Il Traditore Buscetta Visto Da Bellocchio

Il Traditore Buscetta Visto Da Bellocchio

Marco Bellocchio presenta il pluripremiato film che narra le vicende di Tommaso Buscetta e Giovanni Falcone

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Nella cornice della manifestazione cinematografica di punta di questa estate romana un po’ sottotono, causa covid-19 e sue conseguenze, il CineVillage Parco Talenti, abbiamo partecipato per voi ad un incontro molto interessante per gli amanti del cinema inteso come arte espressiva, (e meno come prodotto commerciale).

Franco Montini, il presidente del sindacato nazionale critici, oltre che critico egli stesso tra i più autorevoli del nostro Paese, ha condotto un incontro con Marco Bellocchio e Francesca Calvelli, regista e sceneggiatrice del pluripremiato Il Traditore.

Il film, che ha vinto sei statuette dei David di Donatello, tra cui una per il Montaggio della stessa Francesca Calvelli, narra la storia del primo collaboratore di Giustizia, Tommaso Buscetta.

Il boss affiliato alla mafia di Palermo, per una serie di vicissitudini legate alla faida tra i due potenti clan, quello palermitano e quello dei Corleonesi, si ritrova senza denaro e senza protezione e decide di accettare l’offerta di Giovanni Falcone, ovvero protezione in cambio di informazioni e di una testimonianza decisiva al maxi processo.

La pellicola è stata presentata al Festival di Cannes ed è uscita nelle sale nel 2019, ottenendo un ottimo riscontro dal pubblico, che si è sommato a quello della critica.

La prima domanda posta a Belloccio è sulla modalità con cui questo film si differenzia dai precedenti.

Anche film come Buongiorno, notte e Vincere parlavano di personaggi realmente esistiti, ma in questo Il Traditore lo stile è decisamente diverso.

Il regista racconta che questo è un film che nasce da una richiesta specifica di trattare questo tema, alla quale egli ha poi fatto seguire una ricerca personale e approfondita.

Si è trattato di un’operazione sfidante, in quanto il regista, di nascita settentrionale e di estrazione cattolica, non ha potuto attingere al suo bagaglio personale per decodificare un personaggio così lontano dal suo mondo come quello di Buscetta.

Nel film, ha scelto di riportare queste diversità tra i vari mondi che costituiscono il nostro Paese tramite l’uso la combinazione di tante lingue, utilizzando i vari dialetti non solo a scopo realistico, ma caricando queste scelte di valenza semantica.

I fatti raccontanti sono, dunque, sì veri, ma rielaborati e, soprattutto, sono stati rimontati, seguendo delle precise scelte stilistiche.

La sequenza più sfidante è stata senz’altro quella del maxiprocesso, girata nella stessa aula dove è avvenuto realmente.

Francesca Calvelli ha condensato in un tempo cinematografico tutta una serie di dettagli e particolari, ricorrendo ad una sintesi molto ardita, ma efficace.

È partita da undici ore di girato, per proporne alla fine dieci minuti sullo schermo.

Si è basata sul ritmo della recitazione, (eccellenti gli attori, tra cui spicca Pierfrancesco Favino, meritato David come miglior attore protagonista), i campi e controcampi tra chi parlava e chi rispondeva dalle gabbie, e la musica.

La scena ha, infatti, una musicalità sua, accentuata dalle musiche di Nicola Piovani.

Sul pericolo che si corre in questi casi, di una riuscita agiografica di un film su un antierore, Bellocchio rassicura che lo vede come uno scampato pericolo.

Favino è stato, infatti, molto bravo ad evitare l’empatia con il pubblico, quell’empatia che abbiamo con il Vito Corleone de Il padrino.

L’eroe pessimista del film è, invece, Giovanni Falcone. Buscetta decide di collaborare solo perché era l’unico modo per salvare se stesso e la sua famiglia, non certo per un rigurgito morale, e questo si evince chiaramente dalla pellicola.

Molto presente nel film risulta anche l’elemento religioso, difficile da decifrare in questi personaggi devoti ai Santi e alla Chiesa, che, contemporaneamente, commettono omicidi efferati.

La chiave di lettura che ce ne dà il regista è molto perspicace:

il mafioso è un conservatore, pur avendo una moralità dubbia, non mette in discussione l’autorità della Chiesa Cattolica, che insieme a quella della famiglia mafiosa, rappresenta(va) l’unica autorità costituita, laddove lo Stato non era presente o considerato tale.

All’incontro segue la proiezione del film, davanti ad un’arena al completo.

Non perdiamo l’occasione per ribadire l’apprezzamento alla programmazione di questa manifestazione, incentrata su film di grande spessore artistico, ben amalgamati con pellicole che hanno saputo suscitare il calore del pubblico, ma da cui rimane fuori tutto ciò che rientra in un ambito esclusivamente commerciale.

Bene: in un contesto così complesso, come l’attuale, era presente e molto sentito il bisogno di un richiamo al cinema come settima arte; come strumento catartico, quindi, che ci porta a riflettere sulla nostra essenza, di uomini e cittadini.

Articolo di Gioia G. Di Mattia

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