Erica Muraca

Nella mia visione del mondo e delle cose non c’è un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. C’è un bicchiere che possiamo riempire, se lo desideriamo, perché abbiamo intorno a noi acqua in abbondanza.

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Il teatro trasformazionale è un nuovo modo di concepire il palcoscenico. Lo scopo è dare percezione al pubblico di un mondo diverso, migliore.  Non serve prendersela con chiunque per un ostacolo che non si riesce a superare. Bisogna piuttosto cambiare prospettiva per poter dissolvere il problema.

Se avete voglia di darvi un’opportunità e dimostrare a voi stessi che può essere una questione di punti di vista, non perdete l’occasione di partecipare allo spettacolo Tutto è già qui di Erica Muraca, in scena il 25 novembre al Teatro Trastevere.

Il nostro magazine ha il piacere di ospitare l’ideatrice ed interprete di Tutto è già qui: Erica Muraca.

Erica un grande obiettivo il tuo, non è semplice convincere che il bicchiere è mezzo pieno. Come ci riesci?

Nella mia visione del mondo e delle cose non c’è un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. C’è un bicchiere che possiamo riempire, se lo desideriamo, perché abbiamo intorno a noi acqua in abbondanza.

Ci anticipi qualcosa dello spettacolo?

Racconta una storia che ha il sapore dell’impossibile, ma di quell’impossibile che esiste solo fino a quando lo si ritiene tale. Adriana, la protagonista della storia, viveva con questa visione limitata del mondo, una visione che come un’equazione faceva più o meno così: “Non ho i mezzi per realizzare i miei sogni, quindi non posso realizzare i miei sogni”. Fino a quando, un giorno, incontra prima le parole di un libro e poi una persona molto speciale. Da quel momento in poi inizia un viaggio interiore che la porta ad una nuova visione delle cose, una visione che invece fa così: “Ho un obiettivo grande, intendo arrivarci e il mondo mi sta GIA’ dando tutti i mezzi per raggiungerlo.”

Da dove nasce l’interesse per questa tipologia di teatro?

Ho sempre sentito che avrei parlato del potenziale degli esseri umani nei miei spettacoli, sin dalla prima creazione. Poi un giorno la vita mi ha fatto incrociare persone speciali che mi hanno fatto conoscere gli strumenti con i quali, nella pratica, si posso compiere grandi cambiamenti di vita. Ho iniziato ad utilizzare questi strumenti, applicandoli su di me. Tutto quello di cui parlo e tratto in scena deriva dal coaching trasformazionale. Tutto quello di cui parlo e tratto in scena è stato prima di tutto sperimentato su di me.

I tuoi studi hanno influito sul tuo percorso artistico? Qual è stato il tuo iter formativo?

Danzo, recito e scrivo da quando avevo 14 anni. Il destino ha voluto che l’anno in cui dovevo iscrivermi alla superiori stesse per nascere un corso in Discipline dello Spettacolo all’Istituto d’Arte di Parma. Ho iniziato da li. Poi il DAMS a Bologna e il Master in Teatro Sociale alla Sapienza. I miei studi sono in linea con la passione che porto dentro ma tutto quello che mi spinge ad andare in scena e a creare spettacoli trasformazionali non viene dai libri: sono le storie delle persone che ho incontrato e continuo ad incontrare, sono le cose “impossibili” (di cui sopra) che ho visto prendere forma sia nella mia vita che in quella degli altri, sono i sogni che ho visto realizzarsi, sono tutte quelle meraviglie piccole e grandi che quotidianamente mi fanno capire e sentire che queste cose vanno raccontate perché a qualcuno possono servire, perché ce n’è bisogno.

Sei una persona positiva? Mai un momento di scoraggiamento?

Sono una persona con un’intenzione molto alta. Per intenzione intendo proprio il focus, ovvero “so dove voglio arrivare e perché”. Si, ho avuto e ho ancora momenti di scoraggiamento: a volte ne sono uscita da sola e a volte grazie all’aiuto di qualcuno; a volte sono stati momenti lunghi e a volte brevi ma la cosa importante non è se ne ho avuti o meno di momenti del genere ma è che tutte le volte ne sono uscita e ne esco, e ne esco più forte, soprattutto ora che non ho più scuse perché conosco gli strumenti per uscirne.

Nei tuoi spettacoli c’è una continua evoluzione, anche scenica, o meglio di adattamento al pubblico che incontrerai. Puoi farci degli esempi? Cosa modifichi e per quale tipologia di pubblico?

A seconda del contesto in cui vado in scena decido se utilizzare anche video o audio ma non solo: modifico la struttura dello spettacolo e anche la drammaturgia se è il caso. Per esempio: per la prima di Inveento nel carcere di Regina Coeli ho optato per una struttura dello spettacolo nella quale mi lasciavo molti spazi per l’improvvisazione perché sapevo che quel pubblico avrebbe potuto commentare durante lo spettacolo il contenuto dell’opera (che raccontava di come realizzare i desideri attraverso un percorso di trasformazione), quindi in quel caso “stare con loro”, parlare a loro, avere la loro attenzione era di certo più importante del recitare quello che io avevo immaginato o scritto. Invece nella replica dello stesso spettacolo all’interno di un evento organizzato da una cooperativa di giovani in cui il fondatore aveva lui stesso messo in pratica quel percorso di trasformazione per dare vita al suo sogno ho rivisto la drammaturgia dell’opera in chiave “del possibile”, ovvero: “questa sera siete in un luogo dove quello di cui vi sto parlando ha preso vita, è diventato reale, possibile”.

Questo work in progress è certamente stimolante ma mai un inconveniente? Un “questo non ci voleva”?

Si, ed ho trasformato il “questo non ci voleva” in “come posso sfruttare questo inconveniente a mio vantaggio”?

Lo scorso 19 aprile hai vinto il Premio Patologico con il tuo primo video Nessuno è Perduto. Vuoi raccontarci di questa opera?

Nessuno è perduto è la mia prima opera video. E’ una preghiera, un’invocazione di una persona in un momento di sconforto. Una donna chiede una risposta dall’alto e questa risposta arriva, si palesa in un’immagine che le si manifesta davanti agli occhi. In quel momento, quella scena a cui stava assistendo aveva tutte le risposte che lei stava chiedendo. Questo video è il mio primo ma non solo, il mio primo trasformazionale perché ha all’interno quest’idea che il mondo e la vita assumono la forma che noi, con il nostro sguardo, diamo loro.

Nel 2014 con lo spettacolo Inveento, hai lavorato con i detenuti del carcere di Regina Coeli. Ci racconti questa esperienza?

E’ stata un’esperienza forte e credo decisiva per la nascita del Teatro Trasformazionale. Di fronte ai detenuti ho rotto tutti gli schemi teatrali che conoscevo. Come dicevo prima, in quel contesto ho dovuto catturare la loro attenzione ma non solo: ho dovuto immergerli nel mondo del possibile. Ho dovuto ribaltare le loro disillusioni, il loro rammarico e non so quanti altri pensieri ed emozioni dal sapore amaro. E ho fatto tutto questo perché sentivo che se c’era un luogo in cui poter dar forza a questo racconto beh, quel luogo era esattamente il carcere. Decisiva come esperienza perché il risultato è stato oltre le aspettative: alla fine dello spettacolo i detenuti hanno voluto parlare con me, raccontarsi e confrontarsi con quello a cui avevano appena assistito. Qualcuno ha preso appunti dicendo che una volta fuori di lì avrebbe utilizzato quegli strumenti. In quel luogo ho capito per la prima volta quanto questi spettacoli possano essere potenti.

Hai dichiarato che i tuoi spettacoli spesso prendono spunto dal tuo quotidiano. Una sorta di autoanalisi?

“Sii l’esempio che vuoi vedere” diceva Gandhi. E’ più questo il leitmotiv che mi spinge a tradurre in spettacoli quello che vivo e, viceversa, a sperimentare nella mia vita quello di cui racconto nei miei spettacoli.

Erica riesci ad avere una visione ottimista di Roma nonostante i problemi politici e civici?

Ho scelto di vivere qui cinque anni fa e tutt’ora, ogni giorno, scelgo questa città. Non credo che riuscirei a farlo se non scegliessi quotidianamente di cogliere le cose migliori di questa città e valorizzarle. E’ sempre il punto di vista che abbiamo che decide che sapore hanno le esperienze che viviamo. Citando Henry Ford “Sia che tu pensi di farcela, sia che tu pensi di non farcela, avrai probabilmente ragione”.

Ti piacerebbe sperimentare altre forme di teatro?

Vengo dalla danza, oltre che dal teatro, e per questa ragione adoro sperimentare forme diverse di espressione e adoro anche mixarle tra loro. Continuo a recitare anche in spettacoli di altri registi e, per esempio, tra pochi mesi sarò attrice in una commedia che, per me personalmente, è un genere nuovissimo!

Il 25 sarai a Roma, puoi darci comunicazione già di altre date?

Al momento solo questa.

Si parla sempre e tanto di internet. Tu che rapporto hai con i social?

Adoro essere figlia del mio tempo e quindi adoro i social e questo nuovo (ma nemmeno più tanto nuovo) modo di comunicare e conoscere. Attraverso i social ho incontrato persone che hanno dato una svolta al mio percorso artistico. Attraverso i social posso raccontare di quello che faccio ed incontrare le persone che desiderano raccontarsi oppure che desiderano partecipare ad un evento trasformazionale. Attraverso il mio canale Youtube posso mettere online i video che spero portino un messaggio nuovo alle persone. Ma soprattutto attraverso il mio blog – ericamuraca.com – posso raccontare quotidianamente di come applicare i principi del coaching trasformazionale oppure riportare le storie di chi mi ha ispirata o mi sta ispirando nel percorrere questa strada. Io credo che, tolti gli eccessi, questo mezzo possa davvero essere uno strumento di svolta, conoscenza, possibilità.

Erica il tuo futuro è il teatro o hai un piano b?

Il teatro è già il mio piano B. Il mio piano A è il cinema, il Cinema Trasformazionale.

Sara Grillo

ph Alessia Spagna 

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