Gifuni Riporta Moro Al Vascello - Di Alessia De Antoniis

Gifuni Riporta Moro Al Vascello - Di Alessia De Antoniis

Con il vostro irridente silenzio - Fabrizio Gifuni al teatro Vascello fino al 4 ottobre è un impareggiabile Aldo Moro

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“Con il vostro irridente silenzio” segna l'apertura di stagione del teatro Vascello, che ricomincia da dove il tempo si era fermato la scorsa stagione, dal monologo di Fabrizio Gifuni che dà corpo e voce ad Aldo Moro.

Aldo Moro, l'uomo condannato a morte “con il vostro irridente silenzio”. Forse l'unica volta che lo Stato ha avuto “rigore proprio in un Paese scombinato come l'Italia”.

Il politico che “per una evidente incompatibilità”, chiese che ai suoi funerali non partecipassero né Autorità dello Stato né uomini di partito, le cui esequie furono celebrate alla presenza del papa e senza feretro, davanti ai rappresentanti del Governo più irremovibile e compatto che l'Italia abbia mai avuto, è in piedi davanti a noi.

Con scarpe logore, vestiti sgualciti, camicia appena sbottonata, ad occupare il palco del Vascello non c'è Fabrizio Gifuni, c'è Aldo Moro.

Come un Socrate che declama la sua apologia e le sue ultime parole prima di essere condannato a morte ancorché innocente, Gifuni ci restituisce un Moro vivo, che lotta, che accusa, che indirizza, che analizza lucidamente una situazione allora ancora oscura ai più.

Gifuni legge, legge senza sosta per quasi due ore, come per dare fiato ad un’urgenza, dare voce a un racconto rimasto a lungo chiuso dietro una parete di cartongesso in un covo di brigatisti. E che, forse, dietro un muro, quello del tempo e del sopraggiunto silenzio, hanno provato a ricacciarlo a forza. Per dimenticare.

Parole, una dietro l’altra, senza mai fermarsi, parole tenere, dolci, dure, minacciose, allusive, deluse, ma sempre lucide. Parole per restituirci un uomo che si è cercato di condannare alla damnatio memoriae. Parole per ricordare.

Per ricordare un uomo di Stato, un servitore dello Stato, una vittima “dello Stato”, ma non “della ragion di Stato”. Perché a uno Stato che uccide un suo esponente, non deve essere riconosciuta ragione alcuna.

La maestria di Gifuni sta sicuramente nel non fare un processo a Moro o agli assassini di Moro, materiali o mandanti. Non analizza un prima o un dopo. Accende all'improvviso la luce su un presente di cinquantacinque giorni. Poi spegne la luce, esce dal quadrato nel quale era entrato all'inizio, scavalcando una linea bianca, e lascia qualsiasi valutazione allo spettatore. Non importa se riportato indietro a quegli anni o catapultato in una realtà a lui sconosciuta, ma travolto da un'onda di emozioni, sensazioni, turbamento, che lo coinvolgono in quel rito che chiamiamo teatro.

Per quanto la selezione dei testi da leggere, presi dalle lettere e dal memoriale di Moro, sia di per sé un punto di vista, Gifuni non sale sul palcoscenico per insegnare niente, o per sostenere una versione politica di qualsiasi tendenza o colore. Non accusa e non assolve nessuno. Non è interessato neanche a un'inutile analisi psicologica del personaggio. Semplicemente, racconta una storia. In questo caso, poi, racconta “la” storia, quella scritta da chi l'ha vissuta. Se poi le verità di Moro sulla DC, sul PCI, sul Vaticano, sul SID, sulla Cia, siano verità totali o parziali, cosa importa davanti al tentativo di calare il sipario su una parte così importante della nostra storia? Una verità, ancorché parziale, ha forse meno valore?

A Gifuni va il merito di aver affrontato una lettura ancora oggi scomoda, ma fondamentale per capire da dove veniamo e perché siamo arrivati fin qua.

Sembrano appena scritte le parole che Moro rivolge a Zaccagnini, allora segretario della DC: “La verità è che parliamo di rinnovamento e non rinnoviamo niente, la verità è che ci illudiamo di essere originali e creativi e non lo siamo, la verità è che pensiamo di far evolvere la situazione con nuove alleanze, ma siamo sempre là con il nostro modo di essere e di fare, nell’illusione che, cambiati gli altri, l’insieme cambi e cambi anche il Paese, come esso certamente chiede di cambiare. Ebbene caro segretario, non è così. Perché qualcosa cambi dobbiamo cambiare anche noi”.

Dal palco del Vascello Moro grida ancora “Possibile che siate tutti d’accordo nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato che qualcuno vividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi del Paese? ...Ecco, nell’Italia democratica del 1978, ... io sono condannato a morte. Che la condanna sia eseguita, dipende da voi.”

L'uomo del compromesso storico è davanti a noi, ucciso, per ironia della sorte, da un altro compromesso storico, quello che, per motivi diversi, ha unito quelle forze politiche che non si erano unite in parlamento. Ora sì che erano tutti uniti da uno scopo comune: non però il governo della nazione, quanto l'eliminazione di quel Socrate dei tempi moderni che Aristofane, nelle Nuvole, considerava un pedante seccatore perso in inutili elucubrazioni.

La voce di Moro/Gifuni risuona nel silenzio tombale del Vascello nel J'accuse dello statista pugliese contro i suoi ex amici della Democrazia Cristiana - “impossibile che di tanti amici non una voce si sia levata” - che di cristiano hanno ormai ben poco; contro Papa Paolo VI che “forse questa mia sofferenza non l’ha capita”; contro Andreotti, che ha “conquistato il potere per fare il male come sempre ha fatto il male nella sua vita”.

Il Moro in scena alterna momenti familiari, di padre, marito, nonno, che si preoccupa fino all'ultimo momento dei propri cari, allo statista, che dà indicazioni, detta alleanze, propone soluzioni, manda ammonimenti. Allude a realtà che scuoteranno il panorama politico italiano solo negli anni Novanta, come nel caso dello “smemorato Taviani”. “Ricorda” ai destinatari delle missive, informazioni su fatti noti ancora a pochi.

“Bisogna avere il coraggio di rompere questa unanimità fittizia”, scrive ancora alla moglie.

Parla di crisi dei valori nella politica, di quella mancanza di carità cristiana e di umanità, che erano assenti sia in Parlamento che in Vaticano, mentre le sue suppliche, le sue minacce, le sue richieste, resteranno lettera morta.

A Gifuni il merito di aver ridato vita a quelle lettere, mai così vive, mai così attuali: non fosse altro per la distanza siderale che separa il livello politico e culturale del parlamento di allora, indipendentemente dalle ideologie, dal quasi niente di oggi. Ma anche il merito di averci restituito un personaggio tragico, un Moro pubblico e privato, ufficiale e personale, un politico.

“Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell'amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall'alto dei cieli”. Così scriveva Aldo Moro poco prima della sua morte.

"Ma vedo che è tempo ormai di andar via, io a morire, voi a vivere. Chi di noi avrà sorte migliore, nascosto è a ognuno, tranne che al dio." Così concludeva Socrate.

“Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia”. A questo teatro la gratitudine per aiutare a non dimenticare.


Alessia de Antoniis







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