A Palazzo Merulana Il Realismo Magico Di Antonio Donghi

A Palazzo Merulana Il Realismo Magico Di Antonio Donghi

Antonio Donghi. La magia del silenzio, a cura di Fabio Benzi

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“In questo momento storico sentiamo che la città ha bisogno di essere raccontata secondo i codici narrativi di Donghi, che rappresenta una romanità popolare, elegante, gentile. Rappresenta quei tempi lenti che rievocano proprio il mito della Città Eterna ma rimettendo al centro le persone"  Letizia Casuccio, direttrice generale di CoopCulture .   Visitabile fino al 26 maggio, la mostra “Antonio Donghi. La magia del silenzio”, a cura di Fabio Benzi, allestita a Palazzo Merulana di Roma, presenta una raccolta di 34 opere che ripropongono il percorso pittorico dell’artista, tra paesaggi e nature morte, ritratti e scene di vita domestica borghese, atmosfere di circo e di avanspettacolo.   Classe 1897, romano, Donghi fu un artista schivo e introverso, che tuttavia divenne noto in tutto il mondo e sul quale moltissimi critici si sono confrontati per definirne l’appartenenza culturale e classificarne lo stile, fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1963.   La sua arte  è una raffigurazione della realtà chiara, gentile ma ambigua, all'apparenza semplice e decifrabile, ma che nasconde un magnetico e magico senso di aspettativa, sguardi silenziosi, a volte carichi di domande, altre volte sospettosi, nei suoi dipinti vengono raffigurate per lo più di situazioni e attività quotidiane, ed il mistero che nasconde.   Il percorso artistico di Antonio Donghi è silenzioso e misterioso almeno quanto i contenuti della sua pittura, inizialmente si esprime con opere dallo stile ancora ottocentesco, come la Fontana dei cavalli marini, quasi impressionista, per poi mutare nel giro di pochi mesi tra la fine del 1922 con Le Lavandaie e l'inizio del 1923, che lo porta ad essere il più grande esponente in Italia di quella corrente che il critico tedesco Franz Roh definì "Realismo magico".   Tra queste due opere infatti passa poco tempo, ma in realtà è come se fosse trascorsa un’era.   Il mondo visto attraverso gli occhi di Donghi ha come attori personaggi del popolo rurale come appunto "Le lavandaie" o "Il cacciatore", ma anche di natura stravagante come "Il giocoliere".   Sull’attualità delle opere di Donghi, Benzi non ha dubbi: «Stiamo vivendo un momento in cui queste immagini ferme sono molto ricercate da cultori e collezionisti. È un vero revival donghiano». Fulcro della mostra sono tre capolavori della collezione di Elena e Claudio Cerasi, i due mecenati che hanno dato vita, con una grande donazione di opere, al museo di Palazzo Merulana: «Le lavandaie» (1922-23), «Gita in barca» (1934), «Piccoli saltimbanchi» (1938)   Altre opere, come «La Pollarola», «Ritratto di Lauro De Bosis», «Annunciata», provengono per lo più dalla Gam di Roma e dalla Gnam, oltre che dalle collezioni di Banca d’Italia e Gruppo UniCredit. Tutte opere di per sé rare, perché Donghi produsse poco e lentamente. Fabio Benzi ama ricordare a riguardo un aneddoto probabilmente leggendario, ma che restituisce onestamente la psicologia del pittore di incantesimi atmosferici: «Dipingendo un giorno un albero, venne avvicinato da un uomo che gli chiese cosa stesse facendo lì fermo. Alchè Donghi rispose che stava aspettando che smettesse di soffiare il vento, perché le foglie dovevano essere perfettamente immobili».   Un affascinante mondo enigmatico,  attraverso le sue occhiate ambigue, ti invita ad andare oltre l'apparenza.   Stefania Petrelli

 

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