MIO FIGLIO MARCO - La Verità Sul Caso Vannini - Di Alessia De Antoniis

MIO FIGLIO MARCO - La Verità Sul Caso Vannini - Di Alessia De Antoniis

Mauro Valentini spegne i riflettori sul caso Vannini e ci apre, con garbo e rispetto, la porta della vita di Marco e della sua famiglia.

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Uscito a giugno per la Armando Editore, Mio Figlio Marco di Mauro Valentini, è il racconto di Marina Vannini.

In copertina, in alto, al posto dell'autore, il nome della mamma di Marco. Solo più in basso, di lato, appare la scritta “narrazione di Mauro Valentini”. Questo il pregio di un racconto che porta il lettore direttamente a casa di Marina e Valerio Vannini e del loro unico figlio, Marco.

Mauro Valentini ci apre ogni volta la porta di momenti di vita quotidiana della famiglia Vannini, e lo fa in modo discreto, delicato, rispettoso dei ricordi di Marina e Valerio e dell'inenarrabile dolore di due genitori che hanno avuto la disgrazia di stare dalla parte di chi non può vantare “amici” o “amici degli amici”, al pronto soccorso o in quei tribunali italiani dove troppo spesso, ancora oggi, la legge per i nemici si applica e per gli amici si interpreta. Soprattutto quando gli amici sono dei servizi segreti.

Niente verbali complessi, niente pagine intere contrassegnate da un linguaggio esclusivamente giuridico o medico-legale, se non alcuni stralci fondamentali per la storia.

Il primo capitolo si apre semplicemente con i ricordi di una giovanissima Marina che, ancora ventenne, incontra Valerio. E tutto il libro ha questa preziosità, quella di spegnere i riflettori, i microfoni, le telecamere del mondo mediatico e di aprire un filo unico, intimo, personale con Marina, con Valerio, con la vita quotidiana di Marco. Senza filtri, senza titoli sensazionalistici, senza mediazione alcuna. Grazie ad un linguaggio semplice, colloquiale, familiare, a volte dialettale, siamo lì, insieme a Valerio e Marina, negli anni, troppo pochi, che hanno trascorso con Marco. Ma, soprattutto, siamo con loro nelle ore, le ultime, che non hanno potuto trascorrere con il figlio.

Siamo con Marina mentre Marco cresce, mentre Marco si innamora, mentre inizia a camminare con le proprie gambe. Siamo lì mentre assistiamo, impotenti, ad un giovane che, privo di esperienza, si lascia irretire da una famiglia non sana, non trasparente, con valori ambigui. Una situazione che potremmo aver vissuto, da genitori, o che speriamo di non dover mai affrontare. Ma, soprattutto, siamo con loro mentre chiedono, impotenti, di sapere, di essere informati, di avere notizie, di poter vedere il loro unico figlio che urla dietro una porta di un pronto soccorso. Di essere considerati. Siamo con loro mentre subiscono, impotenti, l'arroganza di chi si sente forte non perché lo sia veramente, ma perché ha le tutele di amici in divisa che sanno coprire le proprie tracce e hanno il potere di non far cercare quelle lasciate dai colpevoli.

Siamo con Marina e Valerio mentre scoprono che la legge, nei nostri tribunali, non è uguale per tutti. Siamo con Marina quando dice “Si è creduto in tutto e per tutto alle loro dichiarazioni, eppure abbiamo visto tutti quanto fossero contraddittorie.(...) E mi chiedo com'è possibile che quello che abbiamo detto in tribunale io e Valerio non sia stato preso in benché minima considerazione?”.

Siamo con loro mentre un giudice legge una sentenza vergognosa dicendo che è in nome del popolo italiano. Ma il popolo italiano era con Valerio e Marina, era con quei giornalisti che hanno lottato per loro, che hanno dato voce a chi era stato imbavagliato, trattato in aula come ospite indesiderato.

Il popolo italiano era ed è con la prima Corte di Cassazione che ha accolto il ricorso. Il popolo italiano, quello sano, quello che non ha amici, non ha gli amici degli amici, che vive nel rispetto della legge e delle persone, è con Marina e Valerio in attesa di una pena giusta. Che non restituirà Marco ai suoi genitori, ma che, almeno stavolta, mostrerà che la legge può davvero essere uguale per tutti. O, almeno, abbastanza simile.

Mauro Valentini, che con il suo libro ha aperto discretamente le porte della vita della famiglia Vannini, apre per noi quella del suo ultimo lavoro: Mio Figlio Marco.

L'omicidio Vannini ha avuto una notevole eco mediatica. Posso chiederle come nasce questa sua collaborazione con i genitori di Marco?

Lo racconta Marina nella prefazione: ci siamo conosciuti a Montecassino, dove ero uno degli scrittori che ricevevano il Premio Piersanti Mattarella, nel settembre del 2019. Ci siamo incontrati ancora e hanno scelto me. Le prime due volte ho chiesto loro di rifletterci. A Marina dissi: hai pensato bene a me? Potresti chiamare Gianluigi Nuzzi (giornalista della trasmissione Quarto Grado – nda), Federica Sciarelli (giornalista conduttrice di Chi l'ha visto – nda), avere una casa editrice più grande. E lei mi rispose: ho scelto te perché sei una brava persona e so che non sfrutterai questa storia. Non mi serve conoscerti da un anno per sapere che di te mi posso fidare. Voglio fare questo libro con te.

Al termine del racconto, che si chiude con la sentenza di Cassazione che ha annullato la precedente condanna e ha riportato il processo in Corte d'Appello, lei ha inserito alcune lettere a Marco da persone di famiglia. Sono molto toccanti, ma slegate dal resto del libro. Perché?

È stata una richiesta di Marina. Voleva che dessi voce anche alle altre persone che erano entrate nella storia e che volevano bene a Marco. Voleva che li intervistassi. Ero indeciso. Allora ho chiesto loro di scrivere. Non tutti hanno accettato, ma gli altri mi hanno restituito Marco bambino, pieno di vitalità e di gioia, Marco studente alle prese con le prime cotte, Marco adolescente che ama fare scherzi, che ripara motorini, che ama nuotare, che preferisce festeggiare i suoi diciotto anni in famiglia con le persone care. Le lettere di nonna Gina, di zia Lorella, del cugino Alessandro e tutte le altre, sono state un modo di riavvolgere il nastro dopo tanto dolore; di rimettere Marco al centro della storia, ma in modo nuovo, con la sua allegria, con il suo sorriso, con la sua semplicità. Non credevo, ma è stata una parte molto apprezzata del libro.

Nel suo libro c'è un documento che inizialmente non era stato reso pubblico integralmente, la lettera di Viola ai Vannini...

Qualche stralcio era già stato letto durante la trasmissione Quarto Grado. Nel libro, però, non l'ho pubblicata e basta. L'ho commentata passo dopo passo, ho fatto contestualmente parlare Marina e Valerio; ho pubblicato anche la risposta di Marina a Viola. Non è stata solo la riproduzione di due raccomandate, ma la loro contestualizzazione all'interno di rapporti ormai sgretolati. Io volevo far parlare loro.

Il suo libro chiude con questa frase: “E infine il mio ringraziamento a Marina e Valerio per la lezione d'amore e di vita. Mauro Valentini”. Cosa ha imparato, invece, dai Ciontoli?

La scorsa settimana, quando è stata emessa la sentenza di condanna per tutti i Ciontoli, ero in aula a piazzale Clodio. Ero seduto dietro ad Antonio. Diceva sempre “noi, noi, io, io”. Ho visto una famiglia intera affetta da una forma di narcisismo patologico: per loro Marco non esiste, esistono solo loro. Hanno questo atteggiamento per cui Marco è solo un impiccio. Ma, soprattutto, mi ha colpito tutta la rabbia che hanno nei confronti della famiglia Vannini. Nessun rimorso: solo rabbia perché questo fatto ha rovinato la “loro” vita.

E cosa l'ha colpita della famiglia Vannini?

La grandissima forza che hanno dimostrato in questi cinque anni. Hanno fatto vedere all'Italia intera che si può avere giustizia senza cadere nella violenza. Il loro è un grande messaggio sociale, una prova di enorme civiltà. È facile andare in televisione a maledire, insultare, invece loro si sono sempre rivolti ai magistrati. Sono persone semplici che rispettano la legge e che chiedevano solo giustizia, giustizia per Marco.

Sapere che Marco si poteva salvare, che è stato lasciato morire, è qualcosa che non dà pace. Ma ancora peggio è che, se non fosse stato per Federica Sciarelli e Chi l'ha visto, non ci sarebbe stato il caso Vannini. Vedere come Marina e Valerio hanno continuato con grande dignità, nonostante siano stati “sopportati”, è di grande insegnamento per tutti. Per loro non è importante quanti anni hanno dato ai Ciontoli, ma il fatto che le loro ragioni siano state prese in considerazione, che le carte siano state finalmente lette. Serve tanto coraggio per resistere a tutto quello che hanno dovuto subire.


Alessia de Antoniis

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