L'assenza Spettacolare Dello Spettacolo Ieri In Piazza A Roma

L'assenza Spettacolare Dello Spettacolo Ieri In Piazza A Roma

I lavoratori dello spettacolo chiedono giustamente un reddito sicuro per tutti. Ammettendo che molti sono lavoratori in nero.

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Ieri, 30 ottobre, è scesa in piazza “L'assenza spettacolare”. Questo lo slogan della manifestazione organizzata dai lavoratori dello spettacolo. A Roma, in piazza di Monte Citorio ballerini, attori teatrali e cinematografici, circensi, tecnici, aderenti a vari sindacati e associazioni di categoria, si sono dati appuntamento per protestare contro il dpcm del 25 ottobre.

Dal palco è stato chiesto un reddito sicuro per tutti. È stato ammesso che le famose sette giornate di contributi nel 2019 sono un requisito difficile in un settore dove il lavoro nero è la norma. È stato ricordato che già nel 2007 l'Europa chiedeva all'Italia di normalizzare i lavoratori atipici. Si è lamentata l'assenza del CCNL. Si è chiesto un sostegno al reddito dei lavoratori dello spettacolo per tutto il 2021.

Si è accennato alla distinzione tra teatri sovvenzionati che percepiscono il FUS (Fondo Unico dello Spettacolo) e la stragrande maggioranza di altre realtà che non ne beneficiano.

Nel cuore della manifestazione, si è ricordato che, quello dei lavoratori dello spettacolo, è “un comparto ricco, unito, non frammentato come siamo stati definiti proprio dal ministro. Per questo chiedo a tutta la piazza di osservare un silenzio assoluto che rappresenta l'assordante assenza spettacolare”.

Questa la richiesta arrivata dal palco ad una piazza che, immediatamente ha osservato un religioso silenzio.

Una piazza finalmente Unita, dopo lettere inviate al ministro Franceschini da singole sigle, singoli gruppi, comitati riuniti per l'occasione. E in questo assordante silenzio di una categoria finalmente Unita, una voce si è alzata potente e ha riecheggiato nell'antica piazza romana: “Vergognaaaaaaa. Non sono d'accordooooo”. E applausi che come un click hanno scattato una foto istantanea della reale situazione.

Da osservatore esterno non appartenente al comparto, un pensiero si affaccia nella mia mente: nello stesso momento in cui in tante piazze d'Italia si teneva la medesima manifestazione, tantissimi set erano aperti. Set dove, magari, stavano lavorando anche gli artisti o i tecnici che avevano sottoscritto le varie lettere dei giorni tra il dpcm del 25 ottobre e la manifestazione del 30. Mi rendo conto che il bisogno di lavorare spinge ad accettare quello che passa il convento, ma dov'era il mondo dello spettacolo, quello che muove l'imponente macchina del cinema e della televisione? Io potrei essere anche Marilyn, ma se sul set nessuno riprende, se gli elettricisti non accendono le luci, se truccatrici e parrucchieri non trasformano una normalissima donna in una star, io recito per i parenti a Natale.

Se non c'è un film da montare, distribuire, doppiare o una trasmissione da mandare in onda, Netflix, Mediaset, Rai e tanti altri chiudono. (Rai no, prende il canone e chiude Rai storia).

E' pleonastico chiedersi perché uno che tira calci ad un pallone sia più tutelato di uno che recita un monologo di un'ora di Dostoeskij. Forse, mi chiedo, se non si riesce a compattare le cosiddette star, si potrebbe capovolge la questione decidendo di bloccare tutto quello che si muove dietro ad ogni singolo divo? Al cinema, i nomi dei protagonisti occupano un minuto. I famosi titoli di coda scorrono mentre la sala si svuota. Già, i titoli di coda, quelli che nessuno legge, fatte di un interminabile elenco di nomi sconosciuti. Quegli sconosciuti che fanno il film, la trasmissione, la fiction. Che sono anche dietro le quinte di uno spettacolo teatrale.

Ascanio Celestini, dal palco, ha ricordato quando a Roma c'erano figure come Nicolini, come Argan. Ha ragione a chiedersi dove sia finita quella classe politica. Ma forse bisognerebbe anche chiedersi dove sono finiti i sindacati (di certo non a teatro), dove sono stati in tutti questi anni mentre il lavoro nero e lo sfruttamento dei lavoratori, dei quali giustamente ha parlato, prendevano il sopravvento, diventavano la regola. “Sarà ancora più difficile avere il riconoscimento di diritti, perché è passato il messaggio che questo è un settore dove è ovvio che si lavora in nero e sottopagati”, ha urlato dal palco.

Ancora Celestini ha richiamato l'attenzione sulla dispersione della manodopera specializzata, di tutte quelle maestranze che per sopravvivere stanno cercando altri lavori.

Mi rendo conto che parlare, o scrivere, sia facile, compiere azioni concrete sia difficile. Ma se da un lato questa crisi epocale sta facendo emergere le criticità della società occidentale e, nella fattispecie, del settore cultura nel nostro Paese, dall'altro può offrire una opportunità di regolarizzare i lavoratori dello spettacolo, di raggrupparli in professionisti e amatoriali, non in attori di serie A e di serie B, di tutelare i professionisti. Forse, però, la categoria dovrebbe fare un minimo di autocritica.

Dare la colpa al governo ladro perché piove è nella nostra natura, ma se foste un politico tutelereste una categoria che si lamenta ma che, in fondo, grandi problemi non ne dà? Tutelereste quella cultura che libera le menti dalla sottomissione al famoso governo ladro?

Mentre mi aggiravo per la piazza che ancora si stava riempendo, un manifestante dallo spiccato accento romano dice “Aho, co la pubblicità che ho fatto c'ho campato tre famiglie. Conosco sto mestiere da 'na vita e te dico che se mo venisse Zeffirelli, se ammazzeremmo pe' lavorà co lui”. A Roma una volta si diceva “voce de popolo, voce de ddio”.

Penso che ricordare che la Costituzione promuove la cultura, sia demagogia se non considero i lavoratori “professionisti”, di qualsiasi ambito dello spettacolo, come lavoratori a tutti gli effetti. I lavoratori dello spettacolo, uniti, hanno potere. Ma uniti. 

C'è e ci sarà un grande bisogno di cultura, ma per difenderla credo che non si debba più assistere a nessuna “assenza spettacolare”. Tanto meno dei grandi nomi che firmano lettere accorate e che poi in piazza non si vedono.


Alessia de Antoniis




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