LOOKING FOR SILA GRECA PER LA ROME ART WEEK

LOOKING FOR SILA GRECA PER LA ROME ART WEEK

Intervista a Luca Eugenio Celso che con la sua mostra alla galleria 28 Piazza di Pietra regala immagini artistiche legate al ricordo fortemente emotivo di un territorio

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Fortunatamente la galleria 28 Piazza di Pietra presenta una mostra che dura oltre la Rome Art Week. Sarebbe stato un peccato, infatti, non continuare ad ammirare le opere di Luca Eugenio Celso il fotografo nato a Torino che non ha mai dimenticato la Calabria,terra d’origine dei suoi genitori, conservando un particolare affetto tradotto in centinaia di scatti ognuno testimone di una intensa emozione. Di questi, diciotto fotografie sono state selezionate per la mostra curata da Michela Becchis “Looking for Sila greca” che, fino al 26 novembre, arricchisce i due livelli della galleria con un piano dedicato ai luoghi e ai paesaggi e l’altro ai volti che contribuiscono a mantenere ancora vivo il territorio. A raccontarci il suo lavoro è lo stesso Luca Eugenio Celso con parole che lasciano trapelare anche un certo orgoglio per essere nato in una terra che, grazie a persone vere e schiette, riesce a sopravvivere regalando ancora buoni frutti.

Allora Luca come nasce il progetto per questa tua prima personale fotografica?

Sicuramente si tratta di un progetto fotografico a lungo termine nato dall’esigenza molto personale di ripercorrere i luoghi di parte della mia famiglia che sono stati abbandonati ma mai dimenticati. Pur trasferendomi da bambino nell’interland torinese, ho avuto sempre delle radici molto salde con la Calabria soprattutto grazie ai racconti che mi facevano i miei nonni e i miei genitori. Nel 2015 ho fatto il mio primo viaggio nella regione proprio con mio padre e da allora non sono riuscito più a staccarmi ritornando tante volte proprio per poi ripercorrere tutti i luoghi dove sono cresciuti i miei parenti. E ogni volta, mia fedele compagna, è stata la macchina fotografica che mi ha consentito di documentare e materializzare bellissimi ricordi.

Quali sono le sensazioni più forti che questa esperienza ti ha determinato?

Forse la riflessione più interessante è stata osservare l’effetto ciclico della vita nel senso che gli immigrati calabresi al nord o nelle terre americane sono stati rimpiazzati da nuovi popoli che continuano a fare i lavori che facevano loro trattando la terra con lo stesso rispetto. Infatti, indiani, africani, rumeni, albanesi, polacchi convivono con la gente rimasta amando il territorio e mantenendolo produttivo. Quindi c’è la Calabria che resiste con una nuova leva che fa i lavori che facevano mio padre mio nonno.

Credi che le tue fotografie siano riuscite a fare trapelare tutte le suggestioni di questa bella storia d’amore verso le proprie origini?

Magari questo dovrà dirmelo il pubblico che viene a visitare la mostra. Di certo, è stato un progetto molto sentito e la fotografia è il linguaggio che più mi appartiene per potermi esprimere. Sia nelle immagini dei paesaggi che in quelle dei volti ritratti ho cercato sempre di fare trapelare una storia che vorrei facesse soprattutto riflettere. Infondo, l’immigrazione che è nel mio sangue rimane un effetto spinoso anche di questa società spesso sottovalutando quanto può essere fondamentale il lavoro di tutti gli uomini senza alcuna distinzione di razza.

Per te Michela Becchis ha scritto un testo critico dando un senso non scontato del progetto…

Si, infatti, la curatrice è stata capace di sottolineare che il mio non è il racconto di una dissoluzione ad opera della migrazione italiana dal Sud al Nord ma piuttosto una sostituzione che, pur non ricostruendo il rapporto di appartenenza ormai perso, è stata capace di creare nuovi legami fra gli stranieri e la stessa terra seguendo legami lavorativi più che affettivi. Un rapporto che sostituisce la nostalgia di chi andò via con la nostalgia di chi è arrivato distaccandosi a sua volta dalla proprio territorio.

Rosario Schibeci

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