LAS ISLAS DELLE FANTASIE COLONIALI

LAS ISLAS DELLE FANTASIE COLONIALI

Dopo il Museo Reina Sofia, l’opera di Rogelio López Cuenca è arrivata all’Accademia Reale di Spagna di Roma carica del suo significato sull’industria turistica contemporanea

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“Las Islas” di Rogelio López Cuenca è una di quelle opere che prima colpisce per l’impatto visivo e poi conquista per la grande carica di significato destinata alla riflessione su un aspetto di un periodo storico ma pur sempre contemporaneo. Prodotta nel 2019 per il Museo Nazionale Centro di Arte Reina Sofia di Madrid che ha dedicato all’artista una grande retrospettiva, “La Islas” è arrivata anche a Roma grazie alla mostra che la Real Academia de España ha dedicato a López Cuenca presentando una quindicina di opere che testimoniano la ricerca di grande spessore critico che si esplicita nella dimensione politica e poetica di un lavoro che affronta temi ricorrenti come le politiche migratorie, la memoria storica, la spettacolarizzazione della cultura, la riconversione turistica delle città contemporanee, la critica coloniale ed istituzionale.

Esposta nell’ultima sala a piano terra dell’Accademia, “Las Islas” è sicuramente fra le opere più particolari della mostra curata da Anna Cestelli Guidi, grazie alla presenza di diversi manichini che spezzano il loro bianco immacolato con gli accesi colori di camice in puro stile hawaiano considerate come la divisa tipica di un certo esercito turistico che si identifica con l'ozioso per antonomasia. In effetti, quelle figure inanimate sanno come esprimere quel mondo finto pubblicizzato dai depliant delle agenzie di viaggio pronti a favoleggiare località di sogno dove si aspira alla scoperta così come alla libertà senza freni.

Ogni manichino sembra esprimere una posizione propria del consumismo da vacanza, dall’esibizionismo alla conquista fino all’euforia mentre sullo schermo alle loro spalle si proiettano immagini esplicative del dolce far niente accompagnate dalla sensualità di un corpo poco coperto. Non si può negare il richiamo anche a un turismo sessuale come testimoniato dalla contrapposizione con il testo che scorre su uno schermo che riproduce la lettera di Michele da Cuneo del 1495 dove si vanta di come ha fatto diventare una donna indigena la sua schiava sessuale.

L’installazione multimediale realizzata in collaborazione con Elo Vega e, per la parte audio, Río Sánchez e Mariano Ibáñez, è accompagnata dal suono di un ukulele che infonde ancora di più una nota di esotismo. La composizione prende il nome di Siboney ovvero un popolo caraibico che fu sterminato dagli spagnoli. Come riferito in una nota: “Nell'industria turistica contemporanea batte l'aspirazione al compimento di una duplice fantasia coloniale: quella della scoperta e quella della libertà totale, senza freno, il potere assoluto, il tutto compreso, su beni e vite, sui corpi e le terre vergini”.

Rosario Schibeci

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