosione, la scarsità d'acqua, l'inquinamento dell'aria e dell'acqua, i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità, l'ingiustizia sociale, la destabilizzazione delle comunità e la diffusione delle malattie.” Ulteriore grave danno all’ambiente prodotto dalle fabbriche della morte è la deforestazione, si pensi che ogni secondo, vengono tagliati circa 1-2 acri di foresta pluviale, gli alberi vengono tagliati per fare spazio alle colture dei mangimi destinati agli animali negli allevamenti intensivi. Interessante in merito l’affermazione di Mario Tozzi, geologo e divulgatore scientifico: "Di particolare gravità è la deforestazione, come dimostra il caso del virus Nipah, comparso in Malesia nel 1998, e probabilmente legato all’intensificarsi degli allevamenti intensivi di maiali al limite della foresta, dove cioè si disboscava per ottenere terreni a spese dei territori di pertinenza dei pipistrelli della frutta, portatori del virus". Vi è poi il problema dell’antibiotico resistenza: negli ultimi decenni, a causa del sovraffollamento in cui sono costretti a vivere gli animali negli allevamenti intensivi e della “necessità” di indurre una crescita innaturale per una maggiore produttività, vengono utilizzati grandi quantitativi di antibiotici. Il sovraffollamento inoltre, facilita inevitabilmente lo sviluppo e la diffusione di infezioni e malattie, tuttavia isolare (e curare) l’animale in questi luoghi è praticamente impossibile e quindi gli allevatori somministrano la stessa dose di antibiotico a tutti gli animali, sia quelli malati che a quelli sani, in modo da “prevenire” eventuali infezioni, in realtà questa prassi favorisce la prolificazione di batteri resistenti ai farmaci e abbassano notevolmente le difese immunitarie degli animali rendendoli particolarmente esposti ad un gran numero di malattie e soprattutto vettori di malattie incurabili, il che comporta innegabili rischi anche per la salute umana. Walter Ricciardi, ordinario di Igiene generale alla Cattolica, ha spiegato che “l'antibiotico-resistenza viene messa in moto anche dalle alterazioni genetiche indotte negli animali. Pollo, tacchino, maiale e uova portano con loro frammenti di genoma modificato che penetrano nel genoma di chi li ingerisce, trasferendo anche la resistenza agli antibiotici. In Italia - denuncia Riccardi, gli antibiotici vengono somministrati anche agli animali sani a scopo preventivo”, e fa un appello: “Se esiste una legge che vieta di prescrivere antibiotici agli animali se non sono malati, è chiaro che ASL e veterinari devono controllare. È una questione di salute pubblica”. In realtà, in Italia il Ministero della Salute si è dotato di un Piano nazionale per il contrasto dell’antimicrobico-resistenza, attraverso il quale dovrebbe incrementare la sorveglianza e il monitoraggio su tutto il territorio nazionale, tuttavia la maggior parte degli allevamenti intensivi prosegue indisturbato la sua opera di distruzione del pianeta. Un altro interessante ed utile contributo sulla correlazione tra pandemia ed inquinamento arriva da Walter Ganapini, ex presidente di Greenpeace Italia che, in uno studio pubblicato su Science Direct a fine marzo, scrive: “L’elevato livello di inquinamento in Nord Italia dovrebbe essere considerato un co-fattore addizionale dell’alto tasso di mortalità di questa zona”. Nello stesso periodo, una ricerca dell’Università di Harvard ribadisce come “un piccolo aumento dell’esposizione a lungo termine al PM2,5 potrebbe portare ad un grande aumento del tasso di mortalità da covid-19”. In pratica le polveri sottili potrebbero peggiorare l’infiammazione causata dal virus. Così mentre sul versante dei trasporti si lavora ormai da anni per la riduzione delle emissioni di PM2,5 passando dal 20% al 14% nell’arco temporale 1990 – 2018 e l’industria conferma lo stesso trend in diminuzione, grazie alle nuove tecnologie che consentono di abbattere le emissioni, gli allevamenti risultano più “difficili” da controllare. Come spiega De Lauretis di Ispra – al contrario, è più difficile controllare gli allevamenti: parliamo di decine di migliaia di attività zootecniche e di un ambito in cui ci sono pochissimi controlli in merito allo spargimento dei liquami”. “I Comuni – sottolinea ISPRA – dovrebbero stabilire qual è il numero massimo di allevamenti e capi allevati che è possibile avere sul loro territorio, perché altrimenti i danni si ripercuotono sui cittadini”.

Possiamo affermare che esiste un legame tra la pandemia ed il modo in cui produciamo cibo?

Attualmente la scienza non è ancora in grado di delineare con esattezza tutti i passaggi che hanno portato allo sviluppo del Covid-19, tuttavia è ormai provato e consolidato che i virus che hanno causato le più recenti pandemie hanno avuto origine negli allevamenti intensivi di polli e di suini. È evidente quindi che il sistema necessita di dovute modifiche ed opportuni cambiamenti e che la responsabilità in tal senso è anche nostra e passa per le nostre tavole. Ad oggi, il Covid-19 ha provocato quasi 300.000 morti in tutto il mondo ed ha avuto un impatto devastante sull’economia globale. Per prevenire future pandemie è necessario cambiare il rapporto con gli animali. Per questo motivo, Essere Animali insieme ad Animal Equality, LAV e LNDC hanno avviato una importante campagna promossa da Eurogroup For Animals, firmata da più di 70 organizzazioni di tutta Europa. Come si legge nello stesso comunicato di Essere Animali, “i temi centrali delle due lettere che abbiamo inviato alle istituzioni sono due: un bando definitivo del commercio di animali esotici e l’abbandono di forme intensive di allevamento all’interno dell’Unione Europea. Si tratta di provvedimenti fondamentali per proteggere la salute delle persone, la biodiversità e gli animali. Il Covid-19 lo ha messo chiaramente in evidenza: non possiamo più occuparci della salute pubblica senza rivedere il modo in cui ci rapportiamo agli animali, dall’allevamento alla loro commercializzazione. Gli allevamenti sono un problema che non possiamo più sottovalutare. Il 70% delle malattie infettive che hanno colpito gli esseri umani negli ultimi decenni sono di origine animale, e il Covid-19 non fa eccezione. Ma non è tutto. La prossima pandemia, potenzialmente peggiore di quella attuale, potrebbe anche originarsi da quella che oggi è la modalità di produzione alimentare standard nelle parti più sviluppate del mondo: gli allevamenti intensivi. I miliardi di animali allevati annualmente in condizioni intensive (migliaia di miliardi, se si considerano i pesci in acquacoltura) costituiscono serbatoi naturali e veicoli di virus potenzialmente pericolosi, se non devastanti, per l'essere umano.”

Di Erika Gottardi

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